1. E' MORTO GIULIO ANDREOTTI - IRONIA DELLA SORTE: PROPRIO QUANDO LA DEMOCRISTIANERIA E’ RITORNATA TRIONFANTE CON ENRICHETTO LETTA, UN GOVERNISSIMO PREGNO DELLA SUA FILOSOFIA CONSOCIATIVA: “PERCHE’ ESCLUDERE QUANDO SI PUO’ AGGIUNGERE?” 2. AVEVA 94 ANNI, 67 DI PARLAMENTO. NIENTE FUNERALI DI STATO, LA SEGRETARIA FA SAPERE CHE SARA' UNA CERIMONIA PRIVATA NELLA SUA PARROCCHIA, CON I FAMILIARI PIU' STRETTI 3. COCCODRILLO-MIX: DALL’ULTIMA LETTERA A DAGOSPIA, “IN QUESTI GIORNI MI GIUNGONO VOCI INSISTENTI SU UN RICOVERO PER AGGRAVAMENTO DI SALUTE. CAPISCO CHE MOLTI ATTENDONO UN MIO PASSAGGIO A "MIGLIOR VITA", MA NON HO...FRETTA E RINGRAZIO TUTTI COLORO AI QUALI STA A CUORE LA MIA SALUTE E IN PARTICOLARE IL SIGNORE PER L'ULTERIORE...PROROGA" 4. DAGO-VIDEO DI FERNANDO PROIETTI: VITA, OPERE, MISFATTI DI BELZEBU', L’ULTIMO ENIGMA DEL '900

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DAGO-VIDEO DI FERNANDO PROIETTI: VITA, OPERE, MISFATTI DI "BELZEBU' ANDREOTTI

 

DAGO-VIDEO: VITA, OPERE, MISFATTI DI BELZEBU', DI FERNANDO PROIETTI

 

 


1 - ANDREOTTI: NON CI SARANNO FUNERALI DI STATO NE' CAMERA ARDENTE
(Adnkronos) - ''Non ci saranno funerali di Stato ne' camera ardente. Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari''. Lo riferisce all'Adnkronos Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, al suo fianco dal 1989.

2 - VIDEO: ANDREOTTI AL BAGAGLINO NEL 1988

 

 

 


3 - ANDREOTTI SCRIVE A DAGOSPIA
Stefano Bartezzaghi per "l'Espresso"

I politici di razza hanno rapporti peculiari con il cambiamento. A volte sembrano gli ultimi ad accorgersene, a volte sono già lì, e ci aspettano al varco. Era difficile aspettarsi, per esempio, che per smentire certe voci sulla propria salute Giulio Andreotti scegliesse il canale di Dagospia. Ma è proprio lì che si è letto un suo comunicato: "In questi giorni mi giungono voci insistenti su un mio ricovero per aggravamento di salute. Capisco che molti attendono un mio passaggio a "miglior vita", ma io non ho...fretta e ringrazio tutti coloro a cui sta a cuore la mia salute e in particolare il Signore per l'ulteriore...proroga".

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Andreotti dunque sa di Dagospia, ma non ritiene di variare il suo abituale modo di scrivere per il solo fatto di essere su Internet. Impossibile non notare l'uso ad abundantiam dei punti di sospensione in funzione ironica, uso che di recente si è riscontrato solo nelle rispettive prose di Francesco Cossiga e di Vasco Rossi (il quale, a proposito di cambiamenti, è peraltro l'autore della canzone di Patty Pravo che diceva: "La cambio io la vita che / non ce la fa a cambiare me" e si intitolava "Dimmi che non vuoi morire").

ANDREOTTI DE MICHELIS E KHOLANDREOTTI DE MICHELIS E KHOL

Oltre a questi: riferimenti vuoti a "quanti", "molti" e "tutti coloro"; virgolette all'espressione "miglior vita"; allusioni a credenze popolari (le voci sulla morte che allungano la vita); il Signore disinvoltamente evocato in un gruppo indeterminato di amici accorati...

E' la sua tipica, inconfondibile, oscillazione fra il solenne e il popolano: negli anni di massima potenza pareva di avvertire un sentore di romanesco anche nelle sue dichiarazioni più solenni e, al contrario, nessuna sua battuta appariva davvero innocente e terra terra. "Senza fretta", "tirare a campare", allungando ancora "l'ulteriore proroga" con l'aggiungere tra aggettivo e nome i tre punti che equivalgono ala cifra di un'intera esistenza pubblica: la sospensione.

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Lettera di Giulio Andreotti a Dagospia
"In questi giorni mi giungono voci insistenti su un mio ricovero per aggravamento di salute. Capisco che molti attendono un mio passaggio a "miglior vita", ma io non ho...fretta e ringrazio tutti coloro ai quali sta a cuore la mia salute e in particolare il signore per l'ulteriore ...proroga"...


