
E MANGIAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE – LO SKIPPER GIOVANNI SOLDINI SULLA CUCINA DURANTE LA NAVIGAZIONE: “UN BUON PIATTO DI PASTA HA IL POTERE DI FARTI SENTIRE A CASA ANCHE A CAPO HORN” – “IN BARCA OGNI RISORSA È LIMITATA. CON UN SOLO BICCHIERE D’ACQUA SI POSSONO FARE MIRACOLI IN CUCINA SE SI HA UNA PENTOLA A PRESSIONE” – “QUANDO HO RITROVATO ISABELLE AUTISSIER, NAUFRAGATA NEL PACIFICO, LE HO PREPARATO UNA PASTA. E LEI SI È SENTITA AL SICURO, COME A CASA”
Estratto dell’articolo di Eleonora Cozzella per “La Repubblica”
«La cucina è una forma di cura per sé stessi e per gli altri. Non si tratta solo di nutrirsi, per questo anche nelle regate in solitaria, mi sono sempre rifiutato di usare cibi liofilizzati. Un buon piatto ha il potere di farti sentire a casa anche a Capo Horn». Giovanni Soldini è alla vigilia di una nuova avventura, una barca costruita con Ferrari, con cui a inizio 2026 tornerà in mare. […]
Non si sottrae, invece, a parlare di cibo, ricordi in mezzo all’oceano e sostenibilità con Il Gusto , domani in edicola con Repubblica. […] «la pasta è un porto sicuro gastronomico, un sapore che fa sentire casa, anche a migliaia di miglia di chilometri dalla costa», dice. E, tra i tanti momenti ormai storici della sua carriera (due giri del mondo in solitaria e record su rotte leggendarie – dalla New York-San Francisco via Capo Horn alla Hong Kong-Londra della Rotta del Tè), rimarrà impresso nella memoria degli appassionati il salvataggio della collega francese Isabelle Autissier, naufragata a sud di Capo Horn.
Era il 1999 e durante la regata Around Alone, mentre affrontava il Pacifico in solitaria, decise di deviare la rotta per salvarla. Un gesto di eroismo silenzioso, premiato con la vittoria della tappa e con l’ammirazione del mondo intero. Anni dopo, Autissier scherzerà sul suo salvataggio dicendo: «Sono stata fortunata. Oltre a salvarmi, Giovanni cucinava benissimo».
giovanni soldini isabeLlE autissier
C’è un cibo che, più di altri, le ha restituito la forza nei momenti critici?
«Quando ho ritrovato la mia amica Isabelle, naufragata nel Pacifico, le ho preparato una pasta. Credo la più buona della vita. E lei si è sentita al sicuro, come a casa».
In barca ogni risorsa è limitata. Come si traduce questo principio nella sua cucina? È una forma di sostenibilità che potremmo adottare anche a terra?
«Con un solo bicchiere d’acqua si possono fare miracoli in cucina se si ha una pentola a pressione. In barca si è rivelata particolarmente preziosa, ma a terra vale lo stesso discorso. Io non cucino più senza e non mi spiego perché non la scelgano tutti. È vantaggiosa sotto ogni aspetto. Consente un risparmio di oltre l’80% di acqua che, se calcolato su ogni famiglia per un anno, significa miliardi di litri. E poi si riducono i tempi di cottura e con loro cala anche il consumo di energia, come ad esempio il gas, che si abbatte di circa il 40% per ogni cottura. A farsi due conti…».
[…] In che modo organizza la cambusa, quindi la spesa prima della partenza e i menu da regata?
«In genere organizziamo la spesa suddividendola in pacchi, uno per ogni settimana di navigazione, anche per distribuire più agevolmente i pesi a bordo. Non disponendo di un frigorifero, carne e pesce sono esclusi dal menu. Frutta e verdura anche sono un lusso e vengono caricate solo in piccole quantità da consumare nei primi giorni di navigazione prima che deperiscano. Riso, pasta, legumi, cereali e biscotti invece sono la base della nostra dieta. L’acqua durante la navigazione è razionata: venti litri al giorno devono bastare per un intero equipaggio di sei/sette persone».
Lei è ambasciatore di Amref Health Africa e sostiene la campagna “La fame non è un gioco”. In che modo la cucina può farsi veicolo di solidarietà, anche fuori dalla cronaca?
«Lo spreco di cibo è una cosa immorale in un pianeta in cui 730 milioni di persone soffrono a causa della fame. Quindi la prima forma di solidarietà è sorvegliare le nostre abitudini, inseguendo la sostenibilità».
[…] Dopo settimane in mare, qual è la prima cosa che desidera mangiare quando tocca terra?
«Stravedo per l’osso buco con il risotto!». […]
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