CINEMA A LUCI ROTTE - IL LENTO DECLINO DEI CINEMINI PORNO, SURCLASSATI DA YOUPORN E XVIDEO

Francesca Esposito per Corriere.it

Forse ha qualcosa fra i denti. La cassiera del cinema, con la tinta ai capelli appena fatta, fa passare la lingua fra i canini. Esile, sulla sessantina, ha quasi finito il turno. Asciuga la saliva sul palato, poi guarda sopra le lenti verso la porta «Lo vedi quello? È un infermiere del Policlinico, viene qui tutti i giorni, sta una mezz'ora e poi se ne va».

Di fianco al bancone l'etichetta ingiallita di Femmina in calore svetta da una pila di vecchie pizze di pellicole porno, poco distanti un distributore automatico di merendine e un paio di divanetti neri in finta pelle. «A Milano» - pronuncia con un accento del nord - «sono più seriosi, qui a Roma sono bamboccioni. Nullafacenti, che girano per la strada in un via vai continuo. Un tempo sì che erano seri, i cinema porno».

Nell'Italia di un tempo i cinema a luci rosse, e rispettivi clienti, erano circa dieci volte di più. Oggi il censimento, che avviene grazie alla rete e agli utenti che ne aggiornano l'elenco, conta una quarantina di superstiti, spesso balzati all'onore delle cronache per giri di prostituzione e spaccio. La programmazione non prevede interruzioni, non c'è pubblicità prima o dopo, i film vintage anni '80 e ‘90 non hanno titoli di coda alla fine. Ruotano senza interruzione a volume basso, quasi ovattato.

Poltrone di velluto sbiadito accolgono anime affannate, voci e ginocchia, cinture che si slacciano e cerniere con la zip. Il prezzo del biglietto è sui 7,50 euro, in qualche sala ancora trovi la riduzione per militari e pensionati.
Alcuni si sono trasformati in gallerie d'arte, festival musicali, teatri, occupazioni, supermercati, luoghi di proiezioni d'essai, e qualcuno, per una strana analogia, perfino in studio oculistico. Sopravvissuti e salvati rimangono a Torino, Livorno, Napoli, Genova, Venezia, Ferrara, Catania, Pescara, Lugugnana di Portogruaro. E ovviamente Roma e Milano.

GLI ANNI D'ORO E OGGI
Negli anni ottanta i cinema della capitale erano quattordici: l'Aniene, il President, il Moderno, il Modernissimo, l'Avorio e tutti gli altri. Ora ci sono l'Ambasciatori in zona Stazione Termini e l'Ulisse in via Tiburtina, due società diverse ma stesso proprietario.

«Questi posti man mano si sgretolano. Fra sei o sette anni, qui non ci sarà più nulla, mannaggia a me» racconta il cassiere del cinema Ulisse «qui ce vengono ministri, preti, pensionati, tanto per di' eh. Economicamente stanno bene, c'è chi ci viene anche tutti i giorni, c'era uno che veniva in treno da Latina. Hanno un rapporto di confidenza, sono affezionati. Sottinteso, non raccontano mai la loro vita privata. Ci vengono tanti rumeni e ragazzi stranieri, si fanno pagare il biglietto, entrano e poi nun so. Ci stanno anche i carabinieri che con la scusa dei controlli poi si fanno dare le tessere omaggio, e te che fai? Nun gliele dai?».

A sorpresa, l'ora di punta è dalle 10 alle 14.30, dopo le 7 non c'è quasi nessuno. «Il cliente medio è il pensionato, per l'80 % è omosessuale anche se il film che guarda è etero. Ci ho anche provato a cambiare film, ma quelli poi se alzano e se ne vanno. E ti chiedono pure i soldi del biglietto».

A Roma le pellicole 35mm, cambiate ancora manualmente alla fine di ogni proiezione, vengono acquistate direttamente dal cinema. In questo modo rispetto alle dinamiche commerciali di altri film proiettati, l'utile che va alla casa di distribuzione anziché essere intorno al 60%, scende al 15. «Un tempo si guadagnavano fino a 800 euro al giorno, oggi ne prendiamo neanche 300. Che ci sta la crisi, poi, te ne accorgi anche dagli oggetti smarriti, un tempo ce trovavi i soldi. Oggi vecchi cellulari, che poi si vengono pure a riprendere».


