leonardo maria del vecchio

LA “DINASTY” DEL VECCHIO SMENTISCE ANCHE LE TRADIZIONI POPOLARI: SI È SEMPRE DETTO CHE “LA PRIMA GENERAZIONE CREA, LA SECONDA MANTIENE, LA TERZA DISTRUGGE”. AGLI EREDI LUXOTTICA, NE È BASTATA UNA: SE LA QUERELLE EREDITARIA FINISSE CON UN LIBERI TUTTI, IL CONTROLLO DEL COLOSSO “ESSILUX” SAREBBE IN MANO FRANCESE – LA PROFEZIA DI GIANNI AGNELLI, AVVERATA DAL NIPOTE JOHN ELKANN: “ALLA FINE SARÒ RICORDATO COME UNO CHE HA VENDUTO QUEL CHE MI HA LASCIATO IL NONNO” – LE AMBIZIONI (SBAGLIATE) DI CARLO DE BENEDETTI E IL PROGETTO FALLITO DI ENRICO CUCCIA PER I MARZOTTO…

Estratto dell’articolo di Stefano Cingolani per “il Foglio”

 

gianni agnelli

Gianni Agnelli aveva un cruccio che lo ha accompagnato per tutta la seconda parte della sua vita: “Alla fine sarò ricordato come uno che ha venduto quel che mi ha lasciato il nonno”, confessava ai pochissimi intimi.

 

Da quando nel 1966 aveva preso le redini dalle mani di Vittorio Valletta, salutato con tante grazie (al Professore, come lo chiamavano, si spezzò il cuore e morì un anno dopo), tentò più volte di maritare la Fiat.

 

La prima con la Citroën, in pieno accordo con la famiglia Michelin che controllava quell’azienda molto chic; si mise di traverso Charles de Gaulle ancora scosso dal Maggio ‘68. Poi arrivarono la Ford nel 1985, quando la Fiat era al culmine del successo, e la General Motors nel 2000 quando s’avvicinava il collasso.

 

Infine la Peugeot, ma ormai l’Avvocato non c’era più, al comando era giunta la quinta generazione guidata da un nipote che non si chiama Agnelli. La vicenda viene in mente ora che i Del Vecchio vogliono vendere, anche se sono solo la prima generazione.

GLI EREDI DI LEONARDO DEL VECCHIO

 

In realtà era stato lo stesso Leonardo a sistemare oltralpe la sua Luxottica, tuttavia in Essilux, società di diritto francese, le leve del comando sono per ora in mani italiane. Se la querelle tra gli otto eredi finisse con un liberi tutti, come sembra, sarebbe un clamoroso caso di estinzione prima del tempo.

 

Lo storico americano David S. Landes ha scritto che si può parlare di dinastia solo se una famiglia supera la terza generazione. Pochissimi in Italia ci sono riusciti, secondo il detto popolare che “la prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge”.

 

Se diamo uno sguardo a quel che è accaduto negli ultimi tre decenni, non possiamo non restare colpiti. Tutte le grandi imprese private sono cadute o sono state vendute. In trent’anni sono scomparsi i protagonisti dell’auto, della chimica, dell’acciaio, del tessile, del petrolio, del cemento, delle telecomunicazioni, dell’elettronica di consumo, degli elettrodomestici.

 

Nello stivale domina il piccolo è bello, gli italiani non reggono l’industria su vasta scala, tanto meno se multinazionale? C’è della verità in questo luogo comune, tuttavia nel secolo scorso non è stato così.

 

gianni agnelli john elkann

La Fiat a metà degli anni ‘80 aveva superato la Volkswagen. La Olivetti ha inventato il primo personal computer, però l’ha subito mollato. La Montecatini ha introdotto la plastica negli usi quotidiani. Pirelli era tra le prime in assoluto nella gomma. Ferruzzi influenzava il mercato mondiale dei cereali. Merloni introduceva nuove lavatrici.

 

Le biblioteche sono zeppe di volumi sull’ascesa e la caduta dei grandi imperi, ma sono tutte storie politiche, da Edward Gibbon nel ’700 che ce l’aveva con il cristianesimo a Daron Acemoglu ai giorni nostri il quale se la prende con le istituzioni.

 

Pochi hanno analizzato invece i destini degli imperi economici. Ogni vicenda è diversa anche perché diversi sono gli eroi e gli antieroi, eppure ci sono molti punti di contatto.

 

Il primo è la proprietà che diventa incerta quando si apre all’ingresso di nuovi capitali e di uomini ai quali viene affidata la gestione, ma soprattutto quando deve affrontare il passaggio a nuove generazioni.

 

Il secondo è la hybris che riguarda sia il “padron delle ferriere” sia il manager. C’è poi la politica che nel caso italiano si intromette sempre; per tenerla buona gli industriali hanno comprato i giornali, ma non è mai bastato.