4 - ANDREOTTI, FELLINI E LA DOLCE VITA
Jacopo Iacoboni per "la Stampa"

ANDREOTTI E D ANTONI PRESENTANO DEMOCRAZIA EUROPEA NEL DUEMILAUNOANDREOTTI E D ANTONI PRESENTANO DEMOCRAZIA EUROPEA NEL DUEMILAUNO

Secondo Ettore Scola, che fece uno dei più bei film politici italiani, La terrazza , Fellini «fu il più politico, contro ogni apparenza, dei registi italiani». Eppure se pensiamo a lui oggi ci viene inesorabilmente in mente il maestro della Dolce vita , l'artista che inventò Mastroianni, e in un certo senso il moderno maschio metrosexual e tormentato, o al limite il corsivista feroce dei Vitelloni.

GIULIO ANDREOTTI SULLA SEDIA A ROTELLEGIULIO ANDREOTTI SULLA SEDIA A ROTELLE

Certo per film politici pensiamo ad altri, a Petri, al vecchio Rossellini, a Bertolucci di Novecento, o ad attori come Gian Maria Volontè. E invece no: anche Fellini era intimamente attratto dalla politica, e per di più - sorpresa - da una politica non aliena dai rapporti, le amicizie, il milieu democristiano... Anche se ripeteva «non la capisco, non fa per me»: «Tutto quello che posso dire di politica si basa solo sui rapporti personali e su questo sentimento ambiguo e del quale però mi fido: la simpatia».

Nei vent'anni dal 1974 al 1993, Fellini si era avvicinato umanamente a un rapporto intenso con chi meno t'aspetti: Giulio Andreotti. Un rapporto epistolare, di cui è prova adesso il carteggio inedito che compare in Viaggio al termine dell'Italia. Fellini politico, di Andrea Minuz (Rubbettino). Ma anche un rapporto telefonico e di incontri diretti, sorprendente per certi toni, e per taluni aspetti spiazzante.

GIULIO ANDREOTTI E FEDERICO FELLINI IN _VIAGGIO AL TERMINE DELL'ITALIA - FELLINI POLITICO_ DI ANDREA MINUZ (RUBBETTINO)GIULIO ANDREOTTI E FEDERICO FELLINI IN _VIAGGIO AL TERMINE DELL'ITALIA - FELLINI POLITICO_ DI ANDREA MINUZ (RUBBETTINO)

Andreotti, è noto, ha avuto un rapporto decisivo e complesso col cinema italiano. Fu sottosegretario di De Gasperi con delega al cinema. Nel ‘49 fu lui a emanare la legge che incentivava il cinema italiano, ma lo sottoponeva anche al vaglio di un'occhiuta commissione di controllo. Per capirci, trovò che in Ladri di biciclette c'erano «troppi stracci», ma fu anche lui a difendere Rossellini, che un senatore americano aveva chiamato «cocainomane». Un po' censurava, ma poi, anche, democristianeggiava.

FEDERICO FELLINI E GIULIO ANDREOTTIFEDERICO FELLINI E GIULIO ANDREOTTI

Fellini non votò mai per il Pci (anche se fu in prima fila ai funerali di Berlinguer) e solo una volta per la Dc (nel ‘76, le elezioni del temuto sorpasso), in genere oscillava tra repubblicani e socialisti. Da Andreotti, però, fu subito attratto, e glielo disse: «Mi piacerebbe moltissimo chiacchierare una notte intera. È un personaggio da corte shakespeariana come Otello».

LE SIGNORE DEL CAF CRAXI ANDREOTTI FORLANILE SIGNORE DEL CAF CRAXI ANDREOTTI FORLANI

E Andreotti: «La Dolce vita fu indicativo di un periodo e sono state scritte innumerevoli pagine per disputare se Federico partecipasse del consumismo da via Veneto o volesse metterlo alla berlina. Ma io credo che il poeta non sia e non debba essere finalizzato né alla censura né alla difesa di una follia gaudente». Il divo Giulio rivelò «sì, ero amico di Federico, moltissimo. Mi telefonava spesso, in occasione delle mie vicende giudiziarie, e da lui ho avuto le parole più belle di solidarietà e amicizia».

LAURA BETTI E GIULIO ANDREOTTILAURA BETTI E GIULIO ANDREOTTI

In alcuni punti le lettere paiono quasi di amorosi sensi. Andreotti aveva amato molto, e lo scrisse, Prova d'orchestra , Fellini gli mandò questo biglietto, «caro Presidente, ho letto sull' Europeo l'esatta, intelligente equilibratissima analisi che lei fa del mio lavoro», il che non sempre riesce ai critici, notava.

