1. LA SOPRINTENDENTE DEL MUSEO DI REGGIO CALABRIA: ‘’BRUNEAU? LO PRENDO A CALCI!” 2. ‘’MI HA FATTO UNA PORCATA. I FOTOGRAFI ME LI AVEVA MANDATI LA REGIONE CALABRIA E LUI MI HA CHIESTO SE POTEVA USARE IL VELO BIANCO. POI PERÒ CI HA MESSO IL PERIZOMA E IL BOA FUCSIA, APPENA L’HO SAPUTO LO ABBIAMO BLOCCATO E CACCIATO VIA’’ 3. LA REPLICA DI GERALD BRUNEAU INVIATA A DAGOSPIA: “LA SOPRINTENDENTE E’ IGNORANTE” 4. “SE FACCIAMO I DOTTI E I FILOLOGI, SI FINISCE PER DOVER DIRE CHE OMOSESSUALITÀ E PEDERASTIA NELLA GRECIA CLASSICA NON ERANO PRATICHE ANORMALI, NÉ OGGETTO DI SCANDALO SOCIALE. QUINDI SBAGLIA CHI PENSA CHE HO VOLUTO CONTAMINARE DEL MORBO DEL XXI SECOLO DUE ICONE CLASSICHE. HO SOLO CERCATO DI RESTITUIRE UN ORDINE DI IDEE ANTICO ATTRAVERSO LA BANALITÀ KITSCH DEL PRESENTE: ACCESSORI CAMP CHE SONO IL TRISTE ANALOGON MERCIFICATO DI QUEL CHE NEL MONDO ELLENICO ERA IL CULTO DELLA BELLEZZA IN BASE AL QUALE SI PRATICAVA L’AMORE TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO’’

1. I BRONZI COL BOA FUCSIA UNA PORCATA, IO INCASTRATA”

Giuseppe Baldessarro per “La Repubblica

simonetta bonomi 4simonetta bonomi 4

 

Simonetta Bonomi è la soprintendente del museo di Reggio Calabria che ospita i Bronzi di Riace.
È scoppiato un bel putiferio con le foto di Gerald Bruneau.
«Non lo dica a me, neanche me la ricordavo più questa storia delle fotografie».


Bruneau ha esagerato un po’?
«Direi che mi ha fatto una porcata ».


Ma davvero l’artista non era autorizzato da lei?
«Certo che no. Era febbraio. I fotografi me li aveva mandati la Regione Calabria e lui mi ha chiesto se poteva usare il velo bianco. Avevo visto la sua foto di Paolina Borghese avvolta nel drappo rosso e mi era piaciuta. Poi però ci ha messo il perizoma e il boa fucsia, appena l’ho saputo lo abbiamo bloccato e cacciato via».

simonetta bonomi 3simonetta bonomi 3


Ma i custodi dov’erano?
«Impegnati con i visitatori. Appena se ne sono accorti mi hanno avvertita. Allora Bruneau mi ha mostrato una foto che aveva fatto con solo il velo, ed era bella. Ma quando ho visto
che aveva il boa poggiato sull’attrezzatura, gli ho detto che quello non doveva usarlo. Mi ha risposto che aveva finito».


E invece è tornato alla carica...
«Sono andata in ufficio e i custodi sono tornati a chiamarmi con le mani tra i capelli. A quel punto mi sono precipitata come una furia e lo abbiamo buttato fuori».


Ma le foto le aveva già fatte.
«Sì, forse mentre mi venivano a chiamare. Altro che foto, una schifezza. La prima che mi ha fatto vedere era piaciuta anche a me, le altre sono semplicemente disgustose».

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 8gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 8


Insomma, l’ha fregata
«Evidentemente sì, è stato scorretto dal punto di vista umano e professionale. Lo ripeto, una vera porcata allora ed una porcata oggi».


