SUONALA ANCORA, SONNY – MARCO MOLENDINI RICORDA IL GRANDE SASSOFONISTA, SONNY ROLLINS, MORTO A 95 ANNI: “LA NOSTALGIA DELL'ULTIMO GIGANTE DEL JAZZ HA UN SUONO INDELEBILE. È LA VOCE DEL SUO SAX TENORE MASCHIO, GIOIOSO, IRRESISTIBILE. È IL SUONO DI UN'AMERICA ESEMPIO DI CREATIVITÀ, NON DI STUPIDA PREPOTENZA COME OGGI. È IL SUONO INDELEBILE DI UNA SERA DI QUARANT'ANNI FA AL TEATRO OLIMPICO DI ROMA: ENTRA IN SCENA CARACOLLANDO COME SEMPRE, IMBOCCA IL SAX, ESPONE UNA FAMOSA CANZONE DEI TEMPI DORO DI BROADWAY, ‘I’LL BE SEEING YOU’, E LA TRASFORMA IN UN IPNOTICO DELIRIO, IMPROVVISANDO PER 20 MINUTI DI FANTASIA” – I PROBLEMI AI POLMONI CHE LO COSTRINSERO A MOLLARE IL SAX TENORE E I RACCONTI SULLA DROGA: “LA USAVAMO COME FOSSE L’ALCOL. MA PER NOI NERI ERA ANCHE UNA SCELTA CONTRO LA SOCIETÀ DOMINANTE, PER SENTIRCI UNA COMUNITÀ…” – VIDEO
Marco Molendini per Dagospia
La nostalgia di Sonny Rollins, l'ultimo gigante del jazz (e, purtroppo, non è retorica ma realtà), ha un suono indelebile, è la voce del suo sax tenore maschio, gioioso, imprevedibile spesso irresistibile. È il suono della black music più autentica.
È il suono di un'America esempio di creatività, non di stupida prepotenza come oggi. È il suono di dischi logorati da anni di ascolto come i vecchi Prestige, le registrazioni con Miles Davis, con Thelonious Monk, la sfida con John Coltrane in Tenor Madness, la Freedom suite, The Bridge, Our man in jazz, East Brodway rundown.
È il suono di calypso ubriacanti, il suo territorio ritmico più profondo (i genitori erano delle Vorgin islands). È il suono indelebile di una sera di quarant'anni fa al Teatro Olimpico di Roma: Sonny entra in scena caracollando come sempre, imbocca il sax, espone una famosa canzone dei tempi doro di Broadway, la famosa, I'll be seeing you (che, a sua volta, risveglia nella memoria la versione epica di Billie Holiday), e la trasforma nel canovaccio di un ipnotico delirio improvvisando per venti minuti di fantasia a briglia sciolta fatta di invenzioni sul tema.
Un sabba sonoro, dichiarazione assoluta del potere del jazz. Aveva 55 anni, Sonny, allora. Non sapeva di essere destinato a sopravvivere a se stesso.
Non sapeva che un giorno avrebbe dovuto rinunciare al suo tenore perché i suoi polmoni non gliela facevano più per colpa di una fibrosi aggravata dall'esposizione alle polveri tossiche sprigionate dal crollo delle Torri Gemelle l'11 settembre 2001, dato che viveva a poca isolati distanza dal World Trade Center).
È stato come rinunciare a se stesso, fino a che non se ne è andato, unico sopravvissuto di una stagione in cui i miti erano destinati a morire giovani. Ricordo un pomeriggio a Woodstock nella casa immersa nel bosco in cui si era rifugiato, fra alberi e cerbiatti e il passato appeso alle pareti con i ritratti di Lester Young, Louis Armstrong e Art Blakey insieme a un’immagine di Budda.
Sonny sperava ancora di poter tornare a suonare «se questi dannati polmoni me lo permetteranno». Invece no, il Saxophone colossus tace da allora, anno 2012. Per fortuna aveva molto di cui vivere.
La New York fantastica di fine anni 40, Charlie Parker, Thelonious Monk, Miles Davis, non c'era tempo di dormire, tanta era la musica da fare, allora: «Vivevamo senza risparmi su tutti i fronti. La notte non dormivamo mai. Ricordo che per un certo periodo c’era Roy Eldridge, spettacolare trombettista, che suonava all’Half note. Il suo ultimo set cominciava alle quattro del mattino. Andavamo tutti ad ascoltarlo fino alla mattina», mi raccontò quel pomeriggio a Woodstock.
Certo, c'era la droga ad aiutare e massacrare quei talenti infiniti: «La usavamo come fosse l’alcol. Per abitudine, ma per noi neri era anche una scelta contro la società dominante, per sentirci una comunità. Un po’ come successe quando molti jazzisti si convertirono alla religione musulmana, cambiando il loro nome».
Ma Sonny non voleva distruggersi e decise di dire basta. Si chiuse in una casa di campagna nel Kentucky e non si fece più vedere finché non si liberò di tutte le dipendenze. Ne uscì pieno di energie e combattivo. Fu il primo a incidere un album chiaramente politico, primo forte richiamo all’orgoglio nero, allora inesistente. Si chiamava The freedom suite.
Nel retrocopertina volle scrivere: «La cultura americana è profondamente legata alle radici nere». L'azzardo costò caro alla Riverside, la casa discografica che aveva pubblicato quel disco. Lo ritirò dal commercio, lo ripubblicò con un altro titolo, Shadow waltz, licenziò Rollins (che, tra l'altro veniva contestato durante i concerti).
All’inizio degli anni 60 fece il giro del mondo la storia che la notte andava a esercitarsi con il suo sax tenore sull’Williamsburg bridge: «C’era un posto tranquillissimo, un angolo morto che oggi sarebbe impossibile ritrovare con il traffico che c’è. E’ stato uno dei periodi più belli e eccitanti della mia vita» racconta.
Era il tempo in cui voleva rinnovarsi al passo con il jazz in furiosa mutazione. Anche in quel caso uscì pieno di energie. Fece dischi splendidi, fece tour, arrivò anche in Italia e passò perfino in televisione, a Studio Uno (allora poteva capitare che un quartetto d'avanguardia finisse in uno show Rai) dove eseguì una formidabile versione di Non dimenticar.
Negli anni 70 il suo nome era indelebilmente nella galleria dei miti. Un giorno venne chiamato dai Rolling stones che lo volevano in un loro disco, Tattoo you (in realtà a volerlo era Charlie Watts, antico jazzfan). Quando la moglie Lucille gli riferì della telefonata, Sonny rispose: «E chi sono?».
Non era un attacco di narcisismo, non lo sapeva veramente, non gliene fregava nulla. Poi però accettò l'offerta: «Confesso: un po’ me ne sono vergognato. Per me non era grande musica. Per me lo è il jazz. Avevo paura che la gente dicesse, che fai ti dai al rock? Ma non l’ho fatto per soldi, anzi venni pagato pochissimo. Il fatto è che Lucille era una loro fan».
Ma Rollins non avrebbe mai potuto tradire il jazz, come non lo ha fatto fino a che ha potuto, andando in giro con il suo sax nei festival e nei concerti. Come quella notte del 1985 al Teatro Olimpico con quella mitologica versione di I'll be seeing you.