Dopo Ginger e Fred il maestro scrive al politico «caro Giulio, mi fa tanto piacere chiamarla così...», segno che ormai c'era affetto, e quasi confidenza. Invitano Fellini a far parte del Consiglio della Fondazione Fiuggi, sezione spettacolo, e lui domanda ad Andreotti: «Può farmi sapere, tramite l'amico Evangelisti (l'amico Evangelisti!, nda.) se è una cosa che la interessa vivamente, o una delle tante iniziative in cui la coinvolgono?».

ALDO MORO E GIULIO ANDREOTTIALDO MORO E GIULIO ANDREOTTI

Parlano di Berlusconi, nel periodo in cui il regista si oppone duramente agli spot nei film in tv - introdotti nel ‘91 proprio da Andreotti, per non rompere con Craxi - ma Fellini con Silvio è tutt'altro che astioso: «Caro Giulio, la tua premurosa telefonatina di ieri sera mi ha sorpreso e toccato. Sei proprio molto simpatico! Ammiro e invidio la tua generosa disponibilità verso gli amici. Proverò anche a telefonare a Berlusconi per ringraziarlo dell'omaggio estremamente amichevole».

Gentilezza ai limiti della cortigianeria, si dirà; ma Fellini era così, anche se non è vero che vivesse su un altro pianeta. Per i 72 anni di Andreotti gli manda una caricatura del divo Giulio in tenuta papale, benedicente e beffardo, e la didascalia recita: «Anche se la sede non è ancora vacante, accetto di buon grado la tua benedizione». Ironico e pragmatico, un ritratto dell'italianità.

GULLOTTA LIONELLO ANDREOTTI PIPPO FRANCOGULLOTTA LIONELLO ANDREOTTI PIPPO FRANCO


5 - ANDREOTTI FA 90 - "NIENTE FESTA, ASPETTO I CENTO" - L'AMICO RONDI: «UN TEMPO I RICEVIMENTI LI ORGANIZZAVA EVANGELISTI. ORA VUOLE STARE CON I SUOI CARI». UNICA CONCESSIONE, UN BURRACO A CASA DI SANDRA CARRARO...
Paolo Conti per il "Corriere della Sera"

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«Sì, è tutto vero. Meglio restarsene in famiglia, senza eccessivi festeggiamenti e ringraziando Dio di essere arrivato ai novant'anni... Se rileggo l'elenco dei miei compagni di scuola, nessuno è rimasto vivo. Preferisco rimanere con i miei familiari». E qui Giulio Andreotti cede alla tentazione, per lui istintiva, della battuta: «Di feste in mio onore ne riparleremo quando compirò cent'anni».

Gaddur a destra di Gheddafi con Andreotti nelGaddur a destra di Gheddafi con Andreotti nel

Mezza Roma (non solo politica) aspettava un festone per mercoledì 14 gennaio, giorno in cui il senatore a vita più veracemente romano di Palazzo Madama supererà i novant'anni. Magari uno di quei raduni da inserire subito sulla copertina on-line di «Cafonal » di Dagospia. Un altro grande vecchio italiano, Gian Luigi Rondi, classe 1921, decano dei critici cinematografici italiani e presidente del Festival del Film di Roma, amico di Andreotti dal 1947 aveva immaginato una grandiosa convocazione in suo onore: «Mi ricordavo dei tempi in cui, vent'anni fa, certi ricevimenti li organizzava il suo braccio destro Franco Evangelisti. Recentemente ho visto una sua bella intervista filmata. Con la sua autrice abbiamo pensato a un omaggio pubblico a Giulio Andreotti, magari nel salone di qualche albergo romano... »

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Chi avrebbe invitato, Rondi? «Non avevo ancora pensato alla lista. Ma sicuramente avrei sollecitato tutti coloro che sono stati democristiani con noi... un nome tra tanti, Pierferdinando Casini che gli è stato vicino anche nei periodi più tristi». E non si sarebbe fermato qui, Rondi: «Naturalmente avrei inserito personalità dello spettacolo, della cultura, insomma le tante persone che gli vogliono veramente bene». Nulla di eccessivo, cedimento impossibile da collegare a quel raffinato uomo di cinema.

toni servillo nel ruolo di giulio andreotti in una scena del film il divotoni servillo nel ruolo di giulio andreotti in una scena del film il divo

Ma poi non se n'è fatto nulla. Rondi ha cercato di mettersi in contatto con Andreotti ma è stato bloccato dalla barriera telefonica della segretaria particolare, l'inflessibile Lina Vido, che da anni ha preso il posto della mitica Vincenza Enea Gambogi: «Mi ha riferito che Andreotti preferiva trascorrere la sua festa in famiglia, tranquillo e sereno tra i suoi cari. A quel punto mi sono detto: va bene, vorrà dire che gli manderò un telegramma...»