Oggi?
«Sì, oggi. A febbraio avevo scritto alla Regione per chiedere che le immagini non fossero rese pubbliche. La Regione non ha risposto, ma non essendo uscite le foto pensavo che fosse tutto a posto. Invece a distanza di tempo si sono inventati un modo per tentare di screditarmi».


Per questo hanno fatto uscire le foto?
«Certo, tre giorni fa c’è stata la polemica con Sgarbi che voleva portare le statue all’Expo di Milano. Io ho detto subito di no. E poi sono uscite quelle schifezze per dare la colpa a me. Non ci vuole un luminare per capire che era una cosa orchestrata per screditarmi, ma per quanto mi riguarda i Bronzi non si muovono di qui».

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 7gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 7


E se torna Bruneau?
«Lo prendo a calci. Intanto ci sono i diritti d’immagine da pagare, non deve dimenticarlo».


Però ai Bronzi ha fatto un bel po’ di pubblicità, no?
«La pubblicità l’ha fatta a se stesso. Non escludo che il museo gli chieda i diritti e pure un risarcimento».

 

2. LA REPLICA DI GERALD BRUNEAU INVIATA A DAGOSPIA

Premessa:

 

Confesso di essere sorpreso dal diventare, all’improvviso, il Calderoli dell’Arte. La Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria Simonetta Bonomi sostiene che per ragioni oscure ma evidentemente normalissime nella Terra dei Complotti italiana, io avrei fatto una “porcata” che mi rende degno di “essere preso a calci” se solo provassi a riavvicinarmi alle due statue dei Bronzi di Riace.

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 6gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 6

 

E che il mio gesto artistico sarebbe stato un “blitz” non autorizzato, in pieno stile, più che dadaista o warholiano (come qualcuno riferendosi al mio passato e con garbo un po’ piccato si è affannato a scrivere con una punta di ammirazione unita al sospetto), da neo-futurista cinico e baro che per motivi personali (pura pubblicità), ma anche per mettere in difficoltà i Beni Culturali in una scaramuccia che finora era passata nell’indifferenza mediatica su un loro eventuale trasporto all’Expo milanese, avrebbe messo in ridicolo le due opere d’arte, il Museo, la Soprintendenza, l’Italia e il Mondo intero.

 

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 5gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 5

Ora, le mie intenzioni erano completamente diverse, e molto poco hanno a che vedere con lo stile dietrologico che caratterizza la polemica seguita alla mia “performance” fotografica pubblicata da Dagospia.

 

La Soprintendente Bonomi ammette di aver invitato me e altri fotografi stranieri in occasione dello shooting “ufficiale” di Mimmo Jodice, per rilanciare nel mondo la presenza dei quasi dimenticati Bronzi, appena tornati nel Museo, e dopo una cena conviviale dove abbiamo parlato dello spirito di quest’operazione, ognuno dei fotografi “non ufficiali” con il suo stile ha cercato di interpretare l’invito della Soprintendenza a diffondere il ritorno pubblico dei due guerrieri ellenici.

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 4gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 4

 

Nel video incriminato si vede l’allestimento del presunto “blitz” monitorato a vista dalla sicurezza del Museo, che dal momento che ero stato più che autorizzato, invitato dalla Soprintendenza, non ha ritenuto di interrompere me e i miei collaboratori quando con scale, luci e accessori abbiamo preparato il set fotografico.

 

In più, la Soprintendente dice di aver apprezzato la mia fotografia al Guerriero A, detto il Giovane, ornato di un velo da sposa, che le ricordava la bellezza delle mie foto fatte a Paolina Borghese. Come diceva l’uomo che cadeva dal cinquantesimo piano del grattacielo: fin qui, tutto bene. Mi fossi limitato a mettere il velo da sposa al guerriero, sarebbe stata arte, forse un po’ osé ma arte.

