IO E IL MIO AMICO LOU - PAOLO ZACCAGNINI: ‘’CON IL ROCK REED C’ENTRAVA POCO E NIENTE, BASTA LEGGERE LA SUA COLLEZIONE DI POESIE ‘’THE BELLS’’. MA DEL ROCK’N’ROLL IMPERSONAVA, ANCHE ORA CHE AVEVA 71 ANNI, LA QUINTESSENZA DELLA RIBELLIONE”

Paolo Zaccagnini per Dagospia

Lou Reed, io piango. La battuta e' di Roberto, Roberto D'Agostino, il fratello che non ho avuto. Essì, io piango. E pure Roberto. E spero tanti. Milioni. Roberto ieri sera mi ha mandato un messaggio ma no, ieri sera non ce la facevo a scrivere. Dovevo, devo, dovro' piangere. Roberto ha ripubblicato un mio pezzo e qualche lacrima, lo confesso, mi è scesa sulle barbute guance.

Quindi, solo ricordi e niente commozione, Lou mi avrebbe sorrriso di traverso, sbattuto un po' le ciglia e detto "Paolo, Paolo, Paolo". E io avrei risposto, come al solito da quando ci conoscevamo, eravamo amici e piegando un po' la testa "ok,ok, mister Reed". Sì, per me Lou era Mr. Reed, io sono un fan, mica un critico. E come non ricordarlo come ci esaltava alla follia, a me a Roberto, al Titan Club di via della Meloria nei fine settimana degli anni '70.

Quando Roberto cominciava la serata - metteva dischi straordinari su dischi straordinari e tutta Roma ballava e si divertiva fino all'esaurimento - con il suo ‘'Rock'nd'roll'' con l'assolo, sembra non finire mai, di Steve Hunter. E come era esaltante vedere tutti in pista a sbattersi, scuotersi, divertirsi, Roberto alacremente ai piatti e io, occhiali neri e spolverino nero chiuso fino al collo, a porgerglieli e rimetterli dentro le copertine.

Ricordo che dopo anni di amicizia gli raccontai di quelle serate, lui mi guardo' e mi regalo' uno di quei suoi sorrisi indecifrabili e mi disse "really?". E veramente sì, mister Reed. Ecco, su una cosa non siamo mai andati daccordo. Sulla sua grandezza e la sua portata nella storia della musica rock. Musica strapiena di buffoni e sbruffoni esaltati, riveriti e rispettati dai "critici rock".

Lou, diciamolo, con il rock c'entrava poco e niente. Scrivera canzoncine sin da quando era ragazzino, le stesse che portava al Brill Building che in quegli anni era la meta ambita di chi scriveva canzonette. Era sopravvissuto a dieci sedute di elettroshock, a cui lo avevano fatto sottoporre i genitori per curarlo dalla sua presunta omosessualità, e da qui il durissimo pezzo ‘'Kill your sons'', uccidete i vostri figli.

Uno dei suoi insegnanti all'università era il poeta, morto suicida, Delmore Schwartz. No, lui con il rock aveva poco a che vedere, basta leggere la sua collezione di poesie ‘'The bells''. Eppure e' una grande stella del rock'nd'roll. E' e sara'.

Non era. Capace di incidere l'epocale ‘'The Velvet Underground'' in una settima, costo 3mila dolari. Di sentire un giovanissimo Bruce Springsteen, nello studio accanto dove stava registrando, e fargli borbottare, cantare, mugolare ‘'Street hassle''.

Divertente, non glielo ho mai deto, che Robbie Robertson, della Band che accompagnava Bob Dylan, mi dissse che per fare all'amore con la bellissima, e strafattisima musa di Andy Warhol Edie Sedgewick una sera andarono alla warholiana Factory a sentire suonare i Velvet Undregroud: "Paolo - disse Robbie - erano terribili, nom sapevano suonare".

