1- TERZO GIORNO DI FESTIVAL DI ROMA. GRANDI NOVITÀ. INTANTO È ARRIVATO IL PORCHETTARO. FA LO STESSO SE AL FESTIVAL NON C’È UN SOLO CRITICO STRANIERO (ERANO SCAPPATI IL PRIMO ANNO…), SE NON HA FUNZIONATO L’IDEA DI VIA VENETO COME BUSINESS STREET (MA CHI CI CASCAVA…), L’ARRIVO DEL PORCHETTARO RENDE QUESTO FESTIVAL FINALMENTE UN VERO FESTIVAL DE NOANTRI, POPOLARE E ROMANO E GIUSTIFICA LA VECCHIA ETICHETTA VELTRONIANA DI FESTA DI ROMA (O FESTA DE ROMA…) 2- MA CI SONO ALTRE BUONE NOTIZIE. INTANTO “TOTÒ 3D”, CLASSE 1953, FINALMENTE RESTAURATO E RIPORTATO IN 3D DA DE LAURENTIIS, UN FILM DI MATTOLI STRAMPALATO E TRABALLANTE COME COSTRUZIONE, MA VISIVAMENTE E COMICAMENTE ECCEZIONALE 3- BUONE NOTIZIE ANCHE DAL CINEMA ITALIANO. “IL PAESE DELLE SPOSE INFELICI”, OPERA PRIMA DI PIPPO MEZZAPESA, È UNA DELLE POCHE VERE BUONE NOVITÀ DEL NOSTRO CINEMA

Marco Giusti per Dagospia

Terzo giorno di Festival di Roma. Grandi novità. Intanto è arrivato il porchettaro. Proprio sotto al cavalcavia, dopo il benzinaro. Fa lo stesso se al Festival non c'è un solo critico straniero (erano scappati il primo anno...), se non ha funzionato l'idea di Via Veneto come Business Street (ma chi ci cascava...), se Umberto Croppi, ex assessore della giunta Alemanno, cammina tutto il giorno per l'Auditorium (certo che ha da fare?) come un futuro Bettini o un futuro Rondi (guai a sfidare Rondi, ragazzi), l'arrivo del porchettaro rende questo festival finalmente un vero festival de noantri, popolare e romano e giustifica la vecchia etichetta veltroniana di Festa di Roma (o Festa de Roma...).

Ma ci sono altre buone notizie. Intanto "Totò 3D", cioè il vecchio film di Mario Mattoli "Il più comico spettacolo del mondo", classe 1953, finalmente restaurato e riportato in 3D da Aurelio De Laurentiis ci salva dalla visione di troppi film modesti o poco da festival. Eppoi, vedere per credere: il 3D del folle sistema Poldervision voluto da Carlo Ponti e Dino De Laurentiis con cui venne girato il film, allora un totale disastro (la gente usciva col mal di testa!) e mai più ripreso, riesumato e corretto a 60 anni di distanza ci riporta un film strampalato e traballante come costruzione, ma visivamente e comicamente eccezionale.

I due grandi sketch teatrali presenti, quello del suicida e Totò manichino e quello di "Lallo parrucchiere per signora", grande cavallo di battaglia del comico, da soli valgono il biglietto e sotterrano qualsiasi commedia di oggi. Poi, vedere questi meravigliosi attori, Ughetto Bertucci, Enrico Viarisio, Gianni Agus coi capelli rossi ("fa un po' Rossellini!"), Alberto Sorrentino, Mario Castellani, Franca Faldini, le bonissime May Britt e Tania Weber (Ponti si trattava bene, altro che le papi girls...) in 3D è qualcosa oggi di incredibile.

Un 3D, inoltre, girato in Ferraniacolor del tempo con la supervisione di Karl Struss, (Totò lo chiama Karl Stronz in un'intervista radiofonica), direttore della fotografia di "Luci della ribalta" di Chaplin. Il film è una parodia scritta in dieci minuti da Monicelli-Maccari-De Tuddo-Continenza del film sul circo di Cecil B. De Mille, "Il più grande spettacolo del mondo", allora di grande successo.