Quindi addio party in stile Prima Repubblica. Sarà un 14 gennaio tutto dedicato alla moglie Livia e ai figli Lamberto, Stefano, Marilena e Serena e ai nipoti. Lo conferma Giulia Bongiorno, oggi presidente della commissione Giustizia alla Camera ma che per Andreotti era e resta il grintosissimo avvocato che da Palermo il venerdì 2 maggio 2003 gli gridò al telefonino «assolto! assolto! assolto!» quando la Corte di Appello lo assolse dall'accusa di associazione mafiosa.

andreotti al seggio elezioni regionaliandreotti al seggio elezioni regionali

Dice Bongiorno: «In questa fase della vita, il senatore ha scelto di dedicare molto tempo ai suoi familiari. Ho l'onore di sentirmi parte di quella famiglia e quindi parteciperò ai festeggiamenti più intimi. Posso però dire che Andreotti non nutre sentimenti diversi dalla gratitudine per chi vorrebbe coinvolgerlo in manifestazioni pubbliche. E naturalmente il compleanno non passerà inosservato...».

gaetano caltagirone da giovane con Giulio Andreottigaetano caltagirone da giovane con Giulio Andreotti

Perché alla fine i novant'anni di Andreotti diventeranno un fatto pubblico. Bruno Vespa sta organizzando una puntata speciale di «Porta a porta», ma la data della trasmissione è tutta da decidere. I marchesi Sacchetti, amici di vecchia data e quasi vicini di casa col loro cinquecentesco palazzo di via Giulia a pochi passi dalla residenza di Andreotti su corso Vittorio Emanuele II, terranno un pranzo per pochi probabilmente il giorno prima del compleanno.

Craxi e Andreotti in aereoCraxi e Andreotti in aereo

L'unica concessione alla mondanità sarà una serata di gare a burraco, già convocata per venerdì 16 a casa di Franco e Sandra Carraro, altra favolosa casa romana (il settecentesco Bosco Parrasio di proprietà dell'Accademia dell'Arcadia al Gianicolo). Dice Sandra Carraro: «Ho parlato con i figli, per quel gioco si può fare una piccola festa, sarà lui a decidere chi invitare ». I fotografi sono avvertiti, basta scegliere la postazione giusta tra le siepi di via Garibaldi.

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6 - ANDREOTTI FESTEGGIATO DAI CAVALIERI DEL LAVORO, NON HO COSE DI CUI MI DEBBA PENTIRE...
(Adkronos) - 'Probabilmente avrei potuto fare molte cose meglio di quello che ho fatto e alcune che non ho fatto avrei potuto farle, pero' forse sono superbo o incosciente ma non ho cose di cui mi debba pentire'. Novanta anni e un giorno, Giulio Andreotti commenta cosi' all'ADNKRONOS la sua lunga e per molti versi ineguagliabile carriera politica. Per festeggiarlo, all'indomani del suo compleanno, il Gruppo centrale della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro ha organizzato in suo onore una colazione in un albergo romano, il Gran Hotel St.Regis. Il senatore a vita, seduto su un divanetto in attesa dell'inizio della colazione, riceve i saluti e gli omaggi di tanti nomi illustri dell'imprenditoria e della finanza italiana.

CAF - Craxi con Andreotti e Forlani - (Copyright Umberto Cicconi) dal RiformistaCAF - Craxi con Andreotti e Forlani - (Copyright Umberto Cicconi) dal Riformista


7 - INTERVISTA A COSSIGA SU ANDREOTTI
Fabrizio d'Esposito per "Il Riformista"

«Il film di Sorrentino mi sono rifiutato di vederlo, ma adesso suggerirei di intitolarlo l'Eterno anziché il Divo. Ecco, questo è l'augurio che faccio a Giulio». Giulio, ovviamente, è Andreotti, che mercoledì prossimo, il 14 gennaio, arriverà a quota 90. A questo punto, secondo Francesco Cossiga, di dieci anni più giovane, Andreotti rischia l'immortalità: non più Divo ma Eterno. Con tanto di maiuscole in omaggio alla storia patria.

ANDREOTTI BONGIORNOANDREOTTI BONGIORNO


Immortale con qualche rimpianto, però: a differenza sua, Andreotti non è stato presidente della Repubblica.
Io fui eletto perché non contavo nulla nel partito. Con me al Quirinale gli equilibri tra i capicorrente democristiani non si sarebbero alterati.

Ma Andreotti è sempre stato un capocorrente sui generis. Se ne lamentavano anche i suoi.
Ma lo era. Io fui un candidato di risulta. Craxi voleva Forlani ma Natta aveva messo il veto. De Mita era per Leopoldo Elia ma il veto stavolta era di Craxi. Scelsero me e Andreotti fu uno dei miei sostenitori da subito. Me l'ha raccontato Cirino Pomicino.

