CON IL PNRR IL GOVERNO AVEVA IL “BONUS” PER ABBANDONARE LA CRESCITA ZERO. E L’HA GETTATO NEL CESSO – IL RECOVERY DA 194 MILIARDI DI EURO, PARTITO CON LA PANDEMIA E IN SCADENZA PROPRIO QUEST’ANNO, È STATA UNA COLOSSALE INIEZIONE DI SPESA PUBBLICA CHE NON STA AUMENTANDO NÉ LA PRODUTTIVITÀ NÉ LA CRESCITA – PER IL DIRETTORE GENERALE DI ASSONIME, STEFANO FIRPO, “LA BASSA CRESCITA HA UNA RADICE CHE NEPPURE QUESTO GOVERNO HA SRADICATO: IL FATTO CHE LE ENTRATE GOVERNATIVE SONO IL 47,7% DEL PIL E LE SPESE SONO IL 50,8% DEL PIL. QUANDO PIÙ DELLA METÀ DEL PIL È DISTRIBUITO DALLA MANO PUBBLICA, IL MERCATO È SOFFOCATO…”
Estratto dell’articolo di Federico Fubini per www.corriere.it
C’è molta confusione sotto il cielo della politica in Occidente. L’Italia non è un’eccezione, ma è emblematica di come possa divenire strano il dibattito pubblico nelle democrazie mature.
[…] La politica può essere strana in Italia e naturalmente non è pane per i denti di questa newsletter. Ma perché essa è così strana e, francamente, confusa?
È parte della risposta da cercare nel malessere profondo nella società, prodotto da un malessere profondo nell’economia, il quale a sua volta fa impazzire sempre di più la maionese della politica? Vediamo.
Il male antico del Paese
giorgia meloni tommaso foti - foto lapresse
Prima di tutto, i fatti. Il male dell’Italia viene da lontano e gran parte dei governi vi hanno contribuito in un modo o nell’altro, ma da quanto lontano? In modo più visibile, dagli anni ’80.
Infatti per esempio dal 1975 fino al 2022 (secondo i dati più aggiornati del Maddison Project Database), il Paese non sembra un’evidente anomalia occidentale: la crescita reale per abitante in totale è del 112%, contro il 103% della Gran Bretagna, l’89% della Francia o il 125% degli Stati Uniti.
È quando invece si iniziano a guardare i tassi di crescita dal 1985 che la singolarità italiana inizia ad emergere. La crescita per abitante rallenta già molto: appena del 61% fino al 2022, adesso già meno meno della Gran Bretagna (70%) e molto meno di Spagna (132%), Stati Uniti (77%) o Germania (93%). E più ci si avvicina nel tempo più la lentezza dello sviluppo nel Paese diventa innegabile rispetto alle altre economia mature.
GIANCARLO GIORGETTI - GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE
Dal 1995 la crescita cumulata per abitante in Italia è
- 7% sotto alla Francia
- 12% sotto alla Gran Bretagna
- 22% sotto agli Stati Uniti
- 33% sotto alla Spagna
- 36% sotto alla Germania
In altri termini, in una generazione abbiamo perso un’immensità di terreno. Dal 2005 la crescita del reddito di ogni italiano in media poi è stata precisamente dello 0,2% all’anno e il diverso passo rispetto alle altre economia comparabili, per quanto anch’esse non prive di problemi, è divenuta un’emergenza nazionale (per lo più ignorata, certo).
Ma poiché in questo tempo l’indice di Gini è salito, cioè l’Italia è divenuto un Paese dalla distribuzione del reddito più diseguale, ciò significa che alcuni sono cresciuti più dello 0,2% all’anno ma per decine di milioni di italiani l’esperienza degli ultimi vent’anni è stata di decrescita.
Che infatti è ciò che mostrano tutti i dati sulla povertà o la perdita del potere d’acquisto di salari e stipendi.
[…] Ma a sua volta dove affonda le sue radici questo rallentamento secolare, protrattosi ormai per più di una generazione? Non scioglierò certo il mistero in una newsletter, ma posso indicare alcuni sintomi ben peraltro noti.
il pnrr e lo stanziamento dei fondi per settori – la stampa
Prendete la produttività totale dei fattori, per esempio: cioè la capacità del lavoro, date tutte le condizioni circostanti legate alla burocrazia, alle infrastrutture, alla tecnologia, di produrre valore in un’ora di impegno.
Anche qui l’anomalia italiana inizia a emergere attorno al 1980, quando entrano nelle aziende e nelle amministrazioni dei Paesi avanzati le prime tecnologie digitali. Diventiamo sempre meno efficienti, in media, rispetto agli altri.
Dal 1975 al 2025 l’Italia perde, in termini relativi, un’enormità di punti percentuali di produttività totale dei fattori praticamente su tutte le economie comparabili (secondo la banca dati della Commissione europea).
