LO ZIO SAM È INDEBITATO FINO AL COLLO. E ANCHE NOI PAGHEREMO IL CONTO – IL DEBITO PUBBLICO STATUNITENSE HA RAGGIUNTO QUASI I 40 MILA MILIARDI DI DOLLARI (IN AUMENTO DI DUEMILA MILIARDI IN UN ANNO), OVVERO IL 123% DEL PIL USA. UNA CIFRA CHE ASSORBE IL 20% DELLE ENTRATE FISCALI AMERICANE, CON ONERI PER INTERESSI DA OLTRE MILLE MILIARDI – QUESTO SI RIFLETTE SULL’ECONOMIA GLOBALE PERCHÉ IL DOLLARO RESTA LA RISERVA DI RIFERIMENTO E RENDIMENTI PIÙ ALTI ALZANO IL COSTO DEL CREDITO E RIDUCONO LA LIQUIDITÀ MONDIALE...
Estratto dell’articolo di Vito Lops per “Il Sole 24 Ore”
Tic tac. Tic tac. Il debito statunitense avanza inesorabile, come un orologio svizzero, verso livelli inesplorati. A inizio mese ha raggiunto 39.400 miliardi di dollari. In dodici mesi è aumentato di circa 2.000 miliardi. Di questo passo, alla vigilia delle elezioni di midterm di novembre, avrà superato la soglia dei 40mila miliardi.
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In rapporto al Pil siamo al 123%. Gli Stati Uniti, prima economia al mondo ed emittente del dollaro, valuta di riserva globale che attribuisce ancora a Washington il “privilegio esorbitante”, sembrano entrati nel circolo vizioso del debito. Come l’Italia degli anni ’90 e il Giappone. Quello in cui gli interessi passivi assorbono una fetta sempre più consistente delle entrate fiscali e sottraggono spazio a crescita e investimenti. […]
Gli interessi passivi hanno infranto la barriera dei 1.000 miliardi, superando persino le spese per la difesa. Un sorpasso simbolico: gli Stati Uniti spendono più per remunerare i creditori che per finanziare il Pentagono.
Il problema non resta confinato ai conti pubblici americani. I Treasury sono il perno del sistema finanziario globale: asset privo di rischio, collaterale di mercato, riferimento per valutare azioni, bond corporate, mutui e prestiti. Se il debito Usa diventa più costoso da finanziare, cambia il prezzo del denaro per l’intero sistema. Rendimenti più alti alzano il costo del credito e riducono la liquidità globale.
Per spezzare questa spirale, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato una strada precisa: crescita reale al 3% accompagnata da un rientro del deficit al 3% del Pil. Sul primo punto l’economia americana continua a sorprendere per resilienza: dal 2009 ha conosciuto solo la recessione lampo del 2020. Sul secondo punto la distanza resta ampia. Il deficit del 2026 viaggia intorno al 6% del Pil, che sembra diventato il “new normal” della finanza pubblica americana.
Deficit di questa dimensione appartengono di solito a guerre, recessioni profonde o crisi finanziarie. La domanda diventa inevitabile: cosa accadrebbe ai conti pubblici in caso di rallentamento economico e di minori entrate fiscali?
La regola del 3%, formalizzata nei trattati di Maastricht, non poggia su basi scientifiche. Resta però un vincolo di prudenza, soprattutto in un regime privo di vincoli aurei o di altri limiti esterni alla creazione di moneta. Questa regola non appartiene più alla grammatica fiscale americana, che in passato era stata molto più attenta: dal dopoguerra il deficit federale è stato in media pari al 2,62% del Pil.
È dentro questo quadro che si trova a operare il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh. Il suo predecessore Jerome Powell ha definito «insostenibile» la traiettoria del debito.
A rendere il meccanismo più fragile è anche stato il maggior ricorso negli ultimi anni alle scadenze brevi, usate per assorbire una parte crescente del fabbisogno senza affollare troppo la parte lunga della curva.
Il risultato è un debito che va rifinanziato di continuo: circa un terzo del debito negoziabile detenuto dal pubblico scade entro dodici mesi. Nel frattempo è cresciuto il tasso medio sullo stock, salito nel 2026 al 3,39%dall’1,48% di cinque anni fa.
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Trump, Bessent e Warsh hanno quindi una gatta difficile da pelare. Il vecchio privilegio esorbitante del dollaro resiste, ma mostra crepe sempre più visibili. Lo dimostra anche lo storico sorpasso dell’oro sui Treasury nelle riserve delle banche centrali: alla fine del 2025 il metallo giallo ha superato i titoli di Stato Usa come principale asset, con una quota intorno al 27% contro il 22% dei Treasury.
Senza un cambio di passo, debito Usa e dollaro resteranno il vero stress test della finanza globale dei prossimi anni.







