PD? CHE "FLOP" - IERI LIBRI SU BERLUSCONI, OGGI PUBBLICAZIONI A VALANGA SULLA SINISTRA A PEZZI: ESCE “Flop - Breve ma veridica storia del partito democratico”, STARRING UN SU-DARIO PERFETTO EMBLEMA DI UN PARTITO CHE NON C'è...

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Giuseppe Salvaggiulo, classe '76, giornalista de La Stampa, ripercorre la disastrosa china del PD: dallo slogan-parodia della campagna elettorale di Walter Veltroni 'Si può fare' al mesto attacco del suo discorso di dimissioni 'Non ce l'ho fatta. Chiedo scusa'.
Ma non ce n'è solo per Veltroni: Salvaggiulo coinvolge l'intero Stato Maggiore, un gruppo di colonnelli arroccati sulle proprie posizioni e impegnati a farsi la guerra.
Ma l'autore non vuole rottamare la sinistra fallimentare e fallita, ma proporre "FLOP" come manifesto dei giovani che vogliono mandare a casa i colonnelli, togliere il testimone di mano ai soliti nomi e alle solite facce.

Tratto da "Flop - Breve ma veridica storia del partito democratico" di Giuseppe Salvaggiulo (aliberticastelvecchi)

Se potesse essere il protagonista di un libro scritto da qualcun altro, chi sceglierebbe? Lo scarafaggio della Metamorfosi di Kafka. Mi piacerebbe scoprire come si vive da insetto, ma certo prima mi dovrebbero garantire che è possibile tornare indietro.
Dario Franceschini intervistato da Bianca Berlinguer «Vanity Fair», ottobre 2007


Ve lo sareste mai immaginato, voi, Dario Franceschini leader del centrosinistra? Io no. Capita di leggere su internet che Franceschini somigli a Beniamino Vignola, calciatore della Juventus degli anni Ottanta dai piedi buoni ma non indimenticabili, ombra di Platini, non si ricorda bene se titolare o no (più no che sì), comunque sempre rispettato, mai scostumato in campo, ma certo non uno di quelli per cui noi bambini dell'epoca potessimo diventare juventini. Avete mai visto uno giocare a pallone con la maglia di Vignola? Io no.

Dario FranceschiniDario Franceschini

Avete mai sentito uno dire: mi ha convito Franceschini, voto Pd? Io no. In effetti, la somiglianza c'è. E non solo fisica. Franceschini è il Vignola del Partito democratico che non ha un Platini. Nel momento più difficile della partita, infortunati o assenti i campioni, l'allenatore si è guardato attorno smarrito. Ha scrutato i volti dei panchinari e ha capito che l'unico pronto a entrare era lui. Non è un fuoriclasse ma almeno sta in piedi e ha voglia di correre, ha pensato facendogli cenno con la mano di togliersi la tuta.

Per quel che conta, l'ha eletto l'assemblea nazionale il 21 febbraio 2009 con millequarantasette voti su milleduecento. Un reggente che tenga fermo il timone durante la burrasca, traversi il periglioso capo delle elezioni europee limitando i danni e poi passi diligentemente la mano ad altri, più vigorosi condottieri. Ma è poi sicuro che finisca così? Che il Pd abbia bisogno di cercare un Platini e non accontentarsi di un Vignola? Perché Dario, a dispetto di tutto, si muove. E anche bene. Dopo un esordio retorico - giuramento pubblico sulla Costituzione nella città natale con famiglia al seguito - ha preso la mano. Attacca, rilancia, contrasta su ogni pallone.

Certo, la biografia non entusiasma. Ferrarese, avvocato, figlio di un partigiano poi diventato parlamentare Dc, sposato, due figlie. In politica dall'età di diciotto anni: «Nel 1976, con l'arrivo di Benigno Zaccagnini alla segreteria, presi la tessera della Dc. C'era grande entusiasmo. Zaccagnini ispirava rinnovamento». Giovane democratico cristiano atipico: eskimo e folta barba rossa. Romanziere in età adulta. Si ispira a «Zavattini, Fellini, le pitture naïf di Ligabue, gli espressionisti perché guardavano la realtà con lo sguardo rivolto dentro». E a Gabriel García Márquez, il suo autore preferito. Realismo magico. «Ha guardato troppo il Po nella sua vita per non tradire una leggera venatura malinconica e fatalista», ha scritto della sua prosa il critico Roberto Cotroneo sull'«Unità».

