DELITTO IM-PERFETTO - “TUN TUN! GLI SPARAI ANCHE QUANDO ERA GIA’ MORTO”. RIINA RIVELA DI ESSERE STATO IL KILLER DI DALLA CHIESA. MA COME MAI NEL PROCESSO NESSUNO FECE IL SUO NOME? - IL FIGLIO DEL GENERALE: “IL BOSS FACCIA I NOMI DI CHI HA PORTATO VIA DOPO L’OMICIDIO I DOCUMENTI DA CASA DI MIO PADRE”

Riina rivendica l’omicidio del prefetto: “Aveva guardato nelle banche” - Ma gli atti processuali raccontano una verità diversa: secondo un pentito il mandante dell’omicidio non fu Riina ma Provenzano - Nando Dalla Chiesa e il mistero della cassaforte svuotata: “Dopo l’omicidio sono intervenuti pezzi dello Stato”...

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1. RIINA: “SPARAI A DALLA CHIESA ANCHE QUANDO ERA GIÀ MORTO”

Giuseppe Lo Bianco per “Il Fatto Quotidiano

  

Generale Dalla Chiesa Generale Dalla Chiesa

Dal carcere di Opera, Totò Riina riscrive il delitto del generale Dalla Chiesa, della sua giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e dell'agente di scorta, Domenico Russo, confessando di avere addirittura partecipato all'omicidio: “Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza... tun... tun... (si porta la mano sinistra davanti alla bocca come per indicare ‘lo abbiamo ucciso’, scrive la Dia)”.

 

E poi continua, raccontando la sua esperienza di killer a 52 anni: “Al primo colpo, al primo colpo – prosegue – ci siamo andati noialtri... eravamo qualche sette, otto... di quelli terribili... eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto, ma pure che era morto gli abbiamo sparato”. Riina è infervorato, si agita, fa segno più volte, come annota la Dia, di sparare con le dita, è beffardo con i figli del generale (“Certe volte, certe volte rido con la figlia di Canale 5, questa è appassionata con suo padre”).

  

toto riina toto riina

L’inedita rivelazione fa a pugni però con le risultanze processuali raccolte sulla base delle rivelazioni dei pentiti Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, che non hanno mai parlato del capo dei capi a bordo di una moto o dentro un'auto a sparare contro la A112 del generale, ridotta a un colabrodo. Così com’è accaduto per le stragi del '92, Riina rivendica a sé la decisione dell'omicidio, sostenendo che Dalla Chiesa “andava a guardare nelle banche”.

 

E sostiene di avere deciso tutto da solo: “Loro (i figli, ndr) sono convinti che a uccidere il padre fu lo Stato – dice Riina – ma c'è solo un uomo e basta, ha avuto la punizione di un uomo che non ne nasceranno più”. A Lorusso, Riina racconta i dettagli della sua decisione e l'origine dell’ordine di morte: “Quando ho sentito alla televisione che era stato promosso prefetto di Palermo per distruggere la mafia, ho detto: ‘Prepariamoci – esordisce Riina – mettiamo tutti i ferramenti a posto, tutte le cose pronte per dargli il benvenuto”.

 

0eu10 nando dalla chiesa 0eu10 nando dalla chiesa

E ricorda, chiamando presumibilmente in causa Pino Greco Scarpuzzedda, uno dei capimafia più potenti degli anni 80, poi fatto uccidere dallo stesso Riina: “L'indomani gli ho detto: Pino, Pino (ruota l'indice e il medio della mano sinistra alludendo, verosimilmente a un suo ordine di attivarsi per un omicidio, scrive la Dia) vedi di dedicarmi, a dedicarmi ad andare a cercare queste cose che... prepariamo armi, prepariamo tutte cose”.