 

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Ma poi, seguendo la mia intuizione artistica, ho pensato di passare dai simboli della purezza transgender (un velo da sposa su un guerriero simbolo della virilità), a quelli del gusto Camp e Kitsch della contemporaneità: un tanga, un boa fucsia. Che non avevo portato da casa mia, ma acquistato lì per lì a pochi isolati dal Museo, e che con solerzia erano stati vagliati, esaminati e sottoposti ad opportuna disinfezione, per evitare qualsiasi "contaminazione" che potesse nuocere ai Bronzi (di cui nessuno si era preoccupato mentre giacevano in deposito).

 

Nonostante tutto, i miei scatti, si sostiene, non sarebbero stati autorizzati, perché a differenza del velo, si trattava di oggetti orribili. Non puri come un velo, non così allusivi. Indifendibili.

 

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 2gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 2

Mi sembra che l’atteggiamento di attacco-difesa della Soprintendenza abbia poco a che fare con lo spirito e il risultato della mia opera, che non tradisce lo stile con cui avevo già “reinterpretato” alcune icone della classicità in chiave contemporanea. E che sia il risultato di un clima generale di accusa e dossieraggio per cui, di fronte alla levata di scudi di tutti i “puristi” della classicità inorriditi dall’iniziativa di propaganda poco ortodossa propiziata dalla Soprintendenza, occorra ora procedere con scomuniche ufficiali e fare passi indietro. A risultato raggiunto, però, quando dei due Bronzi, grazie proprio a questa polemica, si è tornati finalmente a parlare.

 

Per quel che mi concerne, io posso solo dire quel che mi ha mosso e commosso nell’incontro con A e B, e il perché io li abbia ritratti in quel modo che potrebbe sembrare irriverente, ma irriverente non è.

 

Con il linguaggio dell’arte, però, non con quello del Complotto.

gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 1gerald bruneau e la performance con i bronzi di riace 1

 

 

3. NOTERELLA PATAFISICA SU A E B.

by Geraphin Brunur

 

Quando si dorme, non si sa di dormire.

Andy Warhol

 

La vita è come il Sanscrito letto a un pony.

Lou Reed

 

Ho incontrato A detto il Giovane e B detto il Vecchio in un pomeriggio dello scorso febbraio a Reggio Calabria. Benché di nascita ellenica, i due guerrieri o atleti o eroi, icone della vigoria maschile, dopo qualche centinaio di secoli passati a dormire in apnea nelle sabbie della Magna Grecia, sono stati svegliati nel 1972 da Stefano Mariottini, un sub romano non più imperiale, e portati in superficie legati a dei palloni gonfiati dai sommozzatori dei Carabinieri.

 

bronzi riace bronzi riace

Da allora hanno imparato di nuovo a respirare in superficie l’anidride carbonica del fiato di migliaia e migliaia di uomini e donne a loro sconosciuti: frequentatori di musei. Nel frattempo, dato il loro imperturbabile silenzio, centinaia di archeologi, su mandato di storici archeofili e del pubblico archeofiliaco, si sono affannati per cercarne un’identità nella storia del V secolo prima di Cristo, dove il loro viaggio è cominciato.

 

A potrebbe averlo scolpito Fidia in persona, colui che ha stabilito i canoni della bellezza ellenica, e B potrebbe essere opera di Policleto: ma firme sui loro corpi in posa mascolina e muscolare non ve ne sono. Sono state fatte analisi e congetture, ma i due, fermi nel silenzio del loro rigor vitae non hanno obiettato né aggiunto niente alle dotte disquisizioni archeofile in aperto contrasto.

 

BRONZI Di RiaceBRONZI Di Riace

La storia non li spiega, la fisica non li spiega, la scienza non li spiega: solo la patafisica, dunque, può mettere ordine nell’opaca origine di queste icone, trattandole come objets trouvés nel mare del tempo.

