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ETTORE MAJORANA, MISTERO (GAIO) SENZA FINE -  PARLA IL REGISTA STEFANO RONCORONI, PARENTE DEL FISICO SCOMPARS IL 27 MARZO 1938: “ERA UN OMOSESSUALE REPRESSO, INFELICE, CONTRASTATO DALLA FAMIGLIA. SPARÌ PER LA VERGOGNA. FU RITROVATO E NON MORÌ DI MORTE NATURALE – DIETRO LA SCOMPARSA C’E’ LA BOMBA ATOMICA… 

Luca Pallanch per La Verità

 

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Qualche mese dopo la sparizione, Ettore Majorana fu ritrovato dai suoi fratelli a Perdifumo, un paesino nel Cilento, in provincia di Salerno. Disse che la sua decisione era irrevocabile e che non intendeva tornare a casa con loro. Era deluso dal comportamento della sua famiglia perché non aveva compreso la sua omosessualità. E sarebbe morto di lì a poco».

 

A gettare una nuova luce sul caso dello scienziato italiano nato a Catania nel 1906 e scomparso in circostanza misteriose il 27 marzo 1938, dopo che si era distinto come teorico nel gruppo dei fisici capitanati da Enrico Fermi noto come «i ragazzi di via Panisperna», non è una persona qualsiasi, ma un familiare di Majorana. Si tratta di Stefano Roncoroni, 77 anni, regista, autore televisivo e saggista residente a Roma. Sua nonna Elvira era la sorella del padre di Ettore. Dagli anni Sessanta, Roncoroni studia le carte di famiglia, alle quali ha avuto accesso prima di qualsiasi altro studioso.

 

Suo nonno materno Oliviero Savini Nicci e suo padre Fausto furono coinvolti nelle ricerche. «Io ho sempre preso il caso Majorana come un grande gioco di intelligenza, preservandolo da ogni fantasia. Sono convinto che sia andato via per una serie di motivi che non gli rendevano più possibile vivere una vita normale», dice Roncoroni nell' intervista rilasciata alla Verità.

 

IL FISICO ASSOLUTO

Quali sono questi motivi?

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«La sua reale diversità, la sua straordinaria capacità di calcolo e di introspezione dei segreti della natura. Ettore nel seguire i suoi pensieri era in anticipo di molti anni sulle ricerche dei suoi colleghi e la sua ricerca, interrotta dalla scomparsa, non era in linea con quella di nessun collega dell' epoca.

 

 

Il fisico Étienne Klein, nel suo libro Cercando Majorana, lo definisce "il fisico assoluto". È un' intuizione forte, come quella di Leonardo Sciascia, il quale diceva che Majorana, a differenza degli altri fisici, "la scienza la portava dentro"».

 

Che significa che portava dentro la scienza?

«Chi porta dentro la scienza? Le persone affette dalla sindrome di Asperger, che hanno straordinarie capacità con i numeri, le note e la memoria. Simmetricamente, c' è qualcosa di crudele nella maniera in cui il mondo che li circonda vive le loro eccentricità.

 

Ettore era un tipo particolare e aveva un atteggiamento diverso dai comuni mortali. In qualunque incontro di società cui era obbligato - comunioni, battesimi, matrimoni, ricorrenze familiari o di lavoro - non parlava, si isolava o si metteva spalle al muro e stava fermo lì.

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Se interrogato, non rispondeva o lo faceva in maniera molto laconica per far desistere l' interlocutore. Era misogino, solitario. Mi sono chiesto, alla luce di queste stranezze, da cosa fosse affetto. Mi sono documentato, arrivando alla conclusione che la sindrome di Asperger fosse la chiave per spiegare la sua complessa personalità».

 

TRASCINATO DA FERMI

Quale episodio l' ha più colpita nell' odissea del suo parente?

«Quando i colleghi d' ingegneria cercano di far passare Ettore alla facoltà di fisica, presentandolo a Fermi. Devono quasi trascinarlo. Il futuro padre della bomba atomica era solito tenere un seminario pomeridiano di altissimo livello per saggiare le capacità specifiche e selezionare gli aspiranti. Quel giorno Fermi spiega il suo studio sulle statistiche dell' atomo, dette di Bose-Fermi, che gli sono costate settimana di studi e ricerche.

 

Ci sono vari allievi e professori, che saranno testimoni di questo incontro. Fermi termina la serata discutendo i dati della sua tabella. Ettore ascolta, fa un paio di domande che non colpiscono nessuno e consulta con un rapido sguardo la tabella finale che Fermi fa circolare. Il giorno dopo si ripresenta in istituto e qui i suoi modi di agire sono tipici del soggetto Asperger.