GIULIO ANDREOTTI - Copyright PizziGIULIO ANDREOTTI - Copyright Pizzi

E che cosa le ha detto?
Che andò da Giulio e gli chiese per chi avrebbe votato al primo scrutinio. Andreotti rispose: «Voterò Cossiga». «E poi al secondo?», fece Pomicino. Risposta: «Cossiga». «E al terzo?». «Cossiga».

Insomma, un fedelissimo, anche se fu sufficiente il primo scrutinio.
Io e Giulio nella Dc siamo sempre stati distinti e distanti ma gli riconosco che la sua vocazione prima che politica è religiosa. Lui è un apostolo laico. Uno dei pochi politici che va a messa tutti i giorni. Con una grande fortuna.

Quale?
Quella di avere per moglie la signora Livia. Una grandissima donna che non è mai apparsa.

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Torniamo al Quirinale mancato: il '92 sembrava la volta buona.
De Mita disse di sondare l'ex Pci. Tra i comunisti, un grande estimatore di Andreotti era Gerardo Chiaromonte, che non a caso fu poi un fiero avversario della procura di Palermo.

Andreotti LauritoAndreotti Laurito

Palermo vuol dire Caselli. E le accuse di mafia per Andreotti.
Io ho difeso Giulio con violenza, con attacchi da codice penale, mentre lui quando feci il picconatore rimase in silenzio. Anzi un giorno mi disse pure che stavo esagerando.

Lo ha difeso e nominato anche senatore a vita.
Posso raccontarle un altro aneddoto?

Racconti.
Quando da presidente della Repubblica ho nominato dei senatori a vita non ho mai avvertito nessuno prima. Lo hanno sempre saputo all'ultimo momento. Tutti tranne Andreotti.

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E perché?
Perché era un capocorrente. Lo chiamai e glielo dissi. Lui mi rispose che ci avrebbe pensato. Poi andammo a New York per le giornate ciceroniane e Giulio una mattina venne da me in albergo a fare la prima colazione. Accettò la nomina a senatore a vita e mi rivelò che però i suoi non volevano. Temevano di perdere potere nel partito.

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Mafia o no, Andreotti per molti rappresenta un enigma.
Per me no. Anche perché se fosse vero che l'Italia è stata governata per decenni da un partito di ladri e di mafiosi, allora si offrirebbe una giustificazione storica al terrorismo rosso. È quello che Di Pietro non ha capito con mani pulite. Se fosse tutto vero sarei stato il primo a fare ricorso alle armi come i brigatisti.

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A proposito di Brigate rosse. Andreotti ha detto che, quando sarà, porterà con sé nella tomba i suoi segreti. Ancora misteri sul caso Moro?
Quello che sa lui lo so anche io. Però c'è una cosa.

Dica.
Andreotti seguì le trattative della Santa Sede per salvare la vita di Moro in cambio di quattrini. Io da ministro dell'Interno non ne seppi nulla. Ma il grande segreto di Andreotti è un altro e riguarda sempre il Vaticano.

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Quale?
Lui sa la verità, perché era già al governo con De Gasperi, sull'incontro che Palmiro Togliatti chiese a Pio XII per rassicurarlo che il Pci avrebbe votato a favore dell'articolo sette sui Patti Lateranensi. Oggi solo Andreotti sa se ci fu quell'incontro. E io sono convinto che ci fu.

L'andreottismo del tirare a campare ha rovinato l'Italia?
Mussolini diceva che governare l'Italia non è difficile ma inutile. Andreotti ha sempre pensato che le istituzioni o si riformano da sole o non sono riformabili.

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Allora anche l'andreottismo rischia di essere eterno?
Sì. Ma c'è Berlusconi che è l'esatto contrario di Giulio. Silvio si è messo in testa di farle, le riforme.


8 - GIULIO ANDREOTTI, QUANDO CI DICEVA: «IL PARTITO DEMOCRATICO? NON CI PENSO NEANCHE. PREFERISCO VIVERE DA ORFANO»
Luigi Amicone per "Tempi" dell'ottobre 2007

«Lo potrà consultare quando vuole. Si accordi con la mia segretaria». Grande presidente. Abbiamo ottenuto il libero accesso al suo monumentale archivio. 3.500 faldoni giganti appena trasferiti da un alloggio affittato all'uopo all'Istituto Don Luigi Sturzo. Pare contengano i segreti della Prima Repubblica. E un po' (pare) anche della Seconda. Dalla Nato alla Dc, passando per i diari personali. Date e nomi di persone incontrate.

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E poi appunti, riflessioni, notiziole. Una vita autoesaminata in ogni suo minimo dettaglio. E così che Andreotti si è salvato dal processo del secolo. Sollecitato da manine americane democrat (due articoli del New York Times che lo illustravano come "mafioso", apparsi nel dicembre '92 e nel gennaio '93, seguirà poi in marzo il primo avviso di garanzia in italiano) e vinto alla grande dal Divo Giulio, dopo dieci anni di dura inquisizione caselliana. Il senatore a vita Giulio Andreotti è nato a Roma il 14 gennaio 1919 e siede ininterrottamente nel Parlamento italiano da prima della metà del secolo scorso. Dal 1946, per la precisione.

