1. ARRIVA IL PRIMO FILM ITALIANO IN CONCORSO: “L’ATTESA” DI OPERA PRIMA DI PIERO MESSINA
2. IL REGISTA SEMBRA RIFARSI GIÀ NEL TITOLO A UNO DEI RACCONTI DI PIRANDELLO CHE NE FORMANO LA BASE, “LA CAMERA IN ATTESA”. PROTAGONISTA UNA STREPITOSA JULIETTE BINOCHE: NESSUNA ATTRICE ITALIANA AVREBBE POTUTO REGGERE DEGNAMENTE IL CONFRONTO
3. MESSINA MAGARI CONDISCE UN PO’ TROPPO IL FILM DI ESTETISMI, DI MOVIMENTI DI MACCHINA, ESAGERA CON I CORI SORRENTINIANI DI ARVO PAART, CON L’IMMANCABILE CANZONE DI LEONARD COHEN (BASTA! PIETÀ!) E MAGRI HA ESAGERATO PURE CON LE CITAZIONI DI BILL VIOLA
4. INSOMMA, È UN’OPERA PRIMA UN PO’ SCOLASTICA MA ALLA FINE FUNZIONA. RICORDIAMO CHE È ANCHE L’UNICO FILM MEDUSA IN CONCORSO, PER LA GIOIA DI CARLO ROSSELLA

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Marco Giusti per Dagospia

 

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Venezia. Ha piovuto davvero. E arriva il primo film italiano in concorso. Con un Cristo ligneo alla Dalì che si avvita su stesso per mostrarci i talloni e una serie di volti su fondo scuro ripresi come fossero la soggettiva del morto alla Bill Viola (Observance, 2002, un video celebre), inizia l’opera prima di Piero Messina, L’attesa, scritto assieme a Giancarlo Bendotti, Ilaria Macchia e Andrea Paolo Massera.

 

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Ma tratto, adattato, riammodernato da “La vita che ti diedi”, celebre dramma in tre atti che Luigi Pirandello scrisse nel 1923 addirittura per Eleonora Duse, e che è stato più volte ripreso al cinema, perfino da Gianfranco Mingozzi con Piera Degli Esposti e Elena Sofia Ricci. Ma più che al dramma, Piero Messina sembra rifarsi già nel titolo a uno dei racconti di Pirandello che ne formano la base, “La camera in attesa”, del 1916, dove una mamma, donna Anna, che ha atteso per sette anni il ritorno del figlio, e se lo è ricostruito nella sua mente, nasconde la sua morte all’amante del ragazzo, che accoglie in casa e con la quale stabilisce un rapporto strano, materno e ambiguo.

 

Diciamo che l’idea della “camera in attesa”, di un qualcosa, la ritroviamo pienamente nel film di Messina, come ritroviamo la figura tragica e ambigua di donna Anna, qui intepretata da una strepitosa Juliette Binoche, che riempie della sua sola presenza la camera, cioè la grande villa del ragusano dove vive con un vecchio dipendente, Giorgio Colangeli (bravissimo, ma c’è in tutti i film italiani), e dove farà entrare la ragazza del figlio, la bella e inedita Lou de Laage, per invitarla a questo gioco e particolare dramma della padrona di casa. Come fosse la sua particolare messa in scena del lutto e del come gestirlo.

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L’attesa del ritorno del figlio è quindi lo spazio necessario da parte di Anna per la rielaborazione, quasi teatrale, di un dolore che farà scivolare piano piano da sé alla ragazza, per superarlo assieme a lei, sentendo lui ancora un po’ vivo. Molte sono le variazioni e le semplificazioni rispetto al dramma di Pirandello, ma il cuore della storia, oltre tutto vissuta nel cuore della Sicilia centrale, è lo stesso e il personaggio di Anna è una grande occasione per il talento di Juliette Binoche, che ne fa una madre dolorosa di grande forza.

 

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Purtroppo, nessuna attrice italiana sarebbe stata in grado di stare alla sua altezza, e ricordiamo che per la Duse non fu un successo, e la commedia venne riproposta vent’anni dopo sia con Paola Borboni sia con Emma Grammatica. Sfoltendo tutte le complicazioni del dramma in tre atti, ambientandolo nel 2008 (chissà perché non oggi…) e isolando la situazione al confronto fra le due donne, pure Lou de Laage è notevole, Messina punta tutto sulla Binoche.

 

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E fa bene. Magari condisce un po’ troppo il film di estetismi, di movimenti di macchina, la fotografia, molto buona, è di Francesco Di Giacomo, figlio di Franco, esagera con i cori sorrentiniani di Arvo Paart e, soprattutto con l’immancabile canzone di Leonard Cohen (basta! pietà!) nel momento più leggero, quando arrivano due ragazzi ospiti nella casa, Domenico Diele (anche lui c’è in tutti i film, adesso) e Giovanni Anzaldo.

 

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E esagera con le citazioni di Bill Viola, la ragazza in acqua ripresa dal basso rimanda a video precisi. Insomma, è un’opera prima un po’ scolastica, ma una volta accettata l’idea che un giovane regista (però è siciliano, di Caltagirone) voglia portare sullo schermo un Pirandello di un secolo fa, che diciamo non è il massimo della freschezza, va detto che il film può irritare per certi accademismi, ma alla fine funziona. Perché i meccanismi teatrali di Pirandello sono ancora perfetti e perché offre a Juliette Binoche un’occasione d’oro per confrontarsi addirittura con la Duse. Ricordiamo che è anche l’unico film Medusa in concorso, per la gioia di Carlo Rossella.

piero messina piero messina

 

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