Nella messa in scena mattoliana dei primi anni '50 viene fuori un mischione fra varietà e circo dell'epoca capitanato da un Totò in stato di grazia dove lo stesso 3D di allora, con le sue banalità, gli oggetti tirati in faccia al pubblico, le dita puntate, le tette delle attrici pur coperte ma ben esibite, accresce l'effetto Barnum proprio del cinema invenzione del 900.
Speriamo solo che Aurelio De Laurentiis lo presenti davvero in sala per tutti come ha promesso.

Buone notizie anche dal cinema italiano. Per chi si è ripreso dalla sequenza del piccione morto di "Il mio domani" di Marina Spada, segnaliamo che "Il paese delle spose infelici", opera prima di Pippo Mezzapesa, tratto dal romanzo omonimo di Mario Desiati, è non solo uno dei migliori film visti in concorso a Roma, ma, assieme a "Scialla", "L'ultimo terrestre" e "Corpo celeste", una delle poche vere buone novità del nostro cinema.

Certo, siamo in pieno cinema targato Fandango­/Apulia Film Commission (Desiati è anche direttore editoriale della Fandango Libri...), la storia dei ragazzini, uno borghese e l'altro povero che scoprono il mondo negli slums del nostro Sud non è una novità, ma il film ha un impianto visivo molto ricco.

Mezzapesa, regista finora di corti e documentari, ha sia la grazia necessaria per far recitare i bambini protagonisti (pensiamo invece al disastroso "Ruggine"...), da soli e assieme a attori professionisti come Nicola Rignanese, la grande Teresa Saponangelo, Rolando Ravello, sia la forza per costruire, all'interno di un romanzo con una sua struttura ben definita e la sua cifra fortemente realistica, il proprio cinema. Che è totalmente originale, visionario, creativo.

Se c'è un difetto, oltre a quelli di una musica spesso un po' ingombrante e all'altro, imperdonabile, di raccontare di bambini calciatori che dalla Puglia vogliono andare a giocare nella Juventus, è quello semmai di non saper dosare sempre il desiderio di un cinema realistico alla Capuano e quello più surreale e favolistico che Mezzapesa sembra esprimere dalla scelta di set e inquadrature.

Però riesce a costruire perfettamente il personaggio della Madonnina suicida, la giovanissima Alyn Prandi, incantevole, la sposa infelice che affoga nel sesso la sua disperazione e con la quale i due ragazzini protagonisti, Veleno e Zazà, entreranno in contatto cambiando la loro stessa vita.

Molto carino anche il primo film americano in concorso, "Like Cazy", opera seconda del ventottenne Drake Doremus, già presentato con successo al Sundance. E' la storia d'amore, un po' complicata, tra un ragazzo americano che disegna mobili, Anton Yelchin, e una ragazza inglese che vuol fare la giornalista, la bravissima Felicity Jones, già vista proprio a Roma in "Hysteria", il film sulla nascita del vibratore.

Si incontrano a Los Angeles, dove lei è andata a studiare e si innamorano. Ma un po' per le complesse leggi americane sui visti di controllo, un po' perché è difficile amarsi a distanza a vent'anni, i due si lasciano e si riprendono, scopazzano con altri (lui perde anche un po' la testa per la bonissima Jennifer Lawrence, Mysteria in "X-Men"), il loro amore è messo frequentemente in crisi. Tutto questo, in fondo una banalissima storia d'amore, è raccontato con grande freschezza.

Interessante, ma meno riuscito, "Une vie meilleure" di Cedric Kahn, altra storia d'amore tormentata e viaggio tra i nuovi poveri europei. Solo che stavolta i poveri, cioè la classe che scivola verso la miseria, non è composta solo da extracomunitari, ma anche da francesi. Giusta quindi l'idea di far interpretare a una megastar francese come Gullaume Canet il povero cuoco che sogna una vita migliore e si incasina sempre di più coinvolgendo nella sua discesa verso il basso anche la bella cameriera libanese, Leila Behkti.

In pratica è un po' la versione francese del film di Daniele Luchetti con Elio Germano "La nostra vita". Solo che lì è la famiglia che salva dalla rovina il povero che sogna qualcosa di meglio, qui non c'è più neanche la famiglia. Il film di Luchetti era più solido e più politico, quello di Kahn è ugualmente popolare e sentito, ma scivola un po' nel miserabilismo.

 

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