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Senza alcun rispetto dell' autorità e delle buone maniere di educazione, non si fa annunciare dall' usciere, bussa alla porta dell' ufficio di Fermi e la apre. Dentro la stanza c' è Fermi con Emilio Segrè e Edoardo Amaldi. Ettore chiede: "Professore, mi fa vedere la tabella che mi ha mostrato ieri?". Fermi gliela mostra, Ettore la confronta con la sua, che s' è appuntato su un foglietto, e conclude: "Va bene". È lui che fa l' esame a Fermi! Era la seconda volta che lo vedeva, doveva diventare suo allievo».

 

RIFIUTO DELL' AUTORITà

Comportamento anomalo.

einstein, enrico fermi e la bomba atomicaeinstein, enrico fermi e la bomba atomica

«Questo episodio non lascia dubbi sulla personalità di Ettore, denota in lui la coscienza delle proprie capacità, che non gli fa rispettare alcun' altra autorità che non sia quella del merito, e, nello stesso tempo, la sua timidezza e fragilità. Ettore in una sola notte ricalcola lo studio che aveva richiesto a Fermi molto tempo. Inoltre, per essere sicuro delle conclusioni, calcola il problema con due differenti procedimenti, in modo da avere un riscontro più completo del suo risultato.

 

Ma non spiega a Fermi i calcoli e i ragionamenti che ha seguito, si limita a dirgli: "Va bene".

 

Fermi, che è una persona intelligente, lo accoglie nel gruppo, ma da quel giorno sarà più guardingo nei suoi rapporti con lo strano ma geniale allievo Majorana. Ettore, invece, nella sua insicurezza, dovuta all' essere troppo sicuro di sé, continuerà a commettere le gaffe comportamentali tipiche degli Asperger».

 

i ragazzi di via panispernai ragazzi di via panisperna

In che senso?

«I soggetti Asperger soffrono i cambiamenti di ambiente. Quando a Ettore viene assegnata fuori concorso e per meriti scientifici la cattedra di fisica teorica all' Università di Napoli, e, quindi, dovrà trasferirsi in quella città, i familiari capiscono che questo cambiamento potrebbe portare a qualcosa di grave, come poi in effetti avverrà. Una parte della famiglia Majorana criticherà l' altra parte che aveva voluto quel cambiamento, chiedendole duramente: "Perché lo avete fatto partecipare?". Ragionavano così: i soldi in famiglia ci sono, perché distogliere un tipo problematico come Ettore costringendolo a confrontarsi con il mondo del lavoro?

 

Secondo loro, avrebbe dovuto dedicarsi ai suoi studi. Ma non solo a quelli teorici, puri, assoluti, perché in famiglia erano tutti genialoidi e, per questo, portati a ottenere un rientro concreto dai loro investimenti umani, sotto forma di brevetti. Ci furono grandi litigi a tal proposito di Ettore con i fratelli, con il padre e con lo zio Quirino».

 

Lei interpreta alla luce della sindrome di Asperger anche una circostanza su cui si è molto dibattuto, e cioè che nello stesso giorno in cui scomparve Majorana consegnò a una sua allieva dei documenti.

«Non si capisce perché incontra questa signorina. Era l' unica allieva che stava lì quel giorno o ce n' erano altre? Cosa contenevano quelle carte? La mia interpretazione dell' episodio è più lineare di quelle che circolano. Ettore, che aveva già deciso da tempo di abbandonare l' insegnamento, il giorno della sua partenza consegna all' unica allieva presente in Istituto le dispense di tutte le lezioni, quelle fatte e quelle che avrebbe dovuto tenere.

 

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Queste sono caratteristiche tipiche dei soggetti Asperger: quando dicono che faranno una cosa, la fanno, a qualunque costo. Hanno una dirittura morale rigidissima. La studentessa che riceve le carte, facendone un uso deprecabile, anche nelle sue dichiarazioni ufficiali non avrà mai l' intelligenza di dire se quel giorno lei era la sola studentessa di Majorana presente in istituto. E come corollario e spiegazione di questa consegna, dal momento che notoriamente era la più bella del corso, in quelle dichiarazioni suggerisce l' interpretazione che il professore fosse innamorato di lei. Ma lui non poteva esserlo...».

 

L' ALLIEVA INNAMORATA

Perché non poteva essere innamorato di quell' allieva?