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Il mattino davanti a Palazzo Giustiniani (dove ha sede l'ufficio del presidente, il presidente per antonomasia) si presenta all'occhio del cronista lombardo come una di quelle miniature dorate con angoli e scorci della Roma sparita. Andirivieni di impiegati. Operai che trasportano suppellettili di palazzo. Garzoni che trainano muletti. Al tavolino del bar all'angolo, solo soletto, il senatore Cesare Salvi (ex Ds, futuro Cosa Rossa) mastica il suo cornetto e compulsa nervoso un quotidiano (avrà un appuntamento con un altro cronista?

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O starà solo affilando l'argomento da Porta a Porta con cui trafiggerà il ministro della Giustizia, assente in Senato al momento del voto su Vincenzo Visco?). Giri lo sguardo, e chi si rivede? Ma sì, è l'ex procuratore di Milano Gerardo D'Ambrosio (oggi senatore Ds-Pd) che abbassa i cilindri delle barriere stradali che regolano la circolazione davanti a palazzo Giustiniani e avanza lemme lemme su una vecchia Mercedes color bianco e targa bianca (a volte anche le Mercedes pulite ritornano). Sono figure un po' malinconiche i senatori che si stagliano nel quadretto della Roma di sempre. Solo un po' risciacquata in Tevere dal chiacchiericcio di autisti che si scambiano opinioni sul Viagra. Ed ecco che all'angolo fa capolino anche il senatore Lamberto Dini (leader del neonato gruppo parlamentare Liberal Democratici). Impartisce istruzioni a un segretario caricato di borse e scatoloni, poi scompare in un vicolo.

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È palpabile nell'aria il bizzarro destino di un laticlavio che, da buen retiro di gente che l'ha sfangata e che dovrebbe meritarsi una medaglia al valore di Stato, si è trasformato all'improvviso in una trincea del Piave. Dove gli ultraottuagenari vengono sospinti di peso, faccia bel tempo o piova a catinelle, perché, come è noto, il governo è travicello e dunque non è mai abbastanza richiamare l'importanza democratica di una testa, un voto. Ecco, nella spossatezza di un mattino armato della pena dell'ennesima roulette (o se volete del pallottoliere di Palazzo Madama), appena varcato il Palazzo Giustiniani ecco esplodere, direbbe un bambino, il profumo di contento. Birba di un Giulio, che ancora oggi dribbli le segretarie.

«Ma no. Lei doveva intendersi con noi. Il presidente fa così, fissa gli appuntamenti, ma gli si accavallano. Vediamo come possiamo rimediare». Infatti zio Giulio, come lo chiamano affettuosamente i romani, era stato ben più mattiniero dei suoi malinconici colleghi in Senato. La messa mattutina e poi via in uno studio Rai, arzillo e in ghingheri, raggiante e in forma smagliante. Come all'appuntamento con Tempi. L'evangelico Giulio Andreotti, semplice come una colomba e prudente come un serpente.

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Presidente, non trova che sui media ci sia un clima di attenzione un po' morbosa alla Chiesa cattolica? Non sarà che sconta il suo interesse per la vita umana, gli embrioni, l'eutanasia, i Dico. insomma le famose "ingerenze"?
C'è comunque una grossa contraddizione perché da un lato si chiede alla Chiesa di occuparsi solo di culto e di atti religiosi. Dall'altra c'è chi ne sostiene il diritto di entrare nelle questioni quasi a parità degli ordinamenti giuridici statali. Sono fasi ricorrenti della storia. Alla fine credo che sarebbe peggio se fosse ignorata. Può sembrare un paradosso. Ma se il suo magistero e la sua presenza nella società fossero irrilevanti, certo non avrebbe alcun fastidio.

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Scusi la domanda maliziosa: ma suggerimenti governativi proprio non ne vede?
Suggerimenti, no. Ma forse ci può essere l'opportunismo di qualcuno che ritiene gradito un certo atteggiamento o il girare attorno certi temi. Questo può essere.

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Dunque, i soliti corsi e ricorsi storici.
Sì, come lei sa, anche nel recente passato abbiamo avuto momenti di grande tensione. Ricorderà che sia all'epoca del referendum sul divorzio sia poi con l'aborto avemmo prove che in un certo senso furono deludenti per noi cattolici. Vivevamo allora nella condizione statistica di essere un paese al cento per cento cattolico. Poi, però, alla chiamata si vide che questo non era assolutamente vero. È stato uno dei motivi per cui ci fu tra noi anche chi era contrario a quei referendum.

