LA CADUTA DELLE ANIME BELLE - BUTTAFUOCO SUL GRINZANE: “GINO PAOLI HA FATTO DIMENTICARE LO SCANDALO DI SORIA, MA NON SI PUÒ NON PARLARE DEL SOSPETTO CHE ORA CIRCONDA L’ITALIA DEI SANTI (CADUTI DAL PERO), DA AUGIAS A ELKANN”

Pietrangelo Buttafuoco per “il Foglio

 

GIULIANO SORIAGIULIANO SORIA

Non se ne parla più, è vero. Se la sbrigheranno gli avvocati e, per tutti, parlerà poi il tribunale. Non c’è più traccia nei giornali, adesso ci si occupa delle disavventure con il fisco di Gino Paoli (“Il cielo in una stanza, i soldi nel caveau”, titola Libero) ma la vicenda di Giuliano Soria – boss del già importante Premio Grinzane Cavour, cuccia calda degli ottimati – merita ancora una nota. Non se ne parla più, certo, ma è una slavina.

 

Fa della macchina del fango una centrifuga capovolta: sporca i puliti per nettare i lordi. Ha mondato tutti gli inzaccherati, ha unto i puri. Manco fosse la lista Falciani degli evasori fiscali rifugiati in Svizzera. I fatti: nel 2009 uno scandalo spolverato di sesso trascina Soria in uno scandalo. Il maggiordomo lo accusa di un uso privato di fondi destinati alla Fondazione Grinzane Cavour.

 

Il 12 marzo dello stesso anno è arrestato con l’accusa di malversazione, ben 4 milioni e mezzo di euro di finanziamenti pubblici utilizzati a scopi personali. Soria, condannato in primo grado per uso illecito di denaro pubblico e maltrattamenti (il povero maggiordomo), al processo d’appello accusa chiunque per difendersi. Spiega di aver dato soldi in nero per fronteggiare la vanità e l’avidità dei propri ospiti in tutte le iniziative del marchio Grinzane. I fatti, dunque, e le conseguenze.

CHIAMPARINO SORIACHIAMPARINO SORIA

 

Può anche essere una vendetta, il pentimento. Tutto ciò che accade nel mondo giudiziario arriva poi, nei giornali, come sospetto. Dopo la deposizione fatta al magistrato, Soria che si presenta ai taccuini dei colleghi – uno per tutti, il bravissimo Stefano Zurlo del Giornale – Soria che si libera, al modo dello sfogo, raccontandosi come un tapino vessato da ingordi mangiapane (tutti vogliosi di pagamenti in nero), va a scavare nella viva carne dell’Italia migliore.

 

Filmato soriaFilmato soria

E’ un agguato alla virtù civica tutto questo mostrarsi contrito ma Soria – tipica maschera del mecenate coi soldi altrui – va a violare la sequenza dei santi, più che un codice tacito tra chi campa di scrittura e di parole. La puteolente merceria della vanità, a proposito del carmina che non dant panem – di questo si tratta – adesso non può risolversi solo nel separare il grano dal loglio perché il primo dei santi a essere fatto maledetto è lui, Soria stesso.

 

A suo tempo pontefice della chiesa più ambita – degna vetrina del ceto dei colti – architrave di un rito il cui testacoda, adesso, Soria, lasciato solo nella sua disgraziatissima ventura, per riscattare se stesso vorrebbe vedere spegnere il sole e la luna e portare tutte le stelle, dal cielo alla terra, là dove per lui la dimora è fango.

Filmato soriaFilmato soria

 

Ed è, quel suo scacazzare sui santini cui si votano le preghiere dei bene pensanti, tutto un violare il pantheon degli italiani perché comunque Michele Placido è il Commissario Cattani, il primo eroe che ci ha educato le masse italiche all’impegno civile; Giancarlo Giannini è Mimì Metallurgico, il mito fondante dell’emancipazione proletaria al grido di “Bottana industriale!”; Stefania Sandrelli è la ragazza di “Novecento”, il capolavoro di Bernardo Bertolucci; impegnatissima e divina è Isabella Ferrari; ga-lan-tuomo, infine, è Sergio Chiamparino. Fosse vero, tutto ciò, sarebbe il contrappasso.

