NETFLIX DA URAGANO A PONENTINO? - LA PIATTAFORMA LEADER MONDIALE PER LO STREAMING ONLINE (100 MILIONI DI ABBONATI) SI ERA IMPOSTA SUL MERCATO PER SBARAGLIARE LA CONCORRENZA DI CINEMA, TV VIA CAVO E  YOUTUBE: OGGI PERO’ SI RITROVA A DOVER FAR QUADRARE I CONTI E A CANCELLARE SERIE TV 

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Gianmaria Tammaro per il Messaggero.it

 

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E alla fine anche Netflix è dovuta scendere a compromessi con la sua anima rivoluzionaria, e ritornare – anche se per poco, anche se solo per stavolta – sui propri passi. La cancellazione di Marco Polo prima, e di The Get Down e di Sense8 poi ha dimostrato proprio questo: andare contro il mercato, insistere con l’idea di dare a tutti quello che vogliono, è economicamente insostenibile. Bisogna trovare un equilibrio tra costi e pubblico, e se non è possibile, bisogna cancellare. Dice Angela Watrercutter di Wired Usa che «Netflix si sta trasformando in HBO».

 

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Condivisibile, certo, ma non del tutto corretto. Perché Netflix non sta diventando un canale via cavo, né sta affrontando gli stessi problemi - pubblicità, tempi di messa in onda, palinsesto da riempire - della tv lineare. Le somiglianze si fermano ai costi: alla costruzione del proprio pacchetto d’offerta. In questi anni, che sono decisamente pochi se rapportati ai risultati ottenuti, Netflix è riuscita a scalare la montagna dei 100 milioni di abbonati in tutto il mondo; è riuscita ad arrivare in Europa e a conquistare – in parte – l’Asia.

 

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È diventato un colosso in grado di rivaleggiare non solo con i network, ma anche con gli studios cinematografici (e la sua recentissima acquisizione di The Irishman di Martin Scorsese è, in questo senso, significativa). Il suo core business, però, resta confinato al suo archivio, a quello che può dare ai propri abbonati e a quello che quindi può produrre. Marco Polo, The Get Down e Sense8 hanno spostato l’ago della bilancia, e sono diventati «risky business». E questo, bene inteso, non solo per i loro budget, ingiustificati sotto un punto di vista meramente economico.

 

Ma anche perché la stessa Netflix è cambiata, raccogliendo un pubblico troppo vasto per poter spendere soldi (cosa di cui ha sempre bisogno) su progetti che vengono seguiti da una minoranza dei suoi abbonati. Netflix non è HBO, perché HBO – che nel mercato ci sguazza, e che il mercato, in un certo senso, l’ha costruito – si può permettere il lusso di creare piccole serie, magari con budget anche importanti, che vengono viste da – il dato è relativo – pochi spettatori.

 

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È come una generalista, Netflix: deve accontentare più persone possibili con i suoi prodotti. E se non ci riesce, deve andare oltre (e infatti, nonostante le richieste dei fan, le petizioni online e gli hashtag in trend topic, Sense8 è rimasta cancellata, e «indietro, cari amici, non si torna»).

 

Quindi che cos’è, oggi, Netflix? Il tentativo iniziale di rompere qualsiasi equilibrio, di destabilizzare i competitor riscrivendo le regole del mercato, è stato frenato. Non eliminato, attenzione. Ma rallentato. Sono le controindicazioni di un modello non-lineare, dopotutto: non avendo la pubblicità con cui potersi ripagare, diventa più difficile trovare fondi e soldi per investire nelle novità (e non a caso, pochi mesi fa, la stessa dirigenza di Netflix ha annunciato l’intenzione di aprire un debito di circa 800 milioni di dollari per continuare a produrre nuove serie tv).

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Altro problema: il catalogo. Al momento, sono disponibili diversi titoli non originali, non prodotti cioè da Netflix. Ma presto anche questo potrebbe cambiare: e i contenuti di altri network – film e serie tv – potrebbero ridursi sempre di più. Netflix, insomma, incarna perfettamente gli estremi dell’innovazione e della tradizione. Ma se del primo aspetto sembra essere piuttosto cosciente e, anzi, felice, del secondo sembra quasi vergognarsi. Perché una rivoluzione non si fa a puntate. Non c’è compromesso che tenga.

 

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O tutto o niente, o bene o male. Lo streaming è il futuro oppure, molto semplicemente, non lo è. Anche lo stesso Reed Hastings, CEO della società, guru del binge watching, è stato piuttosto chiaro su questo punto: Netflix non vede i canali come CBS, HBO o ABC come propri rivali; i suoi rivali – e i suoi modelli – sono i social network e Youtube. Netflix deve diventare una necessità, una piattaforma da consultare in ogni momento. Una Google delle serie tv. Ma se sulla carta – e nelle promesse – questo può sembrare incredibile e un sogno che finalmente si realizza, nella realtà c’è un problema piuttosto grande: essere Google costa. 

 

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