soldato americano donna tedesca

COSA HANNO LASCIATO GLI AMERICANI IN GERMANIA DOPO LA GUERRA? UNA MAREA DI FIGLI! SONO I “BESATZUNGSKINDER”, I BAMBINI DELL’OCCUPAZIONE, TEDESCHI NATI DAI SOLDATI AMERICANI - SECONDO ALCUNE STIME SONO ALMENO 200 MILA…

Pierluigi Mennitti per “il Foglio”

 

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Quando ricorda i momenti in cui il sospetto diventò certezza, disorientandole in età adulta i punti di riferimento della vita, Ute Baur-Timmerbrink tradisce un lieve sussulto di commozione. Gli occhi cerchiati da un delicato tocco di ombretto si inumidiscono e si abbassano, la voce si incrina appena un po’, sopraffatta dai ricordi che tornano ad affastellarsi per l’ennesima volta.

 

Solo nel 1998, a 52 anni, Ute Baur- Timmerbrink ha avuto la certezza che quello che per anni aveva considerato suo padre non era in realtà il genitore naturale. Il suo vero padre aveva vissuto a seimila chilometri di distanza, in quegli Stati Uniti che mezzo secolo prima avevano spedito sul Vecchio continente armi e truppe per sconfiggere il nazismo e Adolf Hitler. James G. era uno di quei soldati, un GI.

 

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Combatté la Wehrmacht e le SS, le vinse e poi stazionò nella Germania capitolata per contribuire a ristabilire un po’ d’ordine fra le macerie. Anni difficili e affascinanti, in un paese sbriciolato dalla furia dei bombardamenti e dei combattimenti, attraversato dalle truppe dei paesi vincitori (americani, sovietici, britannici, più in là arriveranno anche i francesi) e del quale non si sapeva ancora bene cosa fare.

 

Un libretto dell’epoca, curato dal dipartimento per il sostegno morale dei soldati dell’esercito statunitense, suggeriva ai GI come muoversi in quel territorio infido. Si chiamava “Pocket Guide to Germany”, era ricco di luoghi comuni e informazioni alla buona, ma anche di avvertimenti severi: “Non fraternizzate coi tedeschi, ricordate che solo 11 anni fa hanno votato per consegnare il potere a Hitler”.

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Un capitoletto a parte era dedicato ai rapporti con le donne. C’erano suggerimenti su come chiedere gentilmente alle Fraulein tedesche informazioni su cinema e locali, consigli che avranno certamente facilitato i flirt. Ma sotto il paragrafo “Marriage Facts” il tono tornava serio: “Il matrimonio con una donna straniera è una pratica complicata”, ammonivano gli autori, addentrandosi nelle complicazioni legali di un eventuale legame anglo- tedesco. Su questo terreno, però, la guida non deve aver avuto un grande successo.

 

“Mia madre era sposata con un soldato della Wehrmacht catturato in Jugoslavia, quando nel 1944 lasciò Vienna per la più tranquilla regione dell’Alta Austria”, riprende il filo della memoria Ute Baur-Timmerbrink. “Assieme vi si erano trasferiti dalla Germania nel 1938, dopo l’Anschluss, ora mia madre scappava per paura dei russi. Visse per oltre due anni nel paesino di Attnang- Pucheim, occupato dalle truppe americane. Io nacqui nel novembre 1946, sul certificato di nascita c’è il nome del marito di mia madre. E’ l’uomo che per anni ho creduto essere mio padre ma fu rilasciato dalla prigione militare solo nel 1948”. Un buco di due anni di cui, nella memoria della piccola Ute, non è rimasto nulla.

 

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Nei cassetti di famiglia c’era solo una foto della madre, sorriso civettuolo, appoggiata sul fianco di una Mercedes nero fiammante. Ha scoperto anni dopo che erano le auto di cui si servivano i soldati americani. Quella foto è stata inserita in un libro appena uscito per la casa editrice Ch. Links Verlag sui figli dell’occupazione, che Ute Baur-Timmerbrink ha scritto con l’aiuto di una storica e di una psicoterapeuta.

 

Si intitola “Wir Besatzungskinder”, ripercorre le storie dei bambini nati da rapporti fra soldati vincitori e donne tedesche e austriache fra il 1945 e il 1955, nel decennio tra la fine della guerra e gli Accordi di Parigi che posero fine allo status di occupazione riconsegnando alla Germania Ovest la piena sovranità. E’ la narrazione di una parte della generazione degli attuali sessantenni e settantenni che non ha conosciuto i propri padri biologici, è cresciuta nel silenzio e nella vergogna e, solo alla soglia dell’età matura, ha trovato voglia e coraggio di uscire allo scoperto.

