martina levato

‘’SE QUALCUNO TIRA ACIDO SU MIO FIGLIO LO AMMAZZO’’. MARTINA LEVATO NON SI SARÀ PENTITA DI AVER ROVINATO LA VITA A PERSONE INDIFESE, MA HA LE IDEE CHIARE SUL SUO FUTURO DI MADRE - RABBIA, PIANTI, PAURA CHE UN GIORNO IL PICCOLO POSSA ESSERE VITTIMA DI ATTACCHI FEROCI COME QUELLO CHE LEI HA RISERVATO A PIETRO BARBINI

 

Elisabetta Andreis per il “Corriere della Sera”

 

martina levato  5martina levato 5

La prima volta che ha preso in braccio suo figlio, ha capito forse, almeno in parte, il male inflitto a Pietro. «Ho pensato che se qualcuno facesse a lui lo stesso, con l’acido... io l’ammazzerei».

 

Martina Levato, all’avvocato Laura Cossar che dopo il parto non l’aveva ancora rivista, ieri per la prima volta è parsa «materna». Nonostante alcune parole dure che usa persino mentre impersona la mamma buona («L’ammazzerei...»).

 

Rabbia, pianti, paura che un giorno il piccolo possa essere vittima di attacchi feroci come quello che lei ha riservato all’ex amico Pietro Barbini. Passa anche da qui, forse, il percorso di recupero di questa donna che a Ferragosto è diventata madre? Da uno spiraglio di consapevolezza su quello che ha fatto otto mesi fa (per l’accusa anche prima)? E dall’istinto di difesa animale nei confronti del suo «cucciolo»? Il legale insinua un dubbio che agli atti del processo non si trova. E che col giudizio penale naturalmente neanche c’entra.

 

«Non ha mai mostrato segni di pentimento», scrivevano i giudici nel negare i domiciliari su richiesta del pm Marcello Musso, «c’è altissima probabilità che reiteri il reato». Di più — era la perizia delle psichiatre —: non è capace di mettersi nei panni degli altri (i genitori, gli aggrediti) cui ha fatto così male. «Egoista», «narcisista». Ancora oggi, il bene del neonato è solo «stare con lei». L’interesse del piccolo nella sua testa coincide col suo.

 

ALEXANDER BOETTCHER E MARTINA LEVATO ALEXANDER BOETTCHER E MARTINA LEVATO

E non la sfiora il dubbio che forse invece altrove, lontano da lì, senza conoscere la terribile storia che l’ha concepito, potrebbe crescere meglio. Ma forse, azzarda l’avvocato, il contatto col figlio «indifeso» potrebbe nei mesi e negli anni aiutare questa donna a rivisitare anche il resto, in un’ottica di pentimento autentico e sincero. Ieri la detenuta ha pianto molte volte.

 

«Pare quasi che Alexander (l’amante e complice Boettcher, ndr ) sia passato in secondo piano».

 

Era distaccata, persino supponente anche quando affrontava il discorso della maternità, non concepiva altri che la coppia e se stessa. Ora una breccia, a sentire il legale, si è aperta.

 

Effetto, certo, degli ormoni ancora in subbuglio (ogni tre ore, giorno e notte, si tira il latte sperando che dal carcere lo portino fuori Milano, alla casa famiglia dove il neonato è accudito, raccontano da San Vittore). E della «doppiezza» borderline cui nella perizia si parla (escludendo peraltro che la ragazza sia stata plagiata da Boettcher).

martina levato in tribunalemartina levato in tribunale

 

Ma forse ora è scattato un click di empatia (prima assente) che la mostra cambiata, e chissà per quanto tempo, è la tesi della Cossar. «Di certo — dice — è una persona diversa». Lei stessa, Martina, rispetto a quel pomeriggio drammatico del 28 dicembre mentre scagliava contro Pietro i getti d’acido, dice di «essere un’altra». Che questo abbia rilevanza sul piano penale o anche della capacità genitoriale, è tutto da discutere.

 

Il reato per cui lei e il padre del bimbo sono stati condannati in primo grado a 14 anni (lesioni gravissime, permanenti, con le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi) ha portato tra l’altro alla sospensione della patria potestà. E nuove udienze per altre crudeli agguati sono alle porte (il 18 settembre la prima). Ma il legale riflette. «È come se Martina non avesse elaborato nei nove mesi l’identità materna, ma tutto d’un colpo quando, dopo quindici ore di travaglio, ha sentito il neonato piangere fuori dalla sua pancia».

 

Martina Levato Alexander BoettcherMartina Levato Alexander Boettcher

Venerdì, per un’ora, è stato portato per la prima volta a San Vittore da lei. Il bimbo era tranquillo, si è addormentato sulla sua spalla. Ed è rimasto così fino alla fine del tempo. «La restituzione di questo neonato è diventato il suo dramma, collegato a quanto successo». Prima anzi, di quanto successo. Sul muro della cella c’è segnato un numero, 7, preceduto dal segno meno. I giorni che mancano alla prossima visita.

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