E' e sara'. Perche del rock'nd'roll impersonava, anche ora che aveva 71 anni, la quintessenza della ribellione. Piu' oltre, ‘'Furtherto'', come recitava la grande scritta che campeggiva sul pullmann psichedelico del dottor Timothy Leary, il profeta dell'acido lisergico. Che alla fine degli anni '60 girava gli Stati Uniti. Gia', la droga. La droga e Lou Reed. La droga che non perdona, nemeno dopo decenni e decenni.

Mi divertiva molto, e inorgogliva assai visto il lavoro che facevo e faccio e la gente che frequentavo, che quando mi presentava stringendomi le spalle a se' diceva "questo e' Paolo, pensate, non si e' mai fatto un joint". Vero.

E forse questo lo affascinava e intrigava. L'argomento droga tra noi era, pensavo, tabu' fino a che un giorno mi disse " io ho vaghi ricordi di 30/35 anni della mia vita ma se tu mi dici gli episodi che mi avrebbero visto protagonista cerchero' di ricordare e dirti se sono veri o inventati". Lou. Lou Reed. Unico.

Per me indimenticabile. Come quando lo intravidi per la prima volta nascosto da una grande palma, in un grande albergo a Genova, prima del suo concerto, con la moglie di allora, Silvia, che le malelingue dicevano essere un transessuale e che nella successiva causa di divorzio gli porto' via tutto, o quasi tutto, anche la sua amatissima Harley Davidson.

Lou, grazie di tutto, so che mi senti. Grazie per la strenua ricerca newyorchese, ed eventuale consiglio, circa i nuovi interruttori - "mr. Reed, scusi, sono ragioniere, laureato, appassionato cultore e lettore di letteratura poliziesca come lei, giornalista professionista, protagonista di due pellicole di Nanni Moretti ma no, elettricista proprio non sono".

Grazie per le tende di casa sua di broccato rosso, che fece il suo mastodontico amico Julian Schnabel, e che tirammo in su insieme con sforzi pari a quelli per tirare su l'obelisco egizio a piazza San Pietro. Grazie per il consiglio, me lo scrisse in rosso su un pezzo di carta che ancora conservo gelosamente, di leggere ‘'Black cherry blues' di James Lee Burke, autore che amava e amo molto.

Ma non come Raymond Chandler, il Ray della ‘'Sister Ray'': peccato solo che non lo abbia voluto scrivere tu un libro polziesco, mr. Reed. Fedele sempre al motto, mai detto, che se uno legge polizieschi non deve scrivere polizieschi. E che eccitazione e gioia spedirgliene e poi, quando ci incontravamo, sentirmi dire "Paolo, where did you find them? They're amazing" tradotto in "Paolo, dove li hai trovati? Sono fantastici". Nel ‘99 mi diagnosticarono la sclerosi multipla, sull'inserto Salute di La Repubblica avevo letto un pezzo intitolato "sclerosi multipla, malattia sconosciuta e incurabile", e dire che il mio viscerale pessimismo raggiunse livella altissimi e' dire veramente poco.

No, non vi preoccupate, mai pensato al suicidio, per il primo mese mi ripetevo, come un mantra buddhista, "nonsonomalatononsonomalatononsonomalato". Nel '94 avevo scoperto di avere 350 giorni di ferie arretrati - e questo resti tremamente bene inciso nella testa di chi dice e pensa di tutto e di piu' su come quanto lavorava e lavora il sottoscritto, sapevo che volevano che venissero smaltite quindi chiesi e ottenni, subito, qualche giorno.

Per andare da Padre Pio? Assisi? Loreto? Lourdes? Fatima? Lascio ad altri simili viaggi turistico-religiosi, io presi un aereo e andai a New York, citta' che non ho mai amato e Paese che non amo piu' perche' ha calpestato Thomas Payne, Cotton Mather, Nathaniel Hawthorne, Washington Irving, il mio amato Henry David Thoreau e non mi ha voluto per 18 anni perche' anarchico, non della sinistra extraparlamentare.

