LIBERTÀ DI SCIALO - IN 20 ANNI LO STATO HA DATO 330 MILIONI A 25 GIORNALI DI PARTITO - DAL 2003 A 6 RADIO SONO ANDATI ALTRI 90 MILIONI - NESSUNO COME NOI NEL MONDO OCCIDENTALE – ORA LA PACCHIA PASSA ALLE FORBICI DI COTTARELLI

Da “Il Corriere della Sera”

 

COTTARELLI COTTARELLI

Dal 1993 al 2012 lo Stato italiano ha speso 330 milioni per sovvenzionare 25 giornali legati ad altrettanti movimenti politici. Altri 90 milioni di contributi, c’è scritto nel rapporto sui costi della politica del commissario alla spending review Carlo Cottarelli e curato dal gruppo di lavoro coordinato da Massimo Bordignon, li abbiamo versati a partire dal 2003 a sole sei emittenti radiofoniche. Più di 37 a Radio Radicale, 26 a Ecoradio, quasi 17 a Città futura, 5,2 a Veneto uno, 3,6 a Galileo e persino 1,3 a Onda Verde.
 

Tutte cifre che si devono sommare alle tante altre voci che hanno costituito il più imponente sistema di finanziamento pubblico dei partiti del mondo occidentale. Con la differenza che in questo caso ci troviamo di fronte a una zona grigia dove il confine fra l’attività politica vera e propria e un altro genere di interessi può essere veramente labile. Anche grazie a una normativa compiacente.

UNITA GIORNALEUNITA GIORNALE

 

Basta citare l’assurdità per cui, fino a un decreto legge approvato nel 2012 dal governo Monti, il contributo ai giornali veniva erogato sulla base delle tirature e non delle copie effettivamente vendute, raccontano sempre gli esperti del team di Bordignon. Segnalando come le rese dei quotidiani di partito si aggirino «in media intorno al 90%, da confrontarsi con il 22% del Corriere della Sera e di Repubblica».


Ma questa zona grigia, insistono gli autori di questa parte del rapporto (Paolo Balduzzi, Marco Gambaro e Riccardo Puglisi), non è l’unica nella quale il limite fra finanziamento dei partiti e costi «indiretti» della politica è alquanto fumoso. Ci sono altre aree «che raggiungono dimensioni rilevanti e generano spesa strutturale» con «ordini di grandezza probabilmente superiori ai finanziamenti diretti ai partiti».

padania-sei-settembrepadania-sei-settembre

 

Per esempio, i servizi reali di cui i politici godono nelle strutture di governo centrale e locale. Strutture nelle quali spesso «le remunerazioni sono inflazionate rispetto alle prestazioni richieste». E i politici «operano in modo da inserire persone appartenenti alla stessa area, indipendentemente dal merito e dal profilo professionale: si tratta in questo caso di premi o pagamenti indiretti».

 

Per non parlare di quelle «risorse degli apparati amministrativi che risultano di fatto al servizio dei politici», prefigurando «un uso privato e improprio di risorse pubbliche». Caso tipico, quello dell’impiego dei mezzi di un ministero, o di una Regione, per i viaggi elettorali.

BANDIERE EUROPABANDIERE EUROPA


Poi ci sono le aziende pubbliche. Dove le nomine, dice il rapporto, sono politiche e dove spesso ai cambi di maggioranza corrispondono cambi di dirigenti apicali e a seguire dei livelli appena inferiori, senza che i precedenti dirigenti siano rimossi. Questi ultimi continuano a mantenere ruolo e salario, «pur essendo di fatto spinti in posizioni organizzative marginali».

marco pannellamarco pannella

 

Non si spiega forse così il numero abnorme e crescente di società ed enti pubblici, che fra centro e periferia ha ormai superato ampiamente quota 8 mila e che Cottarelli ha definito «una situazione anomala nel contesto internazionale»? 

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