 

Ora, gli archeofiliaci, che portano dentro il demone della classicità, dicono che è irriverente sporcare di contemporaneità i loro sguardi sornioni e silenziosi. C’è da obiettare che, se facciamo i dotti e i filologi, si finisce per dover dire che omosessualità e pederastia nella Grecia classica non erano pratiche anormali, né oggetto di scandalo sociale. Quindi sbaglia chi pensa che ho voluto contaminare del morbo del XXI secolo due icone classiche. Ho solo cercato di restituire un ordine di idee antico attraverso la banalità kitsch del presente: accessori Camp che sono il triste analogon mercificato di quel che nel mondo ellenico era il culto della Bellezza in base al quale si praticava l’amore tra persone dello stesso sesso.

BronziBronzi

 

La mascolinità in quel mondo non negava l’omosessualità, né era in contrasto essere padri di famiglia e amanti di giovani belli e rigogliosi: questione di civiltà. Così, se gli storici antichi scrivono che il futuro Re dell’Epiro Alessandro amava Filippo II il Macedone e che il filosofo Parmenide di Elea amava il giovane Zeno o che Alessandro Magno per tutta la sua (breve) vita ha amato l’amico d’infanzia Efestione, questo non diffama il loro valore umano, militare o filosofico.

 

Il problema del pregiudizio nasce oggi, nel mondo dei palloni gonfiati a elio e delle Soprintendenze. A e B non sono due nerboruti ragazzi di Calabria, ma due migranti dell’immaginario greco.

 

bronzi riace bronzi riace

La Sovrintendente Bonomi sostiene che A col velo nuziale è bello come la Paolina un po’ cocotte che avevo già realizzato, ma che il boa fucsia e il tanga, quelli no, addosso al povero, sorridente A, le fanno orrore. Che strano radicalismo nei gusti della signora. Proprio mentre dopo duemilacinquecento anni ci si avvicina alla serenità ellenica sul gusto sessuale e si discute dei matrimoni gay, e GLBT non è più un acronimo ma un diritto acquisito, la Soprintendente dice che ho fatto un “blitz” non autorizzato, e che la performance, per cui A e B non hanno firmato liberatorie, è intollerabile.

 

Il mio però non è stato un “blitz”, ma la logica applicazione patafisica di quel che A e B avevano da dirmi: il tanga e il boa non servono a ridicolizzarli, ma a restituirgli qualcosa del mondo in cui sono nati. La storia dell’arte in un certo senso non è che la storia di furti non autorizzati di idee, che da Dadà vanno al “cut-up” dei Beat e alla Pop Art fino all’odierno mash-up quotidiano dei nativi digitali. Immagini e idee riviste, riscritte, reinterpretate.

px Bronzi di riace ritrovamento px Bronzi di riace ritrovamento

 

Posso dire in tutta sincerità di non aver rubato scatti, né accessori, né la fiducia della sovrintendenza, e men che mai quella di A e B, che da buoni crononauti, se potessero parlare, non credo sarebbero poi così avviliti di essere stati fatti entrare nella piattezza esplicita e kitsch della contemporaneità.

 

La mia idea era di fare arte a chilometro zero: ho trovato gli ammennicoli di gusto Camp in un negozio a pochi isolati dal Museo. Quindi, ho solo fatto arte povera valorizzando la territorialità: boa e tanga della Calabria contemporanea per statue elleniche. Per poter riparlare di A e B non solo come di pezzi di bronzo scolpito da ignoti maestri, ma come copie di esseri umani incastonati in una forma viva che chiede di essere liberata, di tornare a respirare di respiro proprio al di là del sortilegio che li vuole reclusi in un tempo dal quale, miracolosamente, sono riusciti a sfuggire e a resuscitare grazie a due palloni gonfiati ad elio.

BronziBronzi

 

Dal mio punto di vista, posso solo dire che ho cercato di restituire un po’ d’anima ai corpi di A e B, cercando di non insultarli nel mummificarli più di quanto non siano già stati. Mettere A e B in grado di capire cosa significhino oggi e per chi, farli parlare facendone parlare, restituendoli a un immaginario collettivo: al di là del loro decretato ergastolo museale.

 

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