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Bè, per esempio lei, signor presidente.
E ci fu anche quella bellissima definizione di Paolo VI, che disse, a proposito del referendum sul divorzio: «Noi non l'abbiamo chiesto, ma non possiamo impedire che un gruppo di cattolici utilizzando uno strumento di legge cerchi di fare abrogare una legge che noi stessi reputiamo sbagliata». Fu il gruppo del fratello di padre Lombardi che volle il referendum. Erano convinti di vincerlo. Mentre io ero sinceramente convinto che l'avremmo perso. E ricordo uno dei suoi promotori che mi diceva: «Ma no, voi politici non avete il polso della situazione perché non vivete vicino al popolo».

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E lei cosa rispose?
Risposi: «Scusa, ma a me i voti chi me li dà? Io i voti li prendo, perciò il popolo, se permetti, un po' lo conosco».

Cosa vorrebbe suggerire con questo, che la Chiesa dev'essere più prudente?
No. Voglio solo ricordare certe infatuazioni. I referendum su divorzio e aborto furono in un certo senso due momenti nuovi. E, insomma, due scoppole notevoli che prendemmo rispetto a una tradizione che ritenevamo statisticamente assodata. Detto questo, però, non si possono buttare cose di onestà naturale, di tradizione, di presenza di attività assistenziali e sociali. L'Italia è una nazione cattolica. Basta guardare l'annuario, il numero dei comuni italiani che si intitola ai santi. Non credo che adesso si possa buttare all'aria proprio tutto.

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Qual è la sua posizione sul governo Prodi?
Guardi io non ho più un partito e perciò sono libero di votare, volta per volta, quanto ritengo giusto e opportuno votare. Certo, a volte è disagevole perché se alla Camera c'è una maggioranza importante, qui al Senato se uno è assente perché ha un po' di raffreddore il governo rischia di andare sotto.
Come nel caso Visco. Sulla mozione presentata dall'opposizione che chiedeva per il viceministro dell'Economia il congelamento definitivo delle deleghe sulla Guardia di finanza e le sue dimissioni, lei si è astenuto, scelta che al Senato equivale a un voto contrario.

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Forse il difetto di Visco è nella comunicativa. Vede, in una vita parlamentare bisogna cercare di avere dei rapporti possibilmente buoni con tutti. Lui forse ha un carattere un po' particolare, sennò nessuno gli contesta la preparazione.

Durerà? E quanto durerà, secondo lei, questo governo?
Durerà perché non vi è un'alternativa. Non c'è una coalizione alternativa che stia proponendo una formula o un programma diverso. Quindi, in un certo senso, il governo Prodi ha questo vantaggio del trascinamento. L'alternativa di Forza Italia è solo quella di elezioni. Però le elezioni, salvo casi eccezionali, andrebbero fatte nei tempi stabiliti.

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Bè, qualcosa di eccezionale c'è nell'aria se dal Nord al Sud l'Italia sprofonda in ciò che qualcuno ha già cominciato a chiamare "decadenza".
Non lo so, perché il problema che è ancora rimasto allo stato iniziale è quello di un rapporto tra potere centrale e poteri periferici, cioè il ruolo delle Regioni. Noi abbiamo una Costituzione che su questo tema ha un testo abbastanza bene bilanciato. Però è un dibattito che anche sul piano teorico dieci anni fa ricorreva di più. Dieci anni fa si discuteva di riforma della Costituzione, adesso se ne discute molto meno. Non so se per un accredito della Costituzione o per un disinteresse per la Politica con la P maiuscola.

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Insisto, il Sud sembra si avvicini a performance africane (pensiamo solo all'emergenza rifiuti in Campania), il Nord è sul piede di guerra. Anche i media filogovernativi ammettono che questo esecutivo gode della sfiducia del 70 per cento degli italiani. E poi c'è l'antipolitica di Beppe Grillo. Insomma, cosa ci vuole di più per fare l'eccezionalità?
Vede, Grillo è un po' come il sale sulla minestra. Certe volte le provocazioni servono. Però è chiaro, non è che possiamo rispondere con le provocazioni ai problemi del paese. Quanto ai sondaggi, lei sa, io sono sempre molto dubbioso. Sono un po' come quelli che puoi fare con i quattro cinque inquilini di casa. Guardi, governi che creino entusiasmo se ne sono avuti poco o niente. Il governo è quello che mette le tasse, quello che stabilisce le tariffe. Tu puoi fare dei lavori pubblici e allora soddisfi determinate esigenze, se però non hai i mezzi per farli crei una certa delusione.