Giuliano SoriaGiuliano Soria

 

Se solo ci fosse una sola oncia di tutto quel nero di cui parla Soria, sarebbe la catastrofe della morale, anzi, di più: la frana della società civile. Credere a lui non ha altra conseguenza che rinunciare al bene e al meglio. Come se l’antimafia fosse peggio della mafia. Come se il sapore di sale, fosse zucchero.

 

Come se – sempre in tema di paroliberismi, quelli dei testi di Gino Paoli – gli innamorati sempre soli si organizzassero in cooperativa. E’ il Piemonte da cui deriva l’intransigenza etica dell’Italia migliore, quello che rincorre i fogli d’album del Grinzane. Anche Giorgio Bocca, tra i premiati. Anni, tutti, di smagliante compostezza E, per li rami, discende anche la lectio di Norberto Bobbio.

   Michele Placido A VENEZIA Michele Placido A VENEZIA

 

Pagine e pagine d’inserti culturali. Cronache di pura delizia riferiscono di cerimonie dove ogni convitato è onusto di riconoscimenti e è non solo la Stampa, vincolata geograficamente, a offrire l’archivio ma tutto il corteo di obblighi propri di ogni giornale su cui sarebbe mera esercitazione di costume, oggi, farne una chiamata di correo. Perché, insomma, non c’è reo.

 

Fosse vero, tutto ciò, non ci sarebbero più santi cui rivolgersi, ma da maledire. Con Chiamparino, poi, tirato in ballo da Soria, entra nella centrifuga una personalità che, per un bel pezzo, è stato considerato per la destinazione più appropriata: la presidenza della Repubblica. Esempio di dirittura morale, grande sindaco, Chiamparino non può essere – al pari degli artisti, degli scrittori e dei fini dicitori tutti citati e tutti mascariati – uno che prende soldi in nero.

corrado augias con il libro di arbasinocorrado augias con il libro di arbasino

 

E’ così perbene, lui, da non avere che le proprie mani nude e non – come altri, troppi nell’Italia dei migliori – lo scudo di protezione proprio degli intoccabili. Chiamparino è stato toccato nella città dove Gianni Agnelli, che pure ne faceva quanto Carlo in Francia, non veniva mai sfiorato. Neppure la reticenza propria della piemontesità l’ha salvato, il silenzio che avvolge Torino – è risaputo – neppure a Corleone si riesce a immaginare ma non possono esserlo, profittatori e succhifondi, tutti gli altri convocati in questa storia.

 

Non Mercedes Bresso, ex presidente della regione Piemonte (e non è possibile che abbia chiesto di farsi festeggiare il compleanno, con tanto di orchestra nascosta nel golfo mistico), non Alain Elkann, che non è il tipo di pretendere un viaggio in business class (già con la sua sola presenza Alain rende chic anche la tradotta, si sappia).

 

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Né, tanto meno, Philip Roth disturbato nella sua dimora americana per venire in Italia a ritirare un premio tutto sommato di periferia se, con le dovute proporzioni, ci si paragona con lo spazio atlantico e si fa la conta e la tara ai suoi fan italiani: tutti degni, in verità, di aver comminato il Grinzane. L’Italia è obbligata alle due velocità, alle due umanità, ai destini opposti di chi – forgiato nel fango, si restituisce allo strame – e chi, fortificato nella morigeratezza si accasa nel bene.

 

Da Soria, infine, non si presentavano ospiti con le maschere del porco sul muso; non s’inscenavano tableau vivant con le zoccolette della suburra romana perché la regione Piemonte non è la regione Lazio. Magari la sinistra, di questa storia, ne fa tema di imbarazzo. A ciascuno offre un paracadute. E però la destra sbaglia a farne una questione di “compagni che sbagliano”.

 

Isabella Ferrari Isabella Ferrari

Una differenza profonda, perfino antropologica, resta. Soria che fa la chiamata di correo agli ottimati non è come accogliere la notizia se, a suo tempo – faccio per dire – avessero spiccato un avviso di garanzia alla buonanima di Franco Califano che il carcere se lo fece, o a Tony Renis.

 

L’autore di “Quando, quando, quando”, a dirla tutta, si guadagnò il placet di Adriano Celentano: sono orgoglioso dei miei amici delinquenti, disse il Molleggiato, e siccome ci sono facce adatte allo sfregio, e a quelle ci siamo abituati, non possiamo accettare di far passare in cavalleria tutto questo come se quella bella gente – e tra loro c’è Corrado Augias, del quale dico più avanti – fosse solo una sorta di comitiva del tartufo scivolata dai cartigli di Molière.