Arrivo a New York dopo un viaggio travagliatissimo, con diversione e scalo a Boston causa maltempo, e ovviamente la cena tra amici che mi aveva organizzato mr. Reed va a carte quarantotto. Vado sconsolato in hotel e il portiere mi da' cinque messaggi relativi a cinque sue telefonate una piu' preoccupata dell'altra. E' tardissimo, decido di non chiamare. La mattina, appena sceglio, lo chiamo a casa, al Greenwich Village, gli dico che sono a New York perche' gli devo parlare di una cosa estremamente importante che mi riguarda. "Vieni subito". "Mr. Reed devo fare colazione". "Vieni subito".

Come Garibaldi obbedisco. Sono gia' stordito assai, poi metteteci anche casa sua, come l'ha pensata e voluta, e forse capirete come sto. Gli porto regalo una rarita', una raccolta d'annata e ben rilegata di ‘'The master of men Spider'' di Grant Stockbridge, famoso serial poliziesco statunitense. E' contento, molto. Mi fa la colazione, io imbambolato a vederlo li' nella sua cucina ipertecnogica a farmi le uova, il bacon, le salsicce, il pane tostato invece di camminare sul lato violento della strada. Io, il Signor Nessuno, Paolo Zaccagnini e lui, Lou Reed.

Mi mettte davanti la copiosa, sontuosa colazione, mi stimola a mangiarla tutta poi mi prende sottobraccio e andiamo in ufficio. Mi fa sedere sulla sua poltrona preferita in pelle, sagomata come la sella di una grossa Harley Davidson. "Speak". Gli racconto della diagnosi e del suo impatto devastante, del terrore per il mio futuro che mi ha invaso. "Thank you". Taccio e per due ore non la smette di parlare con quel suo tono di voce avvolgente, basso, permeante, rassicurante.

Due ore che mi hanno cambiato la vita. Per sempre. In meglio. Tempo prezioso come quello passato a Londra col professore, dublinese di Blackrock, Alan J. Thompson, che mi fece la diagnosi ufficiale, e a Dublino col professor Michael Hutchinson, maestro e amico di Thompson, che mi ha in cura. Parole che hanno picchiato duro, occhi che mi hanno perforato. Amicizia.

Senza lacrime ne' mestizia. Malattia da affrontare a testa alta. Subito. Senza vergogna. Quasi orgoglioso di averla e desideroso di combatterla. Combatterla a testa alta e fino alla fine. E infatti comincio' a telefonare a tutti e a dirmi che in Arizona si era trasferita la sua amica cantante Victoria Williams e con il clima di laggiu' stava provando grande giovamento.

Forse non sapendo, o volutamente dimenticando, che in Arizona anni prima era morto bruciato Ronnie Lane, tastierista di Small Faces e poi dei Faces, che non era riuscito, con la sedia a rotelle, a uscire dalla casa mobile dove viveva vicino al deserto per questione di salute. Anche lui malato di sclerosimultipla. E poi telefonate e telefonate per riempire pagine e pagine di numeri di telefono importanti.

Capito chi era mr. Reed, Lou Reed, il mio amico Lou Reed che è morto ieri e mi ha lasciato nella disperazione? Che, come tutte le persone dotate di un cervello funzionante, lo faceva funzionare, assai bene. Come quando capiva che chi lo stava intervistando non aveva sentito il disco, "i critici rock, Paolo, sono molto indaffarati, non possono sentire la musica" mi diceva con quel suo sorriso sardonico.

Un pimpante "collega" al'Hilton di Roma lo stava intervistando - aveva preteso che assistessi a tutte le interviste che dava e ogni tanto mi sorrideva mentre i "colleghi " fumigavano e ribollivano di ira e rabbia per la mia presenza ma nessuno fiatava conoscendo bene la sua terribile fama e la sua ira funesta - sulla sua ultima fatica, l'album ‘'New York'' - uno dei suoi tantissimi capolavori, estremo atto d'amore per la su citta', che aveva impiegato sei mesi a riscrivere interamente perche' per la prima volta aveva usato il computer per scrivere i testi e nel momento di stamparli aveva pressato il tasto errato cancellandoli - ma lui, piu' che nelle precedenti interviste, smaccatamente lo snobbava rispondendo solo "yes" o "no" fino a che il pimpante, che non aveva la minima idea di cosa fosse il disco, scoppio' in un pianto a dirotto intervallato da "mr. Reed, please, Lou, please" e lui, imperturbabile, si volto' verso di me sorridendo. Felicemente bieco.