 

BERNARDO PROVENZANO BERNARDO PROVENZANO

E quasi si rammarica di non averlo fatto uccidere davanti “l'albergo”, forse villa Whitaker: “Potevo farlo là, per essere più spettacolare nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio”. Per Riina, Dalla Chiesa era un'antica conoscenza da quando il Prefetto era un giovane tenente dell'Arma, negli anni '60 a Corleone: “Questo qua cominciò da Corleone. L'hanno fatto tenente a Corleone, nella caserma di Corleone... E Corleone lo sdisossò”.

  

Ma gli atti processuali raccontano una realtà diversa dalle parole del capomafia corleonese, a partire dalle parole del medico mafioso Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio, captate da una microspia piazzata nel salotto di casa: “Perché glielo dovevamo fare questo favore”. Parlando con un altro medico vicino ai boss, Salvatore Aragona, che ha ammesso di avere portato a Totò Cuffaro le richieste della mafia, il boss si dice convinto che uccidendo Dalla Chiesa, Cosa Nostra abbia fatto un favore a qualcuno.

Giovanni Falcone Giovanni Falcone

 

Una rivelazione assai sintonizzata con le parole del pentito Tullio Cannella, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto: “Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva... Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”. Greco avrebbe indicato chiaramente che dietro l’esecuzione c’era non Riina, ma Provenzano: “Comunque qua io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e stu scherzetto me lo fece u ragioniere (Provenzano ndr)”. Il clima attorno al prefetto è sempre più cupo, e qualche giorno prima dell’agguato Dalla Chiesa dice alla moglie: “Se mi accade qualcosa prendi quel che sai, ho messo tutto nero su bianco”. Ma non verrà trovato nulla.

paolo borsellino lap paolo borsellino lap

  

A confermare che il livello dei segreti è alto è la stessa moglie, Emanuela che confida alla madre: “So delle cose talmente tremende, talmente grandi, non posso raccontartele perché Carlo Alberto mi ha fatto giurare. Però ti assicuro che quasi tu non potresti credere, perché queste cose coinvolgono persone che noi conosciamo molto bene”.

 

“Si può, senz’altro, convenire con chi sostiene – scrivono i giudici nella sentenza di condanna di killer e mandanti mafiosi che al riguardo persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia (praticamente da solo e senza mezzi) a fronteggiare il fenomeno mafioso, forse negli anni in cui il sodalizio Cosa Nostra ha potuto esercitare nel modo più arrogante ed incontrastato l’assoluto dominio sul territorio siciliano, sia la coesistenza di specifici interessi – anche all’interno delle istituzioni – all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

RITA DALLA CHIESA FOTO MICHELA DE NICOLA RITA DALLA CHIESA FOTO MICHELA DE NICOLA

 

 

2. I CENTO GIORNI DEL GENERALE E IL MISTERO DELLA VALIGETTA

G.L.B. per “Il Fatto Quotidiano

 

Cento giorni a Palermo, come il titolo del film di Giuseppe Ferrara, durò l’avventura del prefetto di ferro Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato in Sicilia dal governo democristiano il giorno dopo l’uccisione del segretario del Pci Pio La Torre per fare piazza pulita di Cosa Nostra negandogli, però, fino alla fine i poteri speciali da lui richiesti; per l’esattezza 126 giorni.

   

Fino alla sera di quel 3 settembre del 1982, quando in via Isidoro Carini un commando di killer a bordo di moto e auto avvertito dell’uscita della A112 del prefetto da villa Whitaker massacrò a colpi di kalasnikov il generale, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

giulio andreotti giulio andreotti

   

Pochi minuti dopo un misterioso funzionario in cerca di lenzuola per coprire pietosamente i corpi delle vittime entrò nella residenza di Dalla Chiesa a Villa Paino, a un km scarso dal luogo dell’omicidio, e fece sparire i documenti che il generale custodiva nella cassaforte la cui chiave venne trovata in un cassetto una settimana dopo.

 

Così come sparirono senza lasciare traccia (e per Nando Dalla Chiesa è questa la sparizione importante) i documenti di un’inchiesta su politici collusi con la mafia sia a Roma che a Palermo che il generale portava sempre con se e che quella sera aveva nascosto sotto il sedile della sua A112.