- 10% sulla Spagna
- 17% sulla Svezia
- 30% sulla Francia
- 31% sul Portogallo
- 42% sulla Germania
- 62% sulla Finlandia
Questa non è una spiegazione ma il sintomo che all’Italia – malgrado il dinamismo dei suoi esportatori – manca qualcosa in profondità.
Mancano gli ingredienti di fondo di una crescita sostenibile, dunque di un aumento sostenibile del tenore di vita delle persone che sostenga il ceto medio, ne dissolva le rabbie e paure e arresti così la spirale della polarizzazione in politica. In assenza di ciò, chi a turno è al potere si cura al meglio di far quadrare più o meno i conti per assicurare la stabilità finanziaria tramite una pressione fiscale asfissiante, anche perché distribuita in modo ineguale.
Così per esempio sotto l’attuale governo, cioè sui conti fra il 2023 e il 2025, proprio l’Italia è co-campione europeo (con la Germania) di aumento delle entrate pubbliche in proporzione del prodotto lordo. Ecco come ne è cambiata l’incidenza rispetto al Pil nel periodo 2023-2025.
- Portogallo +0,4%
- Grecia +0,7%
- Francia +0,8%
- Spagna +0,8%
- Area euro +1%
- Germania +2%
- Italia +2%
Servirebbe disperatamente una storia di crescita, una strategia per uscire dal quarantennale e progressivo sortilegio che relega il Paese a questi ultimi posti (confermato nella previsione di aumento del Pil previsto dal Fondo monetario per il 2026).
L’avremmo questa storia di crescita, o l’avremmo avuta: il Piano nazionale di ripresa e resilienza da 194 miliardi di euro, partito con la pandemia e in scadenza proprio quest’anno. Certo, nel tempo si è inabissato in modo carsico. Si parla a volte di quanto denaro l’Italia sia spendendo, come se questo fosse l’obiettivo in sé.
RAFFAELE FITTO ALLA CAMERA ALLA DISCUSSIONE SUL DL PNRR
Non si parla mai dei risultati che esso sta producendo: quanti asili nido, quanti successi nei sistemi di formazione e avviamento al lavoro, quanta accelerazione nei tribunali? Ma c’è una scusante: su tutto ciò regna l’opacità assoluta, non solo dal governo verso l’esterno ma probabilmente all’interno stesso del governo.
Di recente si è occupato di quei risultati Assonime, l’associazione delle società italiane per azioni, con la fondazione indipendente Openpolis.
Si legge in uno dei quaderni più recenti di Assonime in proposito: «La difficoltà nell’effettuare valutazioni precise sullo stato di avanzamento delle opere e sul loro impatto effettivo a livello nazionale rimane considerevole, anche a causa della carenza di dati e del processo di costante rimodulazione del Pnrr». E ancora: «È legittimo dubitare che le stesse amministrazioni abbiano una piena consapevolezza della situazione in atto.
I dati presenti in Regis, la piattaforma di rendicontazione del Pnrr non accessibile al pubblico, non sembrano infatti fornire le informazioni necessarie per definire un piano di project management efficace».
Pnrr Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
I dati del Piano
Con queste cautele, Assonime e Openpolis sono riuscite a fare degli approfondimenti spostando il punto focale: non sulla spesa, ma sui risultati concreti della spesa in alcune missioni vitali per la crescita dell’Italia. Ecco dunque sei aspetti che emergono, fra i meno noti:
1. I meccanismi che avrebbero dovuto integrare di più giovani e donne nel mercato del lavoro nelle funzioni qualificate – vera debolezza italiana nel confronto europeo – sono stati aggirati e smontati.
Le norme prevedevano che il 30% delle assunzioni legate all’aggiudicazione dei bandi del Pnrr avrebbe dovuto essere riservato proprio a giovani e donne. Ma è stata introdotta una lista di nove motivazioni possibili per ottenere una deroga e, alla fine, due terzi (64%) dei progetti non rispettano il vincolo del 30%.
CHIAGNI E FOTI - MEME BY EMILIANO CARLI
2. Il continuo susseguirsi di richieste di modifica ha contribuito ad accrescere l’opacità e l’incertezza quanto a obiettivi e risultati. Solo la sesta e (per ora) ultima ha interessato 174 misure ovvero il 60% di tutte le misure contenute originariamente nel Piano.
3. Si è scelto di togliere 1,4 miliardi alla promozione delle rinnovabili per le comunità energetiche (distretti di imprese in cooperazione fra loro) e all’autoconsumo delle aziende che si dotano di tecnologie pulite. È stata forse fra le scelte meno felici, alla luce della crisi di Hormuz e della minaccia che rappresenta per la manifattura.