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Vicende accadute anche nell’Italia liberata dalle truppe americane, dove le storie presero una piega apparentemente più leggera, grazie pure al clima più disteso che si instaurò presto fra i comandi alleati e le nuove autorità democratiche del paese. E tuttavia, accanto al fenomeno delle spose di guerra che determinò l’emigrazione sentimentale verso gli Stati Uniti di giovani italiane sposate con militari americani, ci fu quello dei bambini abbandonati: si ritiene che solo 600 figli nati da queste unioni poterono seguire i genitori negli Stati Uniti, mentre il divieto di matrimoni interraziali causò l’abbandono di centinaia di bambini mulatti.

 

Alcuni morirono di stenti, altri vennero aiutati da opere caritatevoli, molti furono allevati dalle madri impossibilitate per gli stessi motivi a seguire i militari di colore in patria. Ne restano tracce nella canzone popolare napoletana: la “Tammurriata nera” prende spunto da un episodio del dopoguerra accaduto nell’ospedale Loreto Mare di Napoli. I numeri del caso tedesco sono traballanti, ma le stime danno un’idea abbastanza precisa della dimensione del fenomeno.

 

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Chi si tiene stretto ne conta 200 mila nella sola Germania, chi si allarga un po’ arriva a 250 mila. Ma c’è anche chi, come Silke Satjukow e Reiner Gries, docenti rispettivamente all’Università di Magdeburgo e Vienna, azzardano una cifra di 400 mila: “Almeno 300 mila bambini avevano come padre un soldato sovietico”, hanno scritto nel loro libro “Bankerte! Besatzungskinder in Deutschland”, aggregando nel numero anche i figli nati dalle numerose violenze sessuali compiute dai soldati dell’Armata Rossa nella marcia di avvicinamento e conquista di Berlino. “Si tratta di cifre sempre mantenute al ribasso”, scrivono i due autori, “attenendosi ai rapporti statistici sulla popolazione. Il numero esatto dovrebbe essere ancora più alto”.

 

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In Austria si concorda su almeno 20 mila bambini. Numeri che si aggiungono ai tanti figli della guerra sparsi in tutta Europa, dalla Francia alla Scandinavia, dall’ex Jugoslavia alla Grecia, dalla Polonia all’Ucraina e alla Russia, tutte nazioni a loro volta occupate dalle truppe della Wehrmacht che nei primi anni della Seconda guerra mondiale avevano seminato figli ovunque. Ma se le storie delle violenze sessuali sono dolorosamente venute alla luce nei decenni passati, solo negli ultimi tempi le vicende dei figli dell’occupazione hanno trovato penne e voci pronte a raccontarle.

 

I due libri citati sono stati pubblicati in Germania all’inizio di quest’anno, in prossimità del settantesimo anniversario della capitolazione tedesca e della fine della guerra. E solo da un decennio opera “GI trace”, un’organizzazione volontaristica che aiuta i figli dei soldati alleati a incamminarsi sulle tracce dei padri perduti. Baur-Timmerbrink collabora con loro. Da questa esperienza ha maturato l’idea di riportare su carta la sua storia e quella di altri Besatzungskinder: “C’è un aspetto che divide i figli delle violenze sessuali da quelli dell’occupazione. I primi non sono mai venuti a sapere chi fosse il loro padre, per i secondi è invece stato possibile. Non sempre ma spesso”.

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Le storie di chi ricerca le proprie origini sono allo stesso tempo complesse e toccanti, circondate per anni da cortine di pudori e silenzi, vergogne e imbarazzi. “Ho sempre avuto il sospetto che mio padre non fosse quell’ex soldato tedesco rientrato dalla prigionia”, confessa Ute, “una sensazione difficile spiegare razionalmente, fatta di piccoli dubbi alimentati da rapporti inclinati, sguardi sfuggenti, risposte non date. Sono cresciuta in una famiglia alto borghese, l’uomo di mia madre che ha accettato di farmi da padre è stato presente e rassicurante, gli ho voluto bene ma ho sempre avvertito un fondo di estraneità. In fondo, io ero la figlia del nemico.

 

Purtroppo non ho avuto l’occasione di confrontarmi con nessuno, perché ho scoperto chi era il mio vero padre solo dopo che erano morti tutti”. La madre scompare nel 1974, il padre legittimo nel 1981. Passano altri 17 anni prima che Ute, nel frattempo divenuta madre di due figli e trasferitasi a Berlino, trova il coraggio di rivolgere a un’amica d’infanzia la domanda a lungo repressa: possibile che mio padre non sia il mio vero padre? “Era la sera del mio cinquantaduesimo compleanno.