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Insomma, forse perché l'ho fatto di mestiere e sono portato a una certa comprensione, però non credo che siamo o in un momento di particolare ostilità al governo, o di sostegno motivato del governo stesso. Tutto sta nel vedere se si creerà sul serio una politica europea, perché quella è stata la grande novità in cui abbiamo creduto e in cui io personalmente credo ancora, nonostante da anni si sia piuttosto fermi. Noi, teoricamente, abbiamo sul piano giuridico le equiparazioni con tutte le nazioni europee. Abbiamo la libertà di circolazione di merci, lavoro, persone. Ma sono tutte cose che restano piuttosto ancora sulla carta. La creazione di questa Comunità, che poi è stata fatta progredire chiamandola "Unione" Europea, in realtà è ancora in fase di costruzione, non diciamo del seminterrato, ma del primo piano.

Cossiga e AndreottiCossiga e Andreotti

Presidente, domenica 14 ottobre nascerà ufficialmente il Partito democratico. Come lo vede, ci ha mai pensato ad aderire a questa nuova formazione?
Per carità. No, guardi, io sono di età superiore, come si dice per i cavalli dopo i dodici anni. No. Dal giorno che hanno soppresso e cambiato nome alla Democrazia cristiana, io mi sono sentito piuttosto orfano. Però siccome da orfano ci sono campato (mio padre è morto che avevo due anni) si può campare pure da orfani di partito.

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Però si sarà fatta un'idea di questo nuovo movimento politico.
Sì, però non so se sia un movimento di giovani o un movimento di ex. Sa, gli ex sono importanti. Quando ero ragazzo vedevo i garibaldini della Prima Guerra che facevano grandi sfilate in camicia rossa. Ma, insomma, è un momento così. Non di bassa pressione, ma un momento che è positivo sotto molti aspetti.

Per esempio?
Per esempio non ci sono più manifestazioni sindacali molto contestative, tranne qualche cenno recentissimo a Mirafiori, ma non di dimensioni inquietanti come quelle di una volta.

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Dunque non vede in giro niente di negativo.
Bè, certo, forse quello che è un po' una scommessa risponde alla domanda: ma si può veramente consolidare una democrazia senza partiti? I partiti hanno le strutture, i programmi, i congressi, la loro stampa. Tutto questo sta alle nostre spalle. Si è creduto che tutto ciò fosse una cosa non necessaria e ci fu la polemica sul finanziamento o meno dei partiti. Polemica legittima, si intende. Però il problema almeno veniva posto. Adesso ho l'impressione che non si ponga nemmeno più questo problema dei partiti.

Perché non si pone, secondo lei?
Forse perché, dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica, la situazione internazionale è completamente cambiata. Qualcuno dice che la Cina potrà prendere il posto dell'Urss. Sì, però la Cina è lontana. Non vedo questa possibilità. Indubbiamente il mondo bipolare Usa-Urss dovrà far posto a un mondo in cui la Cina conta, l'India conta. E certamente sarà così. Anche se io non farò in tempo a vederlo.
Scusi, faccio fatica a capire cosa abbia a che vedere il problema dei partiti italiani con questa sua, diciamo così, nostalgia di uno schema internazionale bipolare.

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Non sto certo rimpiangendo l'Unione Sovietica. Voglio solo dire che, vuoi per adesione fideistica, vuoi per legittima difesa o per proposizione di alternativa di modelli, quello schema di bipolarismo mondiale consentiva di avere punti di riferimento anche a noi. Sono stato ai funerali di Boris Eltsin e mi ha fatto buona impressione perché ho visto un funerale in chiesa, a Mosca. Cosa che nelle volte precedenti non era mai accaduto. In analoghe manifestazioni funerarie a cui ho partecipato, nessuno ci aveva mai portato in chiesa e mai si era visto un simbolo religioso. Quindi sotto questo aspetto sono stato contento. Insomma, si avvertono certi cambiamenti. Ma quali siano le linee costruttive di questi cambiamenti forse non sono ancora state disegnate. Sì, c'è la linea generale delle Nazioni Unite, che funziona per alcune agenzie specializzate, come per esempio la Fao. Ma avere un'assemblea che governa il mondo, questo è un fatto da cui siamo estremamente lontani.

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E in effetti anche la nostra politica estera sembra ne risenta un po'. Non crede, presidente?
Bè, però, salvo accentuazioni, noi abbiamo avuto una notevole continuità nella politica estera italiana del Dopoguerra.

Anche il ministro D'Alema si inserisce nel solco di questa continuità?
Bè, sì, anche perché esiste una certa professionalità della nostra struttura diplomatica. Un ministro naturalmente integra, corregge, però è anche aiutato da qualcosa che cammina. Insomma, anche se il ministro la influenza, la struttura cammina lo stesso. Anzi guai se uno pensasse di dovere ricominciare daccapo in questa materia. Queste sono cose disastrose per un paese.

Anche l'islam cammina.
Sì, l'islam certamente è un problema, ma bisogna affrontarlo in maniera un po' diversa da come l'ha affrontato Oriana Fallaci. Ripeto, certamente è un problema, perché sì, è vero, siamo tutti figli di Abramo. Però ci sono figli e figli, presunti figli e figliastri.

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