 

umberto e gianni agnelli

Ultimo, certo non per importanza, è lo sviluppo tecnologico: quando sfugge di mano, quando è troppo avanti per le capacità dell’impresa di adattarsi, allora cominciano i guai.

 

[…]

 

Nella caduta dell’impero automobilistico italiano, il fattore dinastico ha svolto un ruolo particolarmente drammatico. Gianni era stato prescelto anche perché Umberto era troppo giovane e in casa vigeva la legge salica come nella monarchia sabauda: mai una donna al comando.

 

L’Avvocato ha avuto un figlio che sembrava l’ultimo dei Buddenbrook, ben altre erano le sue passioni e con i genitori assenti, viveva praticamente con lo zio materno Nicola Caracciolo di Castagneto, detto “il principe verde” per il suo ecologismo e la battaglia contro il nucleare.

 

Un’esistenza breve, inquieta e carica di dolore spinse Edoardo al suicidio nel 2000 quando aveva 46 anni. Con la figlia Margherita i rapporti famigliari erano persino peggiori (e lo sono rimasti). Sembrava che la sfortuna girasse a favore di Giovanni Alberto detto Giovannino, figlio di Umberto, un ragazzone che aveva in tutto e per tutto il physique du rôle, però venne stroncato dal cancro nel 1997 a soli 33 anni.

john elkann gianni agnelli edoardo agnelli

 

In realtà, un’altra personalità avrebbe potuto guidare la famiglia: Susanna detta Suni, ma era appunto una donna.

 

L’Avvocato è morto nel 2003, un anno dopo se ne è andato anche il fratello e la Fiat era allo sbando. Scadeva il prestito concesso dalle banche che sarebbero diventate certamente azioniste con il 25 per cento, in casa il top manager Giuseppe Morchio ambiva a prendere il comando, fuori Roberto Colaninno (passato da Telecom alla Piaggio) studiava un colpo gobbo.

 

John Jacob Elkann detto Jaki è sì un duro dietro quel suo viso da fanciullo, ma era ancora acerbo. In quel fatale 2005, è stata Suni a tirar fuori dal cappello Luca di Montezemolo mentre il fido consigliere Gianluigi Gabetti aveva in serbo Sergio Marchionne.

 

Il resto è cronaca, anche giudiziaria. Il testamento dell’Avvocato viene contestato da Margherita che si schiera contro la memoria della madre e contro i figli avuti da Elkann per sostenere quelli con il nobile russo Serge de Pahlen. Una tragedia greca ambientata nel Canton Ticino.

 

la famiglia marzotto - Paolo, Giannino, Laura, Umberto, Vittorio, Italia e Pietro

A superare la terza generazione sono stati i Marzotto, ma anche il loro impero della lana si è dissolto quando una dinastia troppo larga ha perduto il senso dell’appartenenza e della missione. E pensare che Enrico Cuccia aveva già preparato una delle sue tortuose strategie per trasformare la storica famiglia che aveva cominciato a filare la lana a Valdagno nel 1836, nella versione italiana di LVMH.

 

L’idea era fondere la Marzotto e la finanziaria Hpi, operazione chiamata anche Supergemina perché coinvolgeva la Gemina società finanziaria che faceva capo a Cesare Romiti e famiglia.

 

L’azionariato sarebbe stato in mano ai “soliti noti”: Fiat, famiglie Marzotto (attenti al plurale), Mediobanca, Pesenti, il re del rame Orlando, Pirelli, Lucchini e non potevano mancare le Generali. Durò lo spazio di una primavera da marzo a maggio del 1997. Da allora tutto è precipitato.

 

PIETRO MARZOTTO

Cinque anni dopo la Hpi diventata Hdp ha venduto Valentino a Marzotto che controllava anche la tedesca Hugo Boss, ma i numerosi parenti hanno sfiduciato Pietro Marzotto che cercava di tenerli insieme. Luigi, Gaetano senior, Vittorio Emanuele, Gaetano junior, Pietro fino al bel Matteo: due secoli, sei generazioni, una dinastia finita in pezzi, “cose da operetta” aveva detto l’ultimo “sior conte” prima di morire nel 2018, inacidito dalle beghe tra sette fratelli e una miriade di cugini.

 

Oggi chi fa vino, chi compra e vende case, chi è nel turismo (era loro la catena Jolly Hotel), la casa madre è stata acquisita da Antonio Favrin ex top manager del gruppo, a Valdagno è rimasto il ricordo del quartiere operaio, la città fabbrica o forse la fabbrica città. Si è dissolta anche la giovane dinastia Merloni, dilaniata dalle faide soprattutto dopo la morte di Vittorio nel 2016, e gli elettrodomestici sono finiti ai turchi passando per gli americani.