 

L’attivismo degli apparati proseguì nei giorni seguenti (“ci fecero andare via da Palermo per agire indisturbati”, disse Nando Dalla Chiesa) e il figlio del prefetto denunciò strane incursioni nella villa di campagna della famiglia. Il generale lo aveva detto chiaro e tondo in faccia a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. E il divo Giulio, come scrisse il generale nel suo diario “sbiancò”.

carlo alberto dalla chiesa Emanuela Setti Carraro carlo alberto dalla chiesa Emanuela Setti Carraro

 

3. NANDO DALLA CHIESA: “QUEL GIORNO LA MAFIA NON UCCISE DA SOLA”

Alessandro Ferrucci per “Il Fatto Quotidiano

   

“Questa storia mi puzza, mi puzza come escono queste rivelazioni, gli atteggiamenti, la ricostruzione di Riina”. Nando dalla Chiesa risponde calmo, lucido, riflessivo, ha la voce e il tono di chi sa, di chi ha studiato le carte. E da una vita, anzi da 32 anni.

   

In particolare cosa non la convince?

   La sua presenza nel commando che ha eseguito l’omicidio: il pentito Francesco Paolo Anzelmo non ha mai fatto il nome di Riina, mai. Eppure lo conosceva, e non aveva motivo per tacerlo.

   

Riina definisce suo padre come un nemico storico della mafia.

   Ed è vero, nel 1949 era a Corleone, poi dal 1966 al 1973 capo della caserma dei Carabinieri: i mafiosi saranno stati anche privi di istruzione, ma sapevano capire le persone molto prima delle istituzioni e dello Stato (silenzio). Mi viene alla mente l’ultima intervista rilasciata da mio padre e scritta da Bocca...

carlo alberto dalla chiesa Emanuela Setti Carraro carlo alberto dalla chiesa Emanuela Setti Carraro

   

Quale passaggio in particolare?

   Quando il giornalista gli ha chiesto: ‘Perché è stato ucciso il comunista Pio La Torre’, lui ha risposto ‘per quello che ha fatto durante tutta la sua vita’. Ecco, è la stessa cosa accaduta poi a lui.

   

Cosa vorrebbe sapere da Riina?

   I nomi di quelli che sono entrati in casa di mio padre subito dopo l’omicidio, in quel caso sono intervenuti pezzi delle istituzioni e dello Stato.

   

Sono scomparsi documenti importanti.

   Eccome. Sa una cosa? Subito dopo la notizia dell’omicidio, mio zio è corso a casa, ma gli è stato impedito di entrare perché sotto sequestro, solo uomini delle istituzioni e dello Stato potevano varcare quella soglia e hanno ripulito.

   

Riina si vanta di avergli sparato anche da morto.

DON VITO CIANCIMINO DON VITO CIANCIMINO

   E la dice lunga sul coraggio dei mafiosi, è un perfetto ritratto da offrire ai ragazzi più giovani, per fargli capire di chi stiamo parlando. Ci ha consegnato una grande immagine di sé, un bel regalo per i posteri.

   

Quindi non crede a un suo intervento diretto nel gruppo di fuoco.

   Non ho detto questo, ma che la verità giudiziaria è un’altra. Comunque Vito Ciancimino definiva Riina come ‘un uomo dal cervello a forma di pistola’.

   

Intanto continuano a uscire notizie sul boss.

   E ribadisco, non mi piace, io vorrei capire come un uomo del genere abbia potuto tenere in mano un pezzo di politica e di economia.

   

Ha citato sua sorella Rita.

   Ed è molto interessante, salta anche quella retorica mafiosa a buon mercato secondo la quale i figli non debbano pagare per i genitori, ma basta! E poi penso a fiction come il Capo dei Capi, dove esce un uomo anti-Stato, tenace nel tenere testa alle istituzioni, osannato e protetto dai suoi uomini. La realtà è un’altra, e mi pare chiaro.

 

 

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