«Perché Ettore era un omosessuale represso, infelice, contrastato dalla famiglia, sopportato malamente dagli amici. Non ho ancora pubblicato un' illuminante testimonianza con le opinioni dello zio Quirino, anche lui celebre fisico, nei confronti dei diversi. Io ho sempre saputo della sua omosessualità, come lo sapevano tutti i miei parenti. Ho preso il coraggio a quattro mani per rivelarlo dopo tanto tempo perché è una causa sufficiente per spiegare diversamente tutto il caso Majorana. Occorre precisare che l' omosessualità non è la sola causa del suo allontanamento, ma certo quella che spiega da sola e meglio l' atteggiamento che tutta la famiglia Majorana ha tenuto durante le ricerche e nel periodo dell' oblio. Non hanno gradito la mia sortita non perché sia infondata, ma perché ho "messo troppa luce sulla famiglia"».

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FERITA ALLA COSCIA

 

L' omosessualità era così rilevante da influire nella direzione impressa alle ricerche?

«Ettore è stato ricercato come tale. Nel bollettino delle ricerche delle persone scomparse ci sono cinque avvisi: la famiglia promette 30.000 lire, una cifra enorme per l' epoca, a chi avesse fornito notizie utili per il ritrovamento, e comunica che lo scomparso ha una lunga cicatrice sul dorso di una mano: neanche la polizia specifica se sia la destra o la sinistra. In un successivo avviso viene rivelato che ha anche una ferita sulla coscia, suturata con circa 40 punti chirurgici. D' accordo una cicatrice sulla mano, visibile da chiunque, ma una cicatrice sulla coscia...

 

All' epoca le cosce non si vedevano neanche al mare perché si usavano i costumi lunghi.

Dove lo cerca la polizia fornendo quell' indicazione? Solamente in campo omosessuale e in campo medico. Le due cicatrici risalivano a un incidente d' auto del 1926».

 

SENISE ERA GAY Come si mosse la famiglia per ritrovare il parente inghiottito dal nulla?

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«Quando mio nonno Oliviero Saverio Nicci, consigliere di Stato, denuncia la sparizione di Ettore, ha due possibilità: recarsi dal capo della polizia fascista, Arturo Bocchini o dal suo vice, Carmine Senise, perché era amico di entrambi. Ma Bocchini era un donnaiolo e Senise, invece, un notorio ma discreto gay, compagno di vita di Leopoldo Zurlo, capo della censura cinematografica e teatrale. I due vivevano insieme a Roma, in un appartamento vicino a Santa Croce in Gerusalemme. Lo sapevano tutti, da Bocchini a Mussolini, fino a mio nonno. Il quale, sovvertendo le gerarchie, decide di rivolgersi a Senise, da cui si aspettava un' attenzione e una sensibilità maggiore nel disporre le ricerche».

 

Stando alle sue ricostruzioni, le ricerche ebbero successo.

«Ci sono delle tracce di Ettore a Perdifumo, nel Cilento. Qui il professor Antonio Carrelli, direttore dell' Istituto di fisica di Napoli, aveva una garçonnière, me lo ha confidato suo figlio maggiore. Ettore vi trovò rifugio e ospitalità».

 

Quindi avrebbe rivisto il professor Carrelli.

«Mio nonno, come consigliere di Stato, spesso presiedeva commissioni per concorsi in pubbliche amministrazioni. Ha tenuto dei diari dal 1895 fino alla morte, avvenuta nel 1955, diari che io ho letto.

 

Nel luglio del 1938, a pochi mesi dalla scomparsa di Ettore, è presidente della commissione per un posto come fisico sperimentale all' Istituto di sanità pubblica. Nella commissione c' è il professor Carrelli, direttore dell' Istituto di fisica di Ettore. Da quello che ho saputo da suo figlio Mario, mio nonno prende da parte Carrelli e lo sottopone a un interrogatorio.

lettera majoranalettera majorana

 

Da questo colloquio l' aspetto nuovo, che sembrava un' eresia, è che Ettore sia effettivamente tornato a Napoli da Carrelli. Come aveva scritto nelle ultime righe della sua lettera a Carrelli, prima della scomparsa: "Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli". Dunque si è ripresentato a Carrelli, come si apprende dalla testimonianza di quest' ultimo a mio nonno e come Ettore aveva scritto di essere disposto a fare. Sono sicuro che l' ha fatto, come avrebbe fatto un soggetto Asperger».

 

E i familiari potrebbero poi averlo rintracciato nel Cilento, seguendo la pista Carrelli?

«A Perdifumo soggiornarono per un mese i due fratelli di Ettore, Luciano e Salvatore, insieme a un fattore di Monte Porzio Catone. Li raggiunse anche mio padre, che lavorava come architetto per conto del Vaticano alla ricostruzione delle diocesi calabresi, e quindi passava spesso di lì. Perché fermarsi per un mese in un paesino del Cilento se non avessero ritrovato Ettore? È documentato che Roma inviò alcune squadre di cani poliziotto, con cui si fecero delle vere e proprie battute di caccia all' uomo coordinate da Arturo Bocchini in persona, che si era recato sul posto, probabilmente perché avrebbe voluto fregiarsi con Mussolini del ritrovamento dello scienziato.