LA CRISI E I CLIENTI
Con l'avvento di Internet, la crisi riguarda più il luogo, che il genere. In effetti, secondo You Porn, il sito web di porno video sharing, sono proprio Roma e Milano a guidare la top ten mondiale 2012 di utenti, prima di Parigi, Londra e New York. I dati dell'anno appena passato parlano di quasi cinque miliardi di visitatori e di un tempo medio di visita intorno ai 10 minuti e 22 secondi. Ha fatto notizia il sondaggio che vede l'Italia è al quarto posto, dopo Usa, Germania e Francia.

«Ci vengo per trasgredire. É osceno, lo ammetto» confessano gli occhi cerulei di Antonio prima di entrare in sala «La scusa è sempre la stessa: straordinari al lavoro. Anche se mia moglie mi ha trovato il biglietto nei pantaloni prima di far la lavatrice. Ci sto poco» promette «entro, mi metto in fondo alla sala in piedi per vedere chi c'è e chi non c'è, anche se sono quasi sempre facce note. Qualcuno guarda, qualcuno fa, qualcuno esibisce. Quando l'atmosfera si scalda si va di sopra, in galleria o, ancora meglio, nei bagni».

Intanto in sala Damiano, la maschera dell'Ambasciatori, bassino e muto come una sfinge, stacca i biglietti e ogni venti minuti si fa trascinare dalla torcia nel buio. Nel fumo albuminoso di qualche sigaretta vietata, scorge masturbazioni dentro e fuori la scena fra i rumori di amplessi fasulli e schiere brune nell'ombra.

«Girano come trottole, se tu li lasci fare si ammucchiano in galleria, e allora devi andare con la torcia. Appena giri l'angolo, si rimettono in mucchio. Se li becchi, a masturbarsi a vicenda, poi glielo devi dire di andarsene. Sempre per cortesia, eh... Che poi magari poi ti fanno il dispetto e sporcano».

Bisogna sapersi bene comportare anche in un cinema a luci rosse, è una questione di etichetta e di bon ton. Nel Manuale del Perfetto gentiluomo, Albo Busi raccomanda al cinefilo: «Al Porno Cinema Mondo ci si dovrebbe andare muniti di fazzolettini di carta, di lubrificante e di preservativi. Se non avete nessuno dei tre utensili, soprattutto se non avete i fazzoletti di carta per ripulirvi e avete ancora le mani lorde, non cominciate a dare pacche di benvenuto sulle spalle...Consiglio generale: non recatevi in un cinema a luci rosse con abiti formali e costosi».

I RICORDI
«Che nun me li ricordo? Giovani e vecchi ben vestiti, qualche donna» racconta il barista del caffè di fronte allo storico cinema Avorio nel quartiere del Pigneto, che oggi conserva solo l'insegna e forse diventerà la sede di rassegne cinematografiche d'essai. «Lì» - indica poco lontano dalla macchina del caffè - «ci stava il telefono, e li sentivi chiamare la moglie. Dicevano ‘guarda che ho bucato, sto a cerca' il gommista'. Poi entravano dentro. Un tempo lavoravo di più, il 50% dei miei clienti veniva da lì».

Poco lontano alle prese con l'abbacchio, il macellaio dell'angolo rimpiange i bei tempi andati: «Al porno ci andavo in compagnia, da regazzino, all'Ambra Jovinelli. Andavo a vede' Sordi, Totò, poi c'era lo spogliarello e quindi il film porno. Insomma mica c'era internet, ti portavi un pezzo di pizza, metti che te veniva fame... Te mettevi in prima fila, perché nelle ultime ce stavano le checche e le marchette. La programmazione delle sale a luci rosse stava nell'ultima pagina del Messaggero, appena sotto quella delle sale parrocchiali. Ora più nulla, sono destinati a morire, o troveranno altre vie».