Benigno ZaccagniniBenigno Zaccagnini

Quando Franceschini esordisce come scrittore, Veltroni è già un autore di successo: sforna un titolo all'anno, tutti best seller. Ma i due ugualmente si incrociano Oltralpe, alla finale del premio Chambéry assegnato ai narratori italiani esordienti. Maggio 2007: da una parte La scoperta dell'alba del sindaco di Roma che si appresta a diventare leader del nascituro Pd, dall'altra Nelle vene dell'acqua d'argento del capogruppo dell'Ulivo alla camera che presto sarà il suo vice. Storia di acqua e di nebbia, riscoperta di un'amicizia a ritroso nei ricordi e lungo il Po. A sorpresa vince Franceschini. Chissà, un presagio.

Per un momento il comprimario si ritrova nel ruolo di protagonista, ne assapora il gusto. «Sì, ora ci sarà la nascita del Pd e già si è aperta la corsa per la leadership, ma cosa volete che conti? Rispetto alla soddisfazione di stasera, il resto viene dopo», esulta alla premiazone in Savoia. Il suo romanzo viene tradotto in Francia dalla prestigiosa casa editrice Gallimard. «È come aver vinto una lotteria, mi sarei accontentato di pubblicarlo in Lituania, dove nessuno mi conosce», confida l'autore agli amici. La traduttrice che lo contatta via e-mail sarà costretta a scusarsi per averlo trattato come un esordiente qualsiasi, senza il riguardo dovuto a un politico di rango nazionale. Altro che Lituania: nemmeno in Francia lo conoscevano.

Walter VeltroniWalter Veltroni

Poi, disciplinatamente, Dario torna in panchina. Non rinuncia alla vena letteraria, ma per non oscurare la corsa di Walter rimanda l'uscita del secondo romanzo al 24 ottobre, dopo le primarie. «È quella la data che mi preoccupa, non il 14 ottobre», scherza. I due continuano a scrivere. Politica e letteratura. Simbiosi e sottile rivalità. E Vincenzo Consolo li fulmina: «Un buon segno, immagino abbiano voluto cercare oltre la politica, il mondo della poesia. Ora bisogna che si decidano. Io spero si dedichino alla letteratura...».

Tra Zaccagnini e García Márquez, in mezzo c'è una carriera politica più che dignitosa ma senza acuti - non si ricorda bene se da titolare o no (più no che sì) - tra collegio sindacale dell'Eni e Consiglio comunale, presidenza dell'Ente Palio di Ferrara e Montecitorio. Tempo fa raccontava: «Nella Dc a vent'anni sei un bambino, a trenta devi crescere, a quaranta sei ancora giovane, a cinquanta sei una preziosa risorsa». Lui ora ne ha cinquanta. Noiose le sue interviste, insipide le apparizioni tv. Una settimana prima delle elezioni del 2008, a Ballarò si lasciava infilzare dalle domande insinuanti di Giulio Tremonti («Quant'è il Pil?», «E il debito pubblico?»), spaurito come un impenitente fuoricorso a caccia di un diciotto. Nella letteratura di genere, niente più che una comparsa.

MárquezMárquez

Un non-personaggio in ogni senso. Il compagno di classe che tutti abbiamo avuto e di cui nessuno ricorda una battuta formidabile, uno scherzo geniale, una fidanzata invidiabile, un gol decisivo. E a cui tutti, invece, sono sempre pronti a rinfacciare la beffa subita, il due di picche con quella lì, il rigore sbagliato contro la III C, la gaffe imbarazzante alla festa di classe. Come quella perfidamente raccontata da Arturo Parisi dopo le elezioni del 2008: «Conservo ancora un indimenticabile sms di Franceschini, il giorno del voto: "Ce la stiamo facendo"».

E insomma nessuno ci avrebbe scommesso, di vederlo leader. E tantomeno eroe per caso, come rischia di diventare se dovesse reggere l'urto delle elezioni europee. Quando il comprimario diventa protagonista, viene guardato con occhi più attenti. Maliziosamente benevoli. Quando il panchinaro tocca il primo pallone e si disimpegna con un passaggio preciso, ancorché elementare, dagli spalti scatta spontaneo un applauso di incoraggiamento. E Franceschini è a suo agio nella parte del timido che prende coraggio, si sistema i capelli e prova a sorprendere. Del Vignola che tenta la rovesciata. Nel portafoglio conserva minuscoli foglietti su cui appunta le barzellette più esilaranti.