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Questo accadeva nel luglio-agosto del 1938.

Mio padre negli anni Settanta mi confessò che lo avevano ritrovato, ma siccome era una persona corretta, riservata, ligio alla consegna del silenzio, non volle dirmi nient' altro e non scese in particolari».

 

«IO NON TORNO»

I fratelli l' avrebbero ritrovato e Ettore avrebbe detto loro: «Io non torno». Lo ha riferito lei in un libro.

«In uno scritto che ho ritrovato e pubblicato, Giuseppe, lo zio di Ettore, il capofamiglia, quasi confessa la verità. Invece di dire: "Ettore scrive: la decisione è inevitabile", si esprime così: "Ettore dice: la decisione è irrevocabile". Di qui il titolo del mio libro: Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile. A chi lo dice? Lo dice a chi gli chiede di tornare a casa. Ai suoi familiari».

NON MORì IN VENEZUELA

Ma Ettore Majorana sarebbe comunque morto di lì a poco, secondo lei, e non nel 1959 in Venezuela, come s' è ipotizzato.

«Morì prima del settembre 1939».

 

Da quali elementi lo ha dedotto?

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«Da una serie di notizie e informazioni. Alcune provengono dalla famiglia e sono vincolato a non rivelarle. Lo si intuisce comunque dal fatto che la polizia smette di cercarlo in data 22 aprile 1939 e che con decreto del 6 dicembre 1938 del ministro dell' Educazione Nazionale gli viene cancellata la cattedra, dichiarandolo "dimissionario". Ancor più probante la lettera del 22 settembre 1939, che conservo dal 1964, scritta dal gesuita padre Ettore Caselli al fratello di Ettore, Salvatore, il quale vuole istituire una borsa di studio per l' educazione di un missionario intitolata a Majorana.

Nella lettera padre Caselli con riferimento a Ettore scrive "il compianto" e "il caro estinto".

Ho fatto anche delle ricerche per accertare se la famiglia Majorana fosse tra quelle che hanno comprato un biglietto di sola andata per il Sudamerica per liberarsi del proprio congiunto omosessuale. Finora nulla è risultato».

 

PROGETTO DI LOS ALAMOS

Quindi secondo lei Majorana non lasciò mai l' Italia?

«So che non morì di morte naturale. Penso a un quadro spionistico internazionale.

Credo ci sia un rapporto tra chi sta cercando di spostare cronologicamente il più avanti possibile la morte di Ettore rispetto al 1939, quando avvenne. A chi conveniva allora la neutralità di Ettore? Nel 1939 americani e inglesi erano i nostri nemici.

 

Gli americani, più degli inglesi, erano i soli in grado di risolvere il problema della bomba atomica. Ma s' erano fermati allo stadio del reclutamento di molti dei nostri, come Fermi e Segrè. Fermi chiese più volte al suo ex collega Franco Rasetti di collaborare al progetto di Los Alamos. Fecero lo stesso tentativo anche con Ettore Majorana? È intrigante e terribile pensare a Ettore vittima innocente del fuoco "amico" dei reclutatori».

 

A questo caso lei ha dedicato quasi tutta la sua vita.

ETTORE MAJORANAETTORE MAJORANA

«Praticamente sì, non a tempo pieno, ma non perdendolo mai di vista. Ettore è scomparso due anni prima che io nascessi. Mi sono da subito interessato a lui perché all' età di 3 anni, mentre eravamo sfollati insieme ai Majorana a Monte Porzio Catone, conobbi la zia Dorina Corso, la madre di Ettore, che sarebbe morta nel 1965. Donna invecchiata male, con i baffi, le grosse sopracciglia, gli occhi scuri penetranti e una voce roca e forte. La prima volta che la vidi mi fece paura, malgrado fosse molto affettuosa e gentile.

 

Qualcuno, vedendo il mio turbamento, mi spiegò che la zia era così perché "aveva perduto un figlio che era scomparso", due participi passati che erano sinonimi di morte, come poi tanti anni dopo scoprii nella lettera del padre Caselli. Da quel giorno la mia strada era segnata. Nel 1962 ho rimesso a posto le carte dello zio Quirino, il fisico morto nel 1957 nella sua casa di Rieti, dove stavano affluendo da tutte le sue residenze. E non ho più smesso di occuparmi del caso».

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