the jackal gomorra

OLTRE ''GOMORRA'': QUANDO CUTOLO PISCIÒ ADDOSSO A TOTÒ RIINA - LA SERIE DI SKY HA COSTRETTO CIRO DI MARZIO A BERSI L'URINA DI PIETRO SAVASTANO (VEDI 'THE JACKAL') - MA IL LIBRO 'GOMORRA NOSTRA' RACCONTA UN EPISODIO MOLTO SIMILE SUGLI INCONTRI TRA I BOSS DELLA MALA CAMPANA E MAFIA SICILIANA

 

 

 

Nello Trocchia per www.ilfattoquotidiano.it

 

“Bevi. Famm capi si me pozz fida e te”. Questa frase è diventata un classico del genere crime, pronunciata dal boss Pietro Savastano al giovane rampollo Ciro Di Marzio in una puntata della serie Gomorra. ‘Bevi, devo capire se posso fidarmi di te’ un giuramento mafioso 2.0, un patto di fedeltà e affiliazione. Il piscio come segno di legame indelebile.

 

enzo biagi intervista raffaele cutoloenzo biagi intervista raffaele cutolo

Savastano urina in un bicchiere e offre a Di Marzio la sua escrezione. Protetto da una vetrata il vecchio boss guarda il mondo della notte dall’alto e, intanto, riempie il calice. Si gira e lo offre a Ciro l’immortale perché lo beva fino all’ultimo goccio. E’ l’esame finale del malacarne, l’ingresso nella famiglia, l’inizio dell’ascesa.

 

Non c’è la formula di rito classica, c’è questa moderna opera di affiliazione a metà tra fantasia e realtà. Ecco, appunto, la realtà. Chi la racconta rischia di finire relegato alle pagine ultime dei giornali o in recensioni senza rilievo. Perché il ‘piscio’ in questo mio post è un mezzo per transitare dalla fiction alla saga vera dei clan che hanno insanguinato territori stringendo patti con imprenditoria e politica. Alleanze antiche che ancora oggi mostrano le loro nefaste conseguenze.

 

RAFFAELE CUTOLO NEGLI ANNI OTTANTA RAFFAELE CUTOLO NEGLI ANNI OTTANTA

C’è un libro Camorra nostra, edito da Sperling e Kupfer, scritto da Giorgio Mottola, giornalista della trasmissione Report, che ribalta conoscenze diffuse su alcuni omicidi, sulla genesi e sugli affari della camorra assegnando un ruolo decisivo alla mafia siciliana. Un libro che parte da una confessione dell’ex boss dei Corleonesi Franco Di Carlo e la correda con documenti giudiziari, fonti testimoniali e ricerca estenuante di riscontri. Incroci e verifiche, un’inchiesta vecchio stile, roba antica e senza futuro in questa nostra professione che vive la stagione della precarietà e dei tuttologi, vestiti di niente.

 

           

Mottola aggiorna pagine di una camorra, che nasce negli anni Sessanta, quella degli Zaza, dei Nuvoletta, dei Bardellino ma anche quella dei Mallardo raccontando Napoli come ufficio del crimine distaccato rispetto alla casa madre siciliana, ma mai sottomesso. I napoletani erano affiliati, associati, ma erano “una cosa sola: uguali diritti ed eguali doveri”. E Di Carlo spiega: “Non chiamatela camorra. E’ cosa nostra”.

Raffaele CutoloRaffaele Cutolo

 

Visione che meriterebbe approfondimento e dibattito così come diversi episodi inediti riportati nel testo. Di influenze e rapporti era già stato scritto, ma il libro prova a spiegare come i siciliani abbiano contribuito a rifondare la nuova camorra, indirizzandola verso differenti ambiti di interesse economico e plasmandone la mentalità mafiosa”.

 

La camorra avrebbe subito, insomma, le dinamiche di alleanze, scontri e omicidi che si consumavano in Sicilia dove la mafia di Stefano Bontate veniva spazzata via da quella stragista e violenta di Totò Riina, il dominus dei corleonesi. I venti di guerra sull’isola soffiano anche in terra campana con regolamenti di conti e mattanze.

 

 

In questa opera di ricostruzione c’è un episodio, tra i tanti, meritevole di attenzione.

 

toto riinatoto riina

Ho iniziato tratteggiando una scena di piscio offerto in segno di fedeltà e chiudo con una scena di piscio che è, invece, sfida e irriverenza. C’era un criminale, spietato e crudele, che ha creato il welfare della camorra, che non ha mai pensato di affiliarsi alla mafia e quando ha incrociato ‘i siciliani’ li ha sfidati a duello come nelle vecchie contese a colpi di ‘molletta’.

 

Si chiama Raffaele Cutolo, oggi rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Parma. Cutolo, fondatore della nuova camorra organizzata, una criminalità che si spacciava per riscatto di popolo e non sponda violenta della borghesia al comando, osò sfidare addirittura il capo dei capi. Un episodio che, in esclusiva riporta nel suo libro Mottola, non ha avuto la fortuna della scena di Gomorra, ma che è verosimile e avrebbe dovuto, in realtà come il libro, godere di spazio e luoghi di dibattito. Se avete un altro minuto leggete questo aneddoto che vale mille scene di Gomorra.

toto riina    toto riina

 

Fine anni Settanta, vertice tra camorra e mafia. Tra i presenti c’è Raffaele Cutolo, al suo cospetto Totò Riina. Cutolo di se diceva: “Io non sono un pazzo scemo, sono un pazzo intelligente”. Camorrista ideologo oltre che spietato e crudele. Riina, invece, è solo sangue e strage, tradimenti e tragedia. La sua cifra per arrivare al potere assoluto.

 

Cutolo di affiliarsi non ha nessuna intenzione e Riina gli punta una pistola alla testa. Cala il gelo in sala. Cutolo non si muove, non fa una piega. Fissa negli occhi Riina e gli dice: “O spari o ti piscio sulla pistola”. Il capo dei capi si ritrae, ma se pensate sia finita così non avete capito chi è stato Cutolo. Un boss, al quale si rivolgevano i servizi segreti e pezzi dello Stato, non ammaina presto la bandiera dell’orgoglio. E qui arriva l’impensabile. Riporto le parole di Mottola.

 

toto riinatoto riina

 “Cutolo, però, aveva solo iniziato la sua sceneggiata. Si alzò e, piantandosi di fronte a Riina, aprì la patta e gli pisciò la scarpa”. Proprio così. Fossimo stati in Gomorra a Cutolo avrebbero fatto dire: “Tien e scarp sporche, mo’ te lav” (hai le scarpe sporche, ora le pulisco). Ma questa è la realtà, verosimile certo, visto che l’episodio è stato raccontato da Cutolo in un interrogatorio, ancora oggi secretato. Un libro, Camorra nostra, da leggere non solo per il piscio di sfida, ma perché è un’inchiesta, genere in via di estinzione.

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