Maurizio CrozzaMaurizio Crozza

Come ha rivelato Francesco Verderami sul «Corriere della Sera Magazine» del 26 marzo 2009, «Quando Veltroni ancora segretario del Pd, scoprì il segreto del suo vice, promise di presentargli Gigi Proietti "il più talentuoso a raccontare barzellette"». Nel weekend si presenta ai comizi e in televisione nella tenuta informale inaugurata con successo dall'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne: via giacca e cravatta, semplice pullover blu sopra la camicia, pantaloni sportivi e Clarks scamosciate ai piedi. Duetta in diretta con Maurizio Crozza a Ballarò: «Possiamo definirla un segretario co.co.co.?». «Meglio co.co.pro.». «Ha mai cominciato un comizio dicendo: "Ce l'ho duro"?». E lui, autoironico: «Posso provare, però non vorrei che dopo facessero le verifiche».

Incassa bonario le prime malignità tricologiche su Dagospia: «Hai notato che Franceschini è tinto né più né meno di Berlusconi, solo di una tonalità più color mosto di quella alla Moira Orfei usata dal Cavaliere? Leader divisi su tutto, ma uniti nei cachet per "ravvivare"».
Confessa con disinvoltura le sue preferenze musicali da bravo ragazzo: Mina, De Andrè, Dalla, De Gregori.

Eppur si muove, Dario l'anti leader. Forse proprio per questo piace. E spinge Silvio Berlusconi ad ammettere: «Buca il video con quella faccia da bravo ragazzo». Suscitano fiducia la sua precarietà, l'essere entrato in campo a sorpresa, la curiosità di non vederlo come sempre a scaldare la panchina. Ha scritto Ilvo Diamanti su «Repubblica» del 22 febbraio 2009: Penso che abbia un profilo adatto a guidare il Partito democratico. Il più lontano dal modello-Berlusconi. E dal gruppo dirigente che ha guidato il Pd e i partiti da cui proviene.

Romano ProdiRomano Prodi

Rispetto a Berlusconi, è proprio l'opposto. Non è mediatico, telegenico, imprenditore, anziano, potente, ricco. Cattolico ma non teodem. Rispetto agli altri leader del Pd: non è un ex. Al massimo: dirigente del Movimento giovanile della Dc. La sua ascesa politica avviene attraverso il Partito popolare e quindi: la Margherita, l'Ulivo e il Pd. Insomma una storia vissuta dentro la seconda Repubblica. Non è neppure un capo corrente o un cospiratore. Insomma: non è un Caimano e neppure uno Scorpione. Ma neanche un Americano.

Dopo tutto, Franceschini. Come nella celebre pubblicità del Fernet Branca. Un digestivo per il Pd. Ma che cosa è dovuto succedere al Pd per sbattere fuori squadra Veltroni-Platini e affidarsi a Franceschini-Vignola?

È successo di tutto. E tutto nel giro di meno di due anni. Si sciolgono i partiti eredi della Dc e del Pci. Nasce il Partito democratico, creatura di Romano Prodi. Walter Veltroni rinuncia ad andare in Africa e si fa eleggere segretario del Pd con fantasmagoriche e scontate primarie. Poi terremota il governo di centrosinistra fino a farlo cadere. Rottama Prodi, che finisce - lui sì - in Africa per conto dell'Onu non si sa bene a far che. Berlusconi stravince le elezioni politiche e tutte le altre di seguito (gli mancano, almeno per ora, solo le primarie del Pd).

Sindaci, governatori, parlamentari del Pd finiscono indagati o in manette per tangenti. Il partito si dilania e affonda anche in Sardegna, ultima trincea democratica. Veltroni saluta e se ne va. «La realizzazione di un sogno per la democrazia italiana» (Veltroni), «Un progetto straordinario» (Rutelli), «Un evento eccezionale» (Prodi), «Un'esigenza non solo italiana, ma di tutta l'Europa» (D'Alema), «Un partito che serve al Paese» (Fassino).

Così dicevano del Pd, che invece in breve tempo è trasfigurato in un incubo. L'entusiasmo è declinato in disillusione, sconforto, diserzione. Fino a che l'allenatore non si gira verso la panchina e fa cenno con il capo: su, Franceschini, tocca a te. E mentre il panchinaro si scalda, davanti agli occhi dello stesso allenatore, dei compagni

di squadra, dei tifosi e degli spettatori tutti, persino degli avversari, non possono che scorrere i primi due anni di tormentata esistenza del Pd. Fotogrammi, ricordi, facce viste, frasi sentite e cose pensate. Certezze frantumate dal tempo, episodi poco chiari illuminati ora da una luce retroattiva. Lezioni da trarre, errori da non ripetere. Perché la partita non è ancora finita.

 

 

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