LE VITTIME DELLA GUERRA DI TRUMP SIAMO NOI – IL TYCOON ANNUNCIA UN “D-DAY ECONOMICO” CONTRO L’IRAN, PER METTERE IN GINOCCHIO GLI AYATOLLAH. A PAGARE PERÒ NON SARÀ SOLO IL REGIME, FIACCATO MA MAI PIEGATO DA ANNI DI SANZIONI, MA L’EUROPA. E L’ITALIA IN PARTICOLARE – IL NOSTRO PAESE È QUELLO PIÙ ESPOSTO, PER COLPA DI UN MIX ENERGETICO POCO EQUILIBRATO. LA SPAGNA HA LE RINNOVABILI, LA FRANCIA IL NUCLEARE. E NOI C’ATTACCHIAMO AL GAS...
1 - TRUMP SCATENA LA “ECONOMIC FURY” “CONTRO L’IRAN SANZIONI DEVASTANTI”
Estratto dell’articolo di Francesco Semprini per “la Stampa”
giorgia meloni e donald trump al vertice nato di ankara - foto lapresse
La guerra all'Iran cambia arma. Dopo i missili, i raid e il confronto sullo Stretto di Hormuz, Washington prepara una seconda fase in cui l'obiettivo non è soltanto colpire Teheran, ma strangolarne i canali di finanziamento [: meno bombe, più banche; meno obiettivi militari, più porti, assicurazioni, petroliere e transazioni.
A dare un nome a questa strategia è stato il segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha promesso per l'Iran «una combinazione di isolamento economico come il mondo non ha mai visto». Non è soltanto una nuova tornata di sanzioni. L'obiettivo è colpire le entrate di Teheran e la sua capacità di commerciare con il resto del mondo. Bessent lo ha definito un «one-two punch»: un colpo dopo l'altro, prima sul denaro e poi sul commercio.
Il secondo colpo passa da Hormuz. Il traffico attraverso lo Stretto è praticamente fermo e il contro-blocco marittimo americano diventa il complemento fisico dell'assedio finanziario.
Se le sanzioni impediscono all'Iran di vendere, incassare e trasferire denaro, il controllo delle rotte rende più difficile anche far arrivare e partire le merci. È la stessa pressione esercitata su due lati: sul conto corrente e sulle navi.
LA MAPPA DELLO STRETTO DI HORMUZ NUOVO TERRITORIO AMERICANO PUBBLICATA DA TRUMP
Per Teheran il problema è soprattutto il petrolio. Le esportazioni sono una delle principali fonti di valuta del Paese e il greggio continua a rappresentare la leva economica più importante a disposizione del regime. Colpire i flussi petroliferi significa quindi colpire la capacità dello Stato iraniano di finanziare le proprie attività, sostenere la moneta, pagare importazioni e mantenere in piedi una macchina economica già sottoposta da anni alle sanzioni.
Ma la nuova offensiva americana non si ferma ai barili. La rete è molto più ampia. Washington può intervenire sulle banche che gestiscono i pagamenti, sulle compagnie che assicurano le navi, sugli intermediari che facilitano le transazioni, sui porti utilizzati per le esportazioni e sulle società che forniscono servizi alla flotta commerciale. Il punto è rendere ogni passaggio più costoso, rischioso o impossibile.
RAGGIO D'AZIONE DEI MISSILI IRANIANI
È una guerra economica che non ha bisogno di un bersaglio visibile. Un missile può distruggere una raffineria in pochi secondi; una sanzione può impedire per settimane a una compagnia di assicurare una nave, a una banca di autorizzare un pagamento o a un importatore di ottenere valuta. Teheran conosce già gli effetti di questa pressione. Le misure americane adottate negli anni hanno contribuito a indebolire il rial, alimentare l'inflazione e rendere più costose le importazioni. L'aumento dei prezzi e il deterioramento delle condizioni economiche sono stati tra i fattori che hanno alimentato le proteste di dicembre e gennaio. Ora Washington torna a spingere sulla stessa leva, ma con una pressione più coordinata e con Hormuz dentro la strategia.
È questo il punto che distingue la nuova fase. Le sanzioni, da sole, possono essere aggirate. Le merci possono cambiare intermediario, le navi bandiera, le transazioni banca. Ma quando alla pressione finanziaria si aggiunge quella sulle rotte commerciali, lo spazio di manovra si restringe.
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Il rischio, naturalmente, è che la stretta non resti confinata all'Iran. Hormuz è una delle arterie energetiche più importanti del pianeta e qualsiasi interruzione prolungata ha effetti sui prezzi del petrolio, sui costi dei trasporti e sull'inflazione internazionale. La guerra economica americana può quindi produrre conseguenze ben oltre i confini iraniani, proprio perché passa da uno dei principali snodi del commercio mondiale.
Per Teheran il problema è allora doppio. Da una parte deve sostenere il confronto militare e difendere il proprio territorio; dall'altra deve impedire che la pressione economica si trasformi in una crisi interna. È una partita nella quale il tempo può diventare un'arma americana: più a lungo durano il blocco e le restrizioni, maggiore è il costo per un'economia già fragile.
Washington sembra puntare esattamente su questo. Non soltanto distruggere infrastrutture o colpire obiettivi militari, ma rendere sempre più difficile per l'Iran continuare a funzionare come prima. La nuova arma passa dai mercati più che dai cieli, dalle banche più che dai bombardieri. Dopo Epic Fury, dunque, arriva la fase dell'Economic Fury. Il campo di battaglia si allarga: dal cielo di Teheran alle piattaforme petrolifere, dai centri di comando alle banche, fino alle acque di Hormuz. Il primo colpo può fare rumore. Il secondo no. Ma è quello che può decidere quanto a lungo l'Iran sarà in grado di sostenere la guerra.
DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI -. MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA
2 - LUCREZIA REICHLIN - “ORA RISCHIAMO UNA CRISI GLOBALE SU ENERGIA E MERCATI FINANZIARI IN ITALIA INFLAZIONE SOPRA IL 3%”
Estratto dell’articolo di Marco Varvello per “la Stampa”
Nel giorno in cui in Italia il prezzo della benzina supera di nuovo i due euro Donald Trump annuncia un «D-Day economico» contro l'Iran. Paragone dunque iperbolico, alla sua maniera, con lo sbarco in Normandia per minacciare un'offensiva totale di sanzioni e altre misure. Obiettivo: strangolare l'economia del regime degli Ayatollah colpendo non soltanto le esportazioni di petrolio ma anche i Paesi che continuano a commerciare in qualunque forma con Teheran.
Quanto rischiamo di pagare tutti per questa escalation, Europei in testa?
«Se alle parole Trump farà seguire interventi mirati, ad esempio sulle transazioni finanziarie iraniane, si rischia un nuovo choc come quello del 2022 dopo l'attacco all'Ucraina, sia sui prezzi dell'energia che sul sistema finanziario globale» commenta da Londra Lucrezia Reichlin, economista, docente alla London Business School [...]
«Sul fronte dell'energia questo prolungato braccio di ferro nel Golfo accentuerà quanto già visto nell'ultimo anno – continua Reichlin– Non è tanto il prezzo del Brent a preoccupare, quanto l'indotto, cioè tutta la filiera a valle. La capacità produttiva degli impianti di raffinazione è infatti stata molto ridotta, la logistica disarticolata. Il gas costa il doppio di un anno fa. Non è solo questione di prezzi ma anche di scorte, tanto più andando verso l'inverno».
[...] La guerra economica totale di Trump minaccia dunque anche tutti i Paesi che ancora commerciano o hanno relazioni finanziarie con l'Iran. Il convitato di pietra in questo caso è la Cina, tuttora maggiore importatore di greggio iraniano. Non a caso da Teheran hanno commentato: «È una forma di terrorismo che minaccia l'economia globale».
«Le sanzioni secondarie hanno effetti a largo raggio — commenta Reichlin —. Basta l'annuncio: le banche rallentano pagamenti e operazioni in valuta prima ancora che la misura entri in vigore, per timore di ripercussioni americane. Ma il freno morde soprattutto dove l'esposizione è rimasta — banche cinesi, indiane, turche, del Golfo.
Per l'Europa il canale principale è l'assicurazione e la riassicurazione marittima, dove Londra e il continente restano il fornitore mondiale e quindi il braccio operativo delle sanzioni altrui. Il rischio di fondo è la frammentazione: la costruzione di sistemi paralleli come assicurazione contro l'esclusione. La Cina l'infrastruttura l'ha già costruita: oggi pesa poco, ma è pronta.
L'Europa e la Bce devono fare lo stesso — un'infrastruttura di pagamento in euro che non dipenda da un'autorizzazione americana». Di fronte a questi scenari geopolitici la preoccupazione più immediata rimane comunque quella del peso sulle nostre tasche. Cioè su noi cittadini dei Paesi che maggiormente dipendono dalle importazioni di prodotti energetici dell'area del Golfo.
«Gli Stati Uniti sono esportatori di energia, possono dunque anche beneficiare di questa crisi. A pagarne di più le conseguenze sono i Paesi importatori di energia, cioè appunto quelli asiatici ed Europei – prosegue l'economista –. Maggiore inflazione, contrazione della domanda, tasso di crescita in calo. Effetti che vanno a braccetto in questa tempesta perfetta che arriva dal Medio Oriente.
«Purtroppo l'Italia è il Paese più esposto in Europa – ricorda Reichlin –. È noto che gli altri hanno un mix energetico più equilibrato del nostro. La Spagna, ad esempio, grazie alle rinnovabili o la Francia grazie alla scelta sul nucleare. Per esempio, nei primi mesi del 2026, in Spagna e in Portogallo il gas ha fissato il prezzo dell'elettricità nel 15 per cento delle ore; in Italia nel 90 per cento».
Eppure – obiettiamo – per ora l'impatto del costo dell'energia non si è fatto sentire sull'inflazione in Italia, che rimane più bassa della media dell'Eurozona.
«È vero ma solo per un motivo tecnico che andrà ad esaurirsi – risponde l'economista –. L'intervento dell'ARERA (Autorita'di regolazione Energia Reti e Ambiente ndr) ha spalmato infatti gli aumenti, rallentando l'impatto sulle statistiche. Lo schock è ritardato ma le previsioni della Commissione europea parlano chiaro: entro il 2026 l'inflazione italiana andrà al 3, 2 per cento, sopra dunque la media europea e ben al di là del target virtuoso del 2 per cento".
meme pubblicato da donald trump contro giorgia meloni
Difficile anche sperare in interventi fiscali o di finanza pubblica per attutire questo aumento: «È facile piuttosto prevedere che la Banca centrale europea aumenterà i tassi di interesse già a settembre – spiega Reichlin –. Vincoli di bilancio dunque ancora più stringenti, margini di manovra per il governo italiano ancora più ridotti».
In questo quadro preoccupante, legato a crisi internazionali che ci coinvolgono nei danni, non nelle scelte, che possibilità dunque di intervento abbiamo come Paesi europei? «Serve uno strumento europeo per le interconnessioni e regole europee che sblocchino autorizzazioni e allacciamenti. Il resto — accumuli ed eolico, al ritmo almeno con cui li installa la Spagna — dipende da noi».