LA TRASFORMAZIONE
Odierni luoghi di battuage e cruising, più che morire si trasformano, forse perché cambiano anche i film proiettati. I Fem Porno, ovvero il porno fatto dalle donne per le donne, sta sancendo un nuovo modo di intendere la sessualità, sdoganando vecchi tabù. Erika Lust, giovane regista svedese di film pornografici indipendenti trasferitasi a Barcellona, parla di una vera e propria battaglia: «Ho combattuto a lungo e duramente per i diritti delle donne legati alla libertà di espressione e di consumo sessuale».
Niente più studentesse, infermiere, prostitute, donne oggetto di dispute mafiose.

«Produciamo film che hanno una versione diversa, facciamo l'amore e non il porno, con un approccio femminile, estetico e innovativo».
Il movimento del Post Porno, sorto negli anni ‘80 soprattutto grazie all'attrice, performer e regista Annie Sprinkle, ha iniziato a smascherare il maschilismo della pornografia gettando le basi per nuovi progetti anche in terra italiana. Nel 2012 a Roma è nata l'associazione culturale Le Ragazze del porno: un gruppo di registe, artiste e autrici con una visione al femminile di sessualità ed erotismo.

«Le donne» - spiega Anna Segre, medico psicoterapeuta e scrittrice di Lezioni di sesso per donne sentimentali «sono addestrate ed educate a non esprimere un desiderio sessuale scisso dall'affettività, dalla procreazione e dal vincolo familiare in tutto il mondo e nei tre monoteismi. Non è nel contratto sociale tollerare la donna che usa il porno, mentre è quasi placido che se ne avvalga l'uomo, che in qualche modo si deve sfogare. Non è che sia più perverso chi va al cinema di chi si collega a You Porn o simili.

Il porno è il risultato della repressione sessuale, con un senso di colpa strettamente collegato. Come il lotto, il calcio o la televisione, il porno rappresenta una minima energia dell'animo umano e serve a chi governa per dare dipendenza e tenere a bada la massa. Ed è forse lo stesso motivo per cui i film sono eterosessuali: la società, per una serie di automatismi dà per dato che l'unica sessualità rappresentabile sia quella».

A MILANO ANCHE PUBBLICO FEMMINILE
A Milano i film, in formato digitale e non analogico, sono più o meno gli stessi: stesso copione e stessa recitazione. Dei circa venti cinema degli anni ‘80, ne restano solo quattro, lontano dal centro e con un unico proprietario di Catania: l'Ambra, il Garden, il Pussycat e il Sempione.

La vera differenza con Roma sta negli spettatori: il pubblico femminile è circa il 10%. Sorride il cassiere dell'Ambra in zona via Padova: «Arrivano dopo il lavoro, in tailleur, ben vestite e chic. Poi però le devi mandare via subito, appena arrivano creano scompiglio in sala e le devi accompagnare fuori per cattiva condotta».

In fondo alle scale, in sala, seduto nella prima poltrona di una fila qualunque, c'è anche Luca. Sposato, assistente di volo, relazione di otto anni con un uomo, si analizza a bassa voce: «É voglia di amarcord e di evasione. Qui non devi rendere conto a nessuno, neanche alla coscienza. La mia è una omosessualità mal digerita, che trova sfogo in party e luoghi come questo. Qui ti è permesso un anonimato, non tanto con gli altri ma con te stesso e con il lato che non vuoi ammettere. Dal punto di vista culturale non è facile da mandar giù perché è un lato di te che fai finta di non vedere. Tu guardi le tette, e in un certo senso te la puoi raccontare, puoi dire a te stesso che guardi il film perché sei etero.

Ma in realtà il tuo sguardo si fissa in un punto solo. Guardi il film ma è solo un pretesto, ti crea un alibi. Poi inspiegabilmente, succede qualcosa con qualcuno e tu l'hai fatto accadere. Il cinema porno ti offre una porta, che esiste anche fisicamente. Apri, entri, resti. Poi te ne vai, ma sai che la porta c'è, sempre». Esce anche lui, alla fine. Si volta indietro e si specchia nel riflesso della porta, sistemandosi i capelli ma senza guardarsi negli occhi. «La cosa veramente pornografica» scriveva il drammaturgo Witold Gombrowicz « è guardare la parte più segreta e nascosta di se stessi».

 

 

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