1. CAMILLE PAGLIA, L’INTELLETTUALE PUBBLICA PIÙ FAMOSA D’AMERICA, FEMMINISTA E LESBICA, SBOTTA: “SONO STANCA DI VEDERE L’UOMO DEMONIZZATO COME LA FONTE DI OGNI MALE. TUTTA COLPA DI DONNE OSSESSIONATE DA DIETE E GINNASTICA, CIRCONDATE DA UOMINI ADDOMESTICATI CHE HANNO IMPARATO A COMPORTARSI SECONDO IL CANONE FEMMINISTA. NON È UN CASO SE NON CI SONO MAI STATI TANTI UOMINI GAY COME OGGI” 2. “C’E’ MANCANZA DI INTERESSE PER L’AVVOCATESSA O LA DIRIGENTE CHE NON HA PIÙ NULLA DI FEMMINILE E VIVE IN TOTALE CONTROLLO DI TUTTO, SENZA GIOIA E PIACERE. E SPESSO ANCHE SENZA UOMINI, PERCHÉ RIFIUTANO DI ESSERE BURATTINI. SE È VERO CHE ALLA NASCITA SIAMO TUTTI BISEX, IN QUESTA CULTURA È MOLTO MEGLIO ESSERE GAY” 3. ‘’L’OCCIDENTE MOLLE E RELATIVISTA SI STA TRASFORMANDO NELLA ROMA IMPERIALE. QUANDO CIÒ ACCADRÀ NON SARANNO I NOSTRI POLITICI LAUREATI AD HARVARD A DIFENDERCI MA GLI UOMINI VERI: CAMIONISTI, MURATORI E CACCIATORI. PER FORTUNA, LA MAGGIORANZA”

Alessandra Farkas per "la Lettura - Corriere della Sera"

«In un'epoca di macchine magiche e incantatrici, una società che dimentica l'arte rischia di perdere la propria anima», scrive Camille Paglia nella prefazione di Seducenti immagini. Un viaggio nell'arte dall'antico Egitto a Star Wars (Il Mulino), il suo sesto libro, acclamato dalla critica, dove l'intellettuale pubblica più famosa d'America esamina 29 capolavori prima di proclamare che l'avanguardia è morta.

«L'Espressionismo astratto fu l'ultimo stile davvero d'avanguardia in campo pittorico», racconta l'autrice, parlando con «la Lettura» nella Hamilton Hall della University of the Arts, nel cuore di Filadelfia, dove dal 1984 insegna Humanities and Media Studies . «Nessun nuovo stile emozionante è emerso dopo la Pop Art, che ha ucciso l'avanguardia votandosi alla cultura commerciale. Tranne le fotografie omoerotiche e sadomaso di Robert Mapplethorpe degli anni Settanta, l'arte oggi è derivativa e ripetitiva».

Nell'ultimo capitolo lei afferma che George Lucas, regista e pioniere del digitale, è il più grande artista vivente.
«Lo è, anche se sono costretta a riconoscere che la rivoluzione digitale ha spianato la strada all'ignoranza globale dell'arte. Quando frequentavo l'università furoreggiavano i film d'autore europei: Bergman, Fellini... Ne ammiravamo il ritmo lento e la squisita raffinatezza della fotografia. Oggi i miei studenti idolatrano i videogiochi, colpevoli di aver deformato lo spazio, spalmando e allargando l'immagine con colori artificiali. Ecco: cartoni animati. L'arte che molti vorrebbero cancellare è a rischio».

Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L'Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall'assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell'impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».

Lei scrive che i social media hanno ingombrato l'etere di futilità telegrafiche.
«Adoro il mio iPhone e quando nel lontano 1995 fui la prima autrice americana a scrivere per il web, un famoso giornalista del "Boston Globe" mi accusò di perdere tempo. Ma, pur convinta che l'ondata di cambiamento non può e non deve essere fermata, credo che, se vogliamo sopravvivere come cultura, non possiamo seguire la ricetta obamiana di un computer in ogni classe, che equivale a saturare i giovani con ciò che già hanno in eccedenza».

