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BOCCIONI: L’ARTISTA CHE SFIDO’ IL FUTURO - NEL CENTENARIO DELLA MORTE UN LIBRO E UNA MOSTRA CELEBRANO IL GENIO FUTURISTA DI UMBERTO BOCCIONI - L’AMICIZIA CON MARINETTI E I CEFFONI AD ARDENGO SOFFICI

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Angelo Crespi per “il Giornale”

 

Quando il 16 agosto 1916 cadde da cavallo era innamorato. Si trovava a Chievo intruppato nel XXIX Reggimento d' artiglieria da campagna. La giumenta s' imbizzarrì all' arrivo di un autocarro.

 

Umberto Boccioni era rientrato in servizio da pochi giorni, controvoglia. L' entusiasmo dei Futuristi partiti in bicicletta volontari per il fronte l' anno prima sembrava scemato. Nel mezzo aveva conosciuto Vittoria Colonna, moglie di Leone Caetani, con la quale trascorse gli ultimi giorni di passione sul lago Maggiore.
 

Umberto BoccioniUmberto Boccioni

Oltre all' amante, alla madre e alla sorella, lasciava un figlio, avuto da Augusta, una donna frequentata durante un viaggio in Russia nel 1906: una paternità che verrà alla luce solo recentemente, grazie alle ricerche condotte da Gino Agnese. Ed è proprio la nuova biografia di Agnese, una densa summa di studi precedenti, Umberto Boccioni.

 

BOCCIONI GINO AGNESE- COVERBOCCIONI GINO AGNESE- COVER

L' artista che sfidò il futuro (Johan&Levi, pagg. 400, euro 29), che consente di celebrare il pittore in occasione del centenario della morte. A cui si affianca una mostra di grande impatto a Palazzo Reale di Milano (fino al 10 luglio), ricca di quadri e documenti, molti dei quali inediti.
 

Boccioni nacque nel 1882 a Reggio Calabria, visse la giovinezza, al seguito del padre impiegato nella pubblica amministrazione, tra Forlì, Genova, Padova, Catania. Quando si trasferisce a Roma nel 1900 è per studiare arte. Nella capitale diventa amico di Severini e Sironi: i tre riconoscono nel più anziano Giacomo Balla il loro maestro.
 

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Frequenta i caffè letterari dove spopola il poeta Corazzini, si veste di nero alla maniera dei «bacarozzetti», cappello a larghe tese, mantello scuro, trasandato come si confà a uno della bohème. E intanto dipinge, tra poche soddisfazioni e l' amarezza di non sentirsi all' altezza delle proprie ambizioni. Nel 1906 sbarca a Parigi: la capitale dell' arte gli appare straordinaria nella frenesia degli omnibus-automobiles e della folla indaffarata.
 

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Dal 1907 è a Milano. Conosce Carrà e Russolo, espone alla Permanente, ha una liason con Margherita Sarfatti, infine l' incontro della vita: il 15 febbraio del 1910 al Teatro Lirico assistite a una serata paroliberista, pochi giorni dopo il poeta Libero Altomare gli fissa un appuntamento con il «milionario» Marinetti. I due si parlano pochi minuti, ma si capiscono. Entro la fine del mese hanno già compilato il Manifesto della Pittura Futurista che verrà retrodatato 11 febbraio 1910, meno di un anno dalla pubblicazione del Manifesto Futurista.

 

L' appello lanciato agli artisti è rivoluzionario: «Ci ribelliamo alla supina ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie statue, degli oggetti vecchi e all' entusiasmo per tutto ciò che è tarlato, sudicio, corroso dal tempo, e giudichiamo ingiusto, delittuoso, l' abituale disdegno per tutto ciò che è giovane, nuovo e palpitante di vita».
 

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L' amicizia con Marinetti è determinante. Boccioni diventa una colonna del Futurismo. Il suo è un apporto di pensiero e di azione: da un lato teorizza compenetrazione e simultaneità contro «i ritrattisti, gl' internisti, i laghettisti, i montagnisti», dall' altro partecipa alle roboanti serate teatrali (la più memorabile è al Mercadante di Napoli), prendendo parte alle scorribande del movimento. Il 29 giugno 1911 da Milano i futuristi raggiungono Firenze per punire i vociani che li hanno sbertucciati sulle colonne della loro rivista.

 

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Boccioni entra al Caffè delle Giubbe Rosse e prende a ceffoni Soffici. La mattina seguente, i fiorentini aspettano i milanesi in stazione e gli rendono pariglia. Marinetti, Carrà, Boccioni, Russolo, da un lato, Prezzolini, Soffici, Scipio Slataper, Alberto Spaini dall' altro, se le danno di santa ragione. Altri tempi, altre tempre, altri intellettuali.
 

Poi ci sono le mostre: una tournèe in Europa, tra Parigi, Londra, Berlino, che consacra Boccioni in antitesi a Picasso, il Futurismo in antitesi al Cubismo. Ci sono soprattutto le opere: nel 1912, dopo decine di tentativi, ecco Materia, il ritratto definitivo della madre: «un capolavoro ostico e stupendo, il cui centro è l' intreccio delle dita di Cecilia Boccioni.

 

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Un intreccio che supera di molto il canone banale della visione e colpisce come un pugno chi osserva il quadro; intreccio che si fa perno, oltre che della figura, anche di tutto l' insieme, in cui irrompe dinamica la varietà del mondo esterno».
 

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Ora Boccioni ha la febbre della scultura: una vecchia aspirazione è diventata ossessione.
Tutta la sua riflessione estetica va verso l' altra musa e nel 1913 trova emblema perfetto nel gesso Forme uniche della continuità nello spazio con cui si apre, e forse si chiude, la modernità.
 

Chissà cosa avrebbe fatto d' altro. Disarcionato, il piede impigliato nella staffa, venne trascinato in un campo. Il corpo ormai esanime fu trovato da una contadina. Trasportato in ospedale in condizioni critiche, Boccioni morì sul fare del giorno 17 agosto 1916.

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