 

adriano olivetti

[…] La parabola discendente della Olivetti comincia con la morte nel 1960 di Adriano figlio del fondatore Camillo. Seguono quasi vent’anni di occasioni mancate con un azionariato, costruito da Cuccia, composito (Mediobanca, Fiat, Pirelli, Imi, la Centrale finanziaria) quanto distratto, certo non disposto a investire i capitali necessari a sostenere la rivoluzione digitale.

 

Nel 1978 arriva Carlo De Benedetti.  Un uomo solo al comando sembra la soluzione migliore grazie alla “virile presenza dell’imprenditore” come dirà Bruno Visentini che aveva presieduto l’azienda. Solo che il vir non si accontenta, come vedremo. “Tutte le volte che gli furono proposte operazioni che l’avrebbero portato al vertice del potere prevalse la volontà di andare subito all’incasso”, ha scritto di lui il finanziere Francesco Micheli che gli è stato vicino.

 

[…]

 

carlo de benedetti

C’entra eccome la politica nell’irresistibile ascesa e nella altrettanto ardita discesa di Carlo De Benedetti che nella sua vita ha comprato e venduto senza interruzione: la Fiat nel 1976 quando per 100 giorni era amministratore delegato, il Banco Ambrosiano con un vero mordi e fuggi, l’Olivetti, la Buitoni, Omnitel, La Repubblica, voleva acquisire la Société Générale de Belgique sfilandola all’establishment finanziario franco-belga ed è cominciato il tracollo.

 

L’Ingegnere ha fatto l’industriale, anche con successo, alla Olivetti e nei telefonini, ha scritto Paolo Bricco in un suo documentatissimo libro, però la vocazione e l’istinto del finanziere lo hanno guidato e anche ingannato, come è successo con la politica. Si è presentato da capitalista duro e puro, ma aperto al Partito comunista. E non glielo hanno perdonato né la destra Dc né il Psi craxiano, mentre Agnelli non gli perdonava il tentativo di scalare addirittura la Fiat. Era quasi naturale che Berlusconi diventasse il suo nemico numero uno. Il Partito democratico del quale (così disse) aveva la tessera numero uno non è mai riuscito a difenderlo (e molti non hanno nemmeno voluto farlo).

 

[…]

 

Gli imperi tricolore si sono estinti quasi tutti anche per l’incapacità di tener testa all’onda che porterà alla nuova rivoluzione industriale. Vale per la Fiat e l’automobile, per la chimica di base, per l’acciaio da altoforno, ovunque la tecnica si sposa con l’ambiente e dove i confini dell’industria non sono più quelli nazionali. La globalizzazione dagli anni ‘90 in poi ha mostrato i limiti e le debolezze della grande industria italiana mentre ha offerto nuove opportunità alla piccole e medie imprese esportatrici.

 

JOHN ELKANN - CARLO DE BENEDETTI

Ma la vicenda che più racconta la perdita del treno high tech è quella della Olivetti. De Benedetti ci aveva provato alleandosi con la At&T, nella speranza di poter usufruire di tutto quel ben di Dio contenuto nei laboratori del colosso americano.

 

Non è andata così. E l’Ingegnere ancor oggi si rimprovera di non aver investito nella Apple quando Steve Jobs glielo aveva proposto. Soprattutto non ha avuto la necessaria forza paziente, voleva tutto e subito, mentre l’onda tecnologica è lunga e costosa: c’è voluto un decennio prima che i computer aumentassero produttività e profitti.

 

Anche CDB ha avuto un problema per così dire dinastico. Rodolfo, il figlio che ha preso in mano le redini, ha altre idee, è lui che ha voluto la vendita del gruppo Espresso (o meglio Gedi come poi si è chiamato), concentrando la CIR, la holding di famiglia, sulle cliniche e sulle componenti per l’auto. E’ poco rispetto a quel che fu, ma i sogni si sono infranti per sempre.

 

rodolfo de benedetti

La caduta dei grandi gruppi ha deindustrializzato l’Italia? No, alla fine è prevalso il modello che oggi chiameremmo populista. Mentre l’Assemblea costituente metteva insieme cattolici, socialisti, comunisti e un drappello di liberali, vennero consultati alcuni protagonisti di quella che sarà la ricostruzione.

 

Si confrontarono subito due linee, la prima voleva puntare sulla piccola e media industria, perché “l’Italia è un popolo di artigiani”, la seconda invece faceva perno sulla grande impresa, quella vecchia e quella nuova. Fu Valletta a tagliare il nodo: si mise a costruire a più non posso auto, treni veloci, camion, aerei, sostenne l’Autostrada del Sole e poi la nazionalizzazione dell’energia elettrica con Fanfani e i socialisti. L’Italia è ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, ma senza l’impulso di grandi imprese rischia di restare un paese gregario, un portatore d’acqua.

L IMPERO DELLA FAMIGLIA DEL VECCHIORODOLFO, CARLO, EDOARDO E MARCO DE BENEDETTIRODOLFO DE BENEDETTI MONICA MONDARDINI JOHN ELKANNgianni agnelli valletta mosca 1966

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