Che cosa propone, allora?
«Più arte, storia, poesia, letteratura. Si guardi intorno: nell'era dei social media i giovani hanno perso la capacità di interagire ed esprimersi. Lady Gaga è l'eroina di una generazione di zombie, privi di espressioni facciali, che non sanno più usare le mani e il corpo per comunicare. Gli studenti mi considerano una marziana perché gesticolo durante le lezioni».

Tocca all'università colmare le lacune?
«La mia generazione, quella dei baby boomers , per fortuna sta andando in pensione. Ma la sua eredità è devastante. Per decenni non potevi far carriera nelle università americane se non giuravi fedeltà alle teorie di Foucault. Per colpa del post-strutturalismo e del post-modernismo le facoltà umanistiche sono state marginalizzate. Io insegno a Filadelfia perché qui c'è una delle pochissime istituzioni che continuano a credere nelle arti in un'America dove la mancanza di rispetto per l'erudizione è diffusissima».

Eppure il femminismo è stato sdoganato proprio grazie all'avvento delle facoltà di «Women's Studies», gli studi orientati al genere femminile.
«Star femministe come Kate Millett hanno fatto fortuna esortando le donne a buttare nella spazzatura Ernest Hemingway, D.H. Lawrence e Norman Mailer. Nei piani di studio Alice Walker ha sostituito Michelangelo e Dante, che peraltro gli studenti conoscono solo grazie a Dan Brown. Judith Butler, la più celebre teorica dell'identità sessuale, era una mia mediocre studentessa al Bennington College».

Le femministe storiche la considerano da sempre una sorta di spina nel fianco.
«Sono state loro le prime a farmi la guerra, ignorando che un giorno, da brava italiana, mi sarei vendicata. Nel 1970 cercai di unirmi al movimento, ma fui respinta perché misi in discussione la sua ortodossia dogmatica. Quando, durante un collettivo a New Haven, osai dichiarare che amavo Under My Thumb dei Rolling Stones, scoppiò il pandemonio. Per me quella canzone è un'opera d'arte, per loro un'eresia sessista.

L'approccio all'arte delle femministe è simile a quello di nazisti e stalinisti. Durante una conferenza la scrittrice Rita Mae Brown, ex di Martina Navratilova, mi spiegò la differenza tra me e loro: "Tu vuoi salvare l'università, noi vogliamo darla alle fiamme". Per anni Gloria Steinem rifiutò di pubblicare i miei saggi su "Ms. Magazine". Oggi nessuno sente più parlare della sua erede designata: Susan Faludi. Io sono ancora in piedi».

In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un'ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro "Playboy" e "Penthouse" e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».

Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un'editoriale sul "New York Times" in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang , mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».

Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell'uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l'orecchio della working class , il padre era tassista, il suo libro parla all'alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».

Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l'avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City . Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».

Come giudica l'immagine della donna nell'arte?
«All'ultimo Mtv Award, Miley Cyrus si è spogliata, ma senza erotismo. La lezione di Madonna le è arrivata filtrata dalle sue cattive imitatrici: Britney Spears, Gwen Stefani e Lady Gaga. Dopo che Kate Perry e Taylor Swift hanno riesumato la femmina-principessina stile anni Cinquanta, si salvano solo Beyoncé, straordinaria performer senza nulla da dire, e Rihanna, che adoro. Anche Jennifer Lopez e Angelina Jolie mi hanno delusa e oggi le trovo noiose».

In una recente intervista lei si è scagliata contro il silenzio delle femministe americane nei confronti del femminicidio in India.
«È un silenzio vergognoso dettato da ipocrisia politicamente corretta, secondo la quale criticare una nazione non occidentale è razzismo. Ma qui si parla poco anche del femminicidio in Italia e della luttuosa catena di donne rapite, stuprate e ammazzate in America».

Vede un incremento di violenza contro le donne?
«Il vero problema è che le terapie farmacologiche hanno sostituito un po' ovunque Sigmund Freud. Rinnegando la psicoanalisi, la nostra società si è esposta all'aggressione di menti criminali e psicotiche, contro cui né la polizia né tantomeno la pena capitale sono deterrenti».