Se andassi avanti per una settimana Dagospia sarebbe occupato. E invece no, chi sono io intasare l'unica fonte d'informazione - ripeto, informazione - italiana? Nessuno. E poi anche mr. Reed direbbe "Paolo, Paolo, Paolo". Ma e' dura, estremanente dura, seppellire quasi 40 anni di amicizia profonda. Mi era gia' successo con il mio, nostro, amico - si',perche' era anche amico di Roberto e Renato Fiacchini, in arte Zero - Stefano Bove' Benedetti, ‘'er parolaccia'', ma anche lui aveva abusato troppo. Droghe poi alcool, mr. Reed solo droghe pesanti.

Per troppi anni per molti anni, forse anche quando ci conoscemmo. Pensate che la mattina cominciava, decenni fa e me lo disse lui, con la metredina poi... Heroin, Sister Morphine.. Mi sono sempre domandato e interrogato sul perche' siamo diventati cosi' amici e una risposta me la sono data e anche tenuta. Entrambi eravamo "hors du tropeau", fuori dal gruppo, come recitava il titolo di un giornale anarchico francese della fine dell'Ottocento.

Io anarchico e lui diventato cattolico grazie all'amicizia di padre Riches, che poi lo sposo' con l'amata Laurie Anderson. Cattolico tanto da essere padrino di battesimo, a Napoli, del figlio di Davide DeBlasio, proprietario dell'antica e prestigosa pelleteria Tramontano alla Riviera Di Chiaia. Che amico.

Ebbi una tremenda crisi della mia malattia, nella chiesa di Napoli dopo la cerimonia del battesimo, lui aspetto' fino a che mi passo'. E il giorno dopo in barca - Davide ci aveva organizzato un grande gita con un motoscafo d'alto bordo velocissimo, usato spesso e volentieri per il contrabbando delle sigarette - quando, prima di tuffarsi, mi tolse le scarpe Clark e i calzini per farmi stare meglio, piu' comodo?

E al museo d'arte moderna MADRE, ci aspettavano alle 10 e arrivammo alle 18 perche' prima voleva mangiare e quando mr. Reed voleva una cosa VOLEVA UNA COSA, vedendomi arrancare in una bellissima, vecchia cappella sconsacrata annessa al museo, disse, sorridendo, a mia moglie "he's a bull", e' un toro.

E la cena a New York con Laurie, Salman Rushdie, che raccontava cosa aveva visto dalle finestre di casa quel 9 settembre, e la stupenda ex moglie Padma, ex valletta di Fabrizio Frizzi? Ero in ritardo, parecchio in ritardo vista la mia totale ignoranza del dialetto afghano del volonteroso tassista, e lui vigilava a che nessuno toccasse nulla in questo strepitoso ristorante austriaco dove mi attendevano.

E la visita alla Cappella Sistina, dove gli chiedevano gli autografi anche sotto la volta michelangiolesca? Le cene alle Colline Emiliane, l'Antica Pesa, Il Cortile? Lo sguardo incuriosito davanti alla lapide che ricorda la poetessa statunitense Margaret Fuller Rossetti davanti la Fontana del Tritone? La visita, c‘era ance Laurie, che facemmo al'Accademia Americana al Gianicolo?

La faccia esterefatta, incredula, stralunata, che fece quando, volendo vedere dei Caravaggio, sul portone di san Luigi dei Francesi trovammo una placca di plastica con su scritto, in piu' lingue, "giovedi' pomeriggio chiuso per riposo settimana". Dopo il trapianto ci eravamo scritti a lungo, ripromettendo di vederci a Dublino, da me, o a New York, da lui. Maledizione. Maledizione. Maledizione. Aspettate la chiusura a effetto del pezzo? Fate male. Oggi non mi va, non si puo'. Devo piangere.

 

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