Confapi, la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, proprio in questi giorni sta chiedendo al governo sostegno per sviluppare pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni e turbine eoliche, dove possibile, in azienda.
4. Le politiche per il lavoro del Pnrr, con 7,7 miliardi, sono fra le più importanti per la crescita ma hanno risultati sfuggenti. Impalpabili. Il programma Gol («Garanzia di occupabilità dei lavoratori») dovrebbe rilanciare i centri per l’impiego e a integrare i servizi formativi per i disoccupati.
meloni e le modifiche al pnrr vignetta by rolli il giornalone la stampa
Ma sembra in buona parte rimasto sulla carta, un adempimento solo formale. A più di tre anni dall’avvio della riforma, sono il 57% i beneficiari del programma Gol per cui i «soggetti attuatori», cioè i centri per l’impiego, sono riusciti a ottenere tutte le informazioni necessarie per certificare le competenze acquisite.
In sostanza quasi metà dei disoccupati coinvolti hanno preso i corsi, ma non è chiaro cosa abbiano imparato e dove possano lavorare con quanto appreso.
Nota Assonime: «Un approccio assai formalistico sulla definizione di ‘individuo formato’ rende difficile valutare la qualità effettiva della formazione erogata e il suo impatto sull’occupabilità». Peraltro, mancano i dati per valutare l’efficacia (e l’aderenza alle esigenze delle imprese) della formazione fornita.
5. Uno dei maggiori fallimenti del Pnrr sta nel progetto sugli Its, gli Istituti tecnologici superiori. In Italia gli adulti che hanno questa formazione professionalizzante breve dopo le superiori sono pochissimi: appena lo 0,1% della popolazione adulta – molto sotto alle medie europee – malgrado la grande domanda delle imprese.
giorgia meloni giancarlo giorgetti foto lapresse
Ma il fatto che il loro diploma non sia equiparato a una laurea triennale continua a scoraggiare le famiglie. E malgrado 1,5 miliardi di investimenti del Pnrr per potenziare e migliorare proprio gli Its, gli iscritti nel 2025 sono stati appena undicimila (in calo dal 2023).
Poco importa che quasi nove su dieci poi trovino posti di lavoro qualificati piuttosto in fretta. Per confronto, nello stesso 2025 i laureati delle università telematiche sono stati quattro volte più numerosi.
6. Il piano per la digitalizzazione della giustizia da 194 milioni formalmente è completato, ma nella sostanza non sta funzionando. Il peccato originale è nel disegno della riforma: anziché far migrare i dati sul cloud, tecnologia del ventunesimo secolo che permette maggiore sicurezza e fluidità negli accessi, si è scelto di creare un «datalake» («lago dei dati») come in Occidente nessuno fa più da una ventina di anni.
Risultato: blocchi e malfunzionamenti continui, banche dati che non si parlano, ritardi nei processi telematici. Dal 2023 a settembre 2025 il numero di procedimenti civili aperti, invertendo una tendenza che durava dal 2011, ha ripreso a crescere: da 2,72 a 2,91 milioni di casi. Se continuasse così, non sarebbe chiaro per cosa l’Italia avrebbe speso 2,9 miliardi per velocizzare e razionalizzare il lavoro dei tribunali.
Che fare ora?
La colpa di questi fallimenti, certo, non è solo dell’attuale governo. In alcuni casi le riforme e gli investimenti erano stati impostati, così come sono, già dall'esecutivo giallo-rosso nel 2020-2021.
Ma, con la crescita zero, sta salendo sempre più la pressione perché il ceto politico rinunci alle sue stranezze e offra risposte razionali.
Commenta il direttore generale di Assonime Stefano Firpo, a proposito delle recenti polemiche per lo 0,1% in più che ha impedito all’Italia di ridurre il deficit al 3% del Pil: «Sembra che tutti i guai economici vengano da uno 0,1% di Pil in meno o di deficit in più.
La realtà è un’altra – dice Firpo, che ha lavorato al ministero dello Sviluppo economico durante il governo di Matteo Renzi –. L’economia è ferma: vi è stata una colossale iniezione di spesa pubblica fra Pnrr e superbonus che non sta aumentando, né la produttività né la crescita. La bassa crescita ha una radice che neppure questo governo ha sradicato: il fatto che le entrate governative sono il 47,7% del Pil e le spese sono il 50,8% del Pil».
La conclusione di Firpo: «Quando più della metà del Pil è distribuito dalla mano pubblica, il mercato è soffocato. Le imprese sono al guinzaglio dei decreti. I cittadini sono drogati dai bonus.
Si poteva fare diversamente? Citofonare al Portogallo che ha fatto scendere il debito/Pil di 45 punti o alla Grecia del 54%. La trappola della bassa crescita non si combatte con la spesa pubblica, ma attivando quella privata: questo è il vero mancato risultato del Pnrr».