È sorpresa dall'entità del fenomeno in Italia?
«No. Picchiare, commettere abusi o uccidere una moglie o la fidanzata è legato alla dipendenza dalla figura materna di uomini rimasti bambini. Dietro ogni assassinio c'è un simbolo, l'ombra nascosta di un trauma infantile che solo la psicoanalisi può far riemergere. Ma è anche colpa delle donne italiane ingenue, che rifiutano di leggere tutti i segnali che precedono la violenza. E anche la crisi della famiglia contribuisce al femminicidio. Un tempo, se toccavi una donna italiana, sapevi che il padre o il fratello sarebbero venuti a cercarti per regolare i conti».

Lei è stata definita l'erede di Harold Bloom, il suo ex professore a Yale.
«In realtà non ho mai studiato con lui. Nel 1971, quando seppe che stavo scrivendo per il mio PhD una dissertazione sul sesso che nessun docente voleva sponsorizzare, mi convocò nel suo ufficio. Mi disse: "Mia cara, sono io l'unico che possa dirigere quello spartito"».

Lo considera il suo mentore?
«Bloom, allora già molto controverso, fu l'unico a credere in me e a capire esattamente le mie idee. A metà degli anni Cinquanta era stato licenziato insieme a Geoffrey Hartman, in una vera e propria crociata antisemita messa in atto dall'establishment wasp (bianco, anglosassone e protestante) di Yale. Anche io più tardi conobbi la discriminazione a Yale a causa del mio cognome».

Nel 2004 Naomi Wolf pubblicò un articolo sul «New York Magazine» dove affermava che Bloom l'aveva molestata a Yale.
«A quei tempi le relazioni studenti-docenti erano comuni e nessuno osava metterle in discussione. Anche Bloom ci provò con Naomi, nota civetta, ma quando lei si rese conto che l'illustre docente era interessato più al suo seno che alla sua poesia, si alzò per andare a vomitare in bagno. Aver aspettato vent'anni per raccontarlo è riprovevole».

Che cosa pensa del besteller «Facciamoci avanti»?
«Penso che Sheryl Sandberg menta nel descrivere il personale che l'aiuta in casa e con il figlio: uno staff immenso. Però l'autrice ha ragione quando afferma che una boss di polso è giudicata una stronza e che le donne hanno paura a chiedere l'aumento di stipendio. Serve una riforma dell'università che sponsorizzi asili nido per permettere alle giovani mamme di iscriversi e frequentare. Per non trovarsi come me, che sono diventata mamma a 55 anni, quando adottai il figlio oggi undicenne della mia ex compagna».

Come nasce il suo spirito ribelle?
«Mio padre era un sostenitore del pensiero indipendente. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, fu lui a insegnarmi a difendermi nel caso venissi attaccata fisicamente. Ero la primogenita, e mi trattava come il maschio che avrebbe voluto. Poi sono nata nel segno dell'Ariete e vengo da Ceccano, da una stirpe di guerrieri volsci e capatosta. Anche l'amore per la cultura è nel Dna. Papà è stato l'unico dei suoi dieci fratelli a laurearsi, diventando docente di Lingue romanze. Suo padre, barbiere, aveva la passione per i libri di diritto. La nostra dedizione per il sapere viene anche dalla religione cattolica. Tra i parenti annoveriamo una suora, un prete, un vescovo di Avellino e un sagrestano in Vaticano».

È più facile nascere donna oggi rispetto a 60 anni fa?
«Oh mio Dio, non c'è paragone. Essere ragazzina come lo sono stata io negli anni Cinquanta era spaventoso. Volevo suonare la batteria, indossare i pantaloni, giocare a basket: tutte cose vietate alle bambine. Se volevi dimagrire, la clinica locale ti prescriveva una pillola di anfetamina, invece di incoraggiarti a fare ginnastica. Anche oggi però ci sono donne che continuano a soffrire, soprattutto in Paesi come Afghanistan e Pakistan. Ma credo che all'India spetti il triste primato».

 

 

Camille PagliaCamille Paglia

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