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Avvertii subito il suo imbarazzo, provò a rassicurarmi con l’ennesima bugia ma, rientrata a casa, telefonò e piangendo mi disse la verità”. Da quel momento inizia la faticosa ricerca del vero padre, tra l’ostilità dei parenti e la difficoltà, a distanza di anni, di rintracciare nomi, ricordi, testimoni. Una foto balzata fuori da un album privato segna la svolta: è la figura, appena sfocata, del giovane luogotenente James G. che somiglia come una goccia d’acqua al suo figlio minore. Le ricerche si fanno più intense, con l’aiuto di “GItrace” si arriva fino agli archivi del centro per il personale militare di S. Louis che offre nuove conferme. Ma neppure il tempo di preparare le valige che a metà settembre del 2002 giunge dall’America la notizia della morte di James G., a 87 anni, dopo una lunga malattia.

 

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Era stato un avvocato di successo, decano della chiesa battista, attivo in Amnesty International. Si era sposato due volte ma non aveva avuto figli. Ufficialmente. Perché in realtà Ute era sua figlia. “Non tutte le ricerche arrivano a buon fine”, racconta ancora l’autrice del libro, “ci vogliono soldi, le famiglie non aiutano, spesso ci si ritrova soli. Ma nei casi di successo la gioia è immensa, a volte si riannodano relazioni perdute”.

 

Come nel caso di Margot Jung, nata a Coblenza nello spicchio di territorio sotto controllo francese nel 1954, appena un anno prima che le truppe di occupazione diventassero ufficialmente truppe di tutela: era iniziata la Guerra fredda e i sovietici erano i nuovi nemici. “L’arrivo dei soldati francesi fu per mia madre un sollievo”, racconta oggi Margot, “dopo anni di stenti e privazioni trovò lavoro prima come domestica, poi come cuoca presso famiglie di ufficiali. Furono finalmente tempi più spensierati”.

 

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I soldati francesi contribuivano alla ripresa economica della regione e a rendere la vita un po’ più leggera. Un’unica foto ritrae sua madre avvinghiata al brigadiere Jean B., l’autista di un generale. Il giovane restò di stanza a Coblenza solo sei mesi, il tempo di innamorarsi e concepire Margot, che venne alla luce quando lui se n’era già andato.

 

“Amicizie e fugaci storie d’amore si interrompevano bruscamente perché le truppe venivano continuamente spostate in altre regioni e poi rimandate in patria, molti soldati non sapevano neppure di aver messo al mondo dei figli”. Fu così anche per Margot. Sulla sua carta d’identità c’era scritto “padre sconosciuto” e tutti sapevano cosa volesse dire. “Per decenni è stata come una macchia d’infamia, una vergogna da nascondere”, ricorda oggi. “A scuola bisognava dire il nome dei due genitori e gli insegnanti provavano gusto a rinfacciarmi che tutti dovevano avere un padre”.

 

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Quello di Margot se n’era tornato in Francia senza sapere di avere una figlia. La madre non l’ha mai voluto rintracciare e il motivo rivela un altro aspetto della vicenda dei Besatzungskinder: “Tra i governi occupanti, solo quello di Parigi si interessava ai bambini nati dai soldati”, spiega Margot, “riconoscendo loro automaticamente la nazionalità. Dovevano dunque ricongiungersi ai padri, trasferirsi in Francia e diventare a tutti gli effetti cittadini francesi. Per questo le madri tedesche nascondevano la paternità, preferendo allevarli da sole anche a costo di affrontare difficoltà economiche e il biasimo dell'ambiente sociale”. Con il passare degli anni i tedeschi hanno imparato ad accettare anche questo capitolo della loro storia.

 

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“Molti tabù legati al nazismo e alla guerra sono stati col tempo superati”, spiega Paul Nolte, docente alla Freie Universität di Berlino, uno degli storici più quotati della nuova generazione, “e la riunificazione tedesca ha permesso di riaprire molte domande storiche e rielaborarle in forme più distaccate. La Germania è diventata un paese migliore dibattendo il suo passato”.

 

“Un cambiamento che ha reso anche la nostra vita molto più semplice”, ammette Margot. “Il termine è rimasto quello di figli dell’occupazione e non della liberazione, ma nessuno di noi oggi si vergogna più, siamo in fondo i figli di quelli che hanno riportato la democrazia in Germania”. Così è stato più facile mettersi alla ricerca delle proprie origini, riannodare il filo della propria identità, seguire le tracce della propria storia personale.

 

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Un complesso cammino di ricerca l’ha portata fino alle porte di Parigi. Era il 2007, suo padre era morto sei anni prima, ma il destino le ha regalato due inattese sorelle francesi. Una storia a lieto fine: “Andiamo d’accordissimo, la loro amicizia è per me un vero dono. Al primo incontro all’aeroporto Charles de Gaulle ci siamo sciolte in lacrime, mi hanno aiutato a riscoprire la figura di mio padre e sono felice di potermi considerare la figlia di un momento d’amore. Perché i miei si volevano bene e alla fine mia madre, che è ancora viva, ha acconsentito a modificare il certificato di nascita, riconoscendo chi fosse mio padre”.

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