ODO GELLI FAR FESTA - DUBBI, SOSPETTI E MINACCE NEI DIARI DI TINA ANSELMI: POSSIBILE CHE ANDREOTTI E BERLINGUER NON SAPESSERO DELLA P2? - PERCHÉ IL PCI NON VUOLE ANDARE FINO IN FONDO - SUL RAPIMENTO MORO POSSIBILE CONVERGENZA CON LE BR - L’ONOREVOLE GIUSEPPE D’ALEMA (PADRE DI MASSIMO) “CONSIGLIA DI PARLARE” CON UN POCO CONOSCIUTO GIUDICE DI PALERMO: GIOVANNI FALCONE - LA PROFEZIA: “LE P2 NON NASCONO A CASO, MA OCCUPANO SPAZI LASCIATI VUOTI E LI OCCUPANO PER CREARE LA P3, LA P4…”

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Marzio Breda per \"il Corriere della Sera\"

TinaTina Anselmi

Il 17 marzo 1981 il colonnello Vincenzo Bianchi si presenta a Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, residenza dell\'allora quasi sconosciuto Licio Gelli. Ha in tasca un mandato di perquisizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagano sull\'assassinio Ambrosoli e sul finto sequestro di Sindona, mandante del delitto. Dopo qualche ora di lavoro, l\'ufficiale riceve una telefonata del comandante generale della Finanza, Orazio Giannini.

Si sente dire: «So che hai trovato gli elenchi e so che ci sono anch\'io. Personalmente non me ne frega niente, ma fai attenzione perché lì dentro ci sono tutti i massimi vertici» . Poche parole, dalle quali Bianchi è colpito per la doppia intimidazione che riassumono. Cioè per quel «non me ne frega niente», che esprime un assoluto senso d\'impunità. E per quel «tutti i massimi vertici», che capisce va riferito ai vertici «dello Stato e non del corpo» di cui lui stesso indossa la divisa.

TINATINA ANSELMI

Ed è proprio vero: c\'è una parte importante dell\'Italia che conta, in quella lista di affiliati alla loggia massonica Propaganda Due, che il colonnello sequestra assieme a molti altri documenti e trasporta sotto scorta armata a Milano. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di Finanza, 22 dell\'Esercito, 4 dell\'Areonautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, giornalisti, magistrati. Insomma: nella P2 ci sono 962 nomi di persone che formano «il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere, o almeno fuori dalle sue sedi conosciute».

COPERTINACOPERTINA LIBRO P2

Una sorta di «interpartito» formatosi su quello che appare subito come un oscuro groviglio d\'interessi dietro il quale affiorano business e tangenti, legami con mafia e stragismo, il golpe Borghese, omicidi eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e soprattutto un progetto politico anti-sistema.

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Quando, dopo due mesi di traccheggiamenti, gli elenchi sono resi pubblici, lo scandalo è enorme. Il governo ne è travolto e il 9 dicembre 1981, anche per la spinta di un\'opinione pubblica sotto choc e che chiede la verità, s\'insedia una commissione parlamentare d\'inchiesta che la presidente della Camera, Nilde Jotti, affida alla guida di Tina Anselmi.

Da allora l\'ex partigiana di Castelfranco Veneto, deputata della Dc e prima donna a ricoprire l\'incarico di ministro, comincia a tenere un memorandum a uso personale oggi raccolto in volume: «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi», a cura di Anna Vinci (Chiarelettere, pag. 576, euro 16).

GIULIAGIULIA ANDREOTTI

Tra i primi appunti, uno è rivelatore del clima che investe la politica («i socialisti sono terrorizzati dall\'inchiesta») e l\'altro del metodo che la Anselmi intende seguire: «Fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge» . Un proposito giusto.

ENRICO ENRICO BERLINGUER

Lo sfogo del colonnello Bianchi le ha fatto percepire l\'enormità dell\'indagine e i livelli che è destinata a toccare. Diventa decisivo, per lei, sottrarsi all\'accusa di «dar la caccia ai fantasmi» e di certificare quindi l\'attendibilità delle liste (su questo si gioca la critica principale), come pure evitare che l\'investigazione si chiuda con il giudizio minimalista accreditato da alcuni, secondo i quali la P2 sarebbe solo un «comitato d\'affari» . È un\'impresa dura e difficile, per la Anselmi. Carica di inquietudini.

copertinacopertina left aldo moro

Lo dimostrano i 773 foglietti in cui annota ciò che più la colpisce durante le 147 sedute della commissione. Riflette, ad esempio, il 14 aprile 1983: «Strano atteggiamento del Pci... non mi pare che voglia andare a fondo. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti, che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo? Più probabile la prima ipotesi. Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro».

GHERARDOGHERARDO COLOMBO

Altro appunto, del 26 gennaio \' 84, con l\'audizione di Marco Pannella: «Com\'è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?» . Ragionando poi sul fatto che gli elenchi non sono forse completi e che Gelli potrebbe essere solo «un segretario», si chiede se la pista non vada esplorata fino a Montecarlo, sede di una evocata super loggia.

falconefalcone giovanni

E ancora, il 16 dicembre \' 81 mette a verbale che il parlamentare Giuseppe D\'Alema (padre di Massimo) «consiglia di parlare» con un poco conosciuto giudice di Palermo che cominciava a conquistarsi le prime pagine sui giornali: Giovanni Falcone. S\'incrocia di tutto in quelle carte.

MarcoMarco Pannella negli anni settanta

La fantapolitica diventa realtà. Ci sono momenti nei quali la commissione è una «buca delle lettere»: arrivano messaggi cifrati, notizie pilotate o false, ricatti. Parecchi riguardano la partita aperta intorno al Corriere della Sera, che era stato infiltrato (nella proprietà e in parte anche nella redazione) da uomini del «venerabile» e alla cui direzione c\'è ora Alberto Cavallari, indicato da Pertini per restituire l\'onore al giornale.

In questo caso sono insieme all\'opera finanzieri e politici, ossessionati dalla smania di controllare via Solferino. Si agitano anche pezzi del Vaticano, il cardinale Marcinkus, senza che la cattolica Anselmi se ne turbi e lo dimostra ciò che dice al segretario, Giovanni Di Ciommo: «Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore».

GiuseppeGiuseppe D\'Alema

Ma a intimidirla ci provano comunque. La pedinano per strada. Qualche collega, passando davanti al suo scranno a Montecitorio, le sibila: «Chi te lo fa fare? Qua dobbiamo metterci i fiori». Fanno trovare tre chili di tritolo vicino a casa sua. Lei tira dritto. Quando, il 9 gennaio \'86, presenta alla Camera la monumentale conclusione del suo lavoro, 120 volumi, definisce la P2 «il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale» (il piano di Rinascita Democratica di Gelli).

Nel diario aveva profeticamente scritto: «Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4...». Sono passati trent\'anni e la testimonianza di Tina Anselmi, dimenticata e da tempo malata, è da riprendere. Magari riflettendo su un dato: nella lista compariva anche il nome di Silvio Berlusconi. All\'epoca era soltanto un giovane imprenditore rampante e i parlamentari non ritennero di sentirlo perché era parso un «personaggio secondario».

 

 

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