 

ROSITANI E ROMANI ALLA FIERA DEL PEPERONCINO DI RIETI ROSITANI E ROMANI ALLA FIERA DEL PEPERONCINO DI RIETI

Certo, a Soria li chiedevano i tartufi. Ma i tuberi. Ed è l’unico peccato di cui siffatta umanità può macchiarsi, giusto una spolverata, precisamente nell’ovetto del moralista in seduta permanente il quale, per l’appunto, dalla boccuccia – dopo edificanti ammaestramenti – estrae l’uovo del pensiero pulito, moralmente ineccepibile, ma l’unico festival prodotto dalla destra, a mia memoria – pur tutelata dai vertici Rai, corredata di voli in elicottero per farvi giungere in tempo Renata Polverini – è la Sagra del Peperoncino. A Rieti.

 

RENATA POLVERINI ALLA FIERA DEL PEPERONCINO DI RIETI RENATA POLVERINI ALLA FIERA DEL PEPERONCINO DI RIETI

Se mi è concessa una presunzione, più che nelle categorie bobbiane, è in una parafrasi del motto degli arditi che si definisce al meglio la destra e la sinistra. Eccola: “Meglio godersela un giorno con Soria che sfangarla con cento anni di Sagra del Peperoncino”. Qualunque storiaccia di malversazioni, abusi e soldi non può colmare lo svantaggio culturale tra un’Italia e l’altra. Tuffarsi nella vicenda per cavarne la morale del “Così fan tutti”, previtizzando l’estetica dei borghesi acculturati, non regge.

 

L’elicottero della Polverini col peperoncino arranca comunque rispetto al volo da New York, in prima classe, di Philip Roth. Certo, il peperoncino non produce reati ma certi capricci sono benemeriti. Chi campa di parole e di scrittura non può certo fare la mesata con il solo rinfresco. Giampiero Mughini, su Dagospia, sul tema – pane e scrittura – ha scritto parole definitive. E se si mette in conto la considerazione che si ha del lavoro culturale, con l’esperienza personale posso aggiungere altri argomenti rivelatori.

 

ALAIN ELKANN resize ALAIN ELKANN resize

L’italiano medio i libri li vuole. Ma regalati. Dagli stessi autori (con gli scrittori che entrano in libreria e glieli comprano, glieli firmano all’italiano medio, sapendo che da lì a poco quello stesso volume lo ritroveranno nella bancarella dei remainders). L’Italiano medio a teatro ci va. Ma coi biglietti omaggio. Chiesti agli stessi attori. E sono biglietti, poi, pagati di tasca propria dagli artisti.

 

L’italiano medio pretende il pizzo su ogni prodotto dell’intelletto, ritiene che quella fatica tutta di talento, nervi e sapienza sia un mero passatempo e l’italiano medio si consente insolenze – “me la canti una canzone?”, chiede ai cantanti; “me la fai la scenetta?”, chiede ai comici – altrimenti impensabili con il meccanico. O con il tecnico dei termosifoni. Sono cose che capitano anche ai medici, ovvio. “Che dice, ho forse un’ernia?”.

 

Il Sindaco Sergio Chiamparino e il Governatore della Regione Piemonte Merceder BressoIl Sindaco Sergio Chiamparino e il Governatore della Regione Piemonte Merceder Bresso

Così, una signora, interpellò mio compare Baldo Licata, illustre primario in quel di Padova. Glielo chiese incontrandolo per strada, indicando l’inguine (“Si sollevi la gonna, controlliamo”, fu la risposta) e se Ippocrate, con Tespi e le Muse tutte vanno a ramengo nella reputazione degli italiani è chiaro segno che non una ma cento, mille e millanta ancora ce ne vogliono di Soria, purché non picchi il povero maggiordomo.

 

Tanto, l’italiano medio, ha già dimenticato il caso giudiziario, s’è annoiato del chiacchiericcio intorno alla centrifuga ed è ben pronto a onorare i santini, a benedirli avendoli perfino maledetti. Non se ne parla più. Neppure di uno come Augias, tirato in ballo da Soria, peraltro con violente ingiurie, se ne parla perché ne parleranno dopo gli avvocati.

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