LA TANA NERA DELLA RETE - DAGLI SLOGAN PRO-DUCE AGLI INSULTI A MATTARELLA PER LA VISITA ALLE FOSSE ARDEATINE: LA DIS-CARICA DEI 150MILA FASCISTI TOLLERATI DA FACEBOOK - PER IL SOCIAL I LORO CONTENUTI NON VIOLANO I PRINCIPI DELLA COMMUNITY

Carmine Saviano per “la Repubblica”

 

giovani fascisti italiani pagina facebookgiovani fascisti italiani pagina facebook

Sono da poco passate le 16 del 31 gennaio scorso. Sotto il cielo grigio di Roma un corteo di automobili di Stato si appresta a entrare nel mausoleo che celebra i martiri della Fosse Ardeatine. Da una delle vetture scende Sergio Mattarella, eletto da poche ore dodicesimo presidente della Repubblica. Inizia il suo settennato così: ricordando chi è stato trucidato a sangue freddo dal nazismo e dal fascismo. Negli stessi istanti, sul web, va in scena una sfilata virtuale di insulti rivolti al nuovo Capo dello Stato, reo di iniziare il suo mandato dalla Resistenza: «È un partigiano, ho detto tutto», «ecco un altro mafioso ebreo». Gran parte di quelle offese provengono da una pagina Facebook, quella dei Giovani Fascisti Italiani. 

 

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Sono in 134mila e si auto definiscono “Gruppo Fascista per la rinascita d’Italia”. La loro linea politica è sintetizzata da una citazione di Benito Mussolini, le parole d’ordine sono le solite: duce, rigore, potenza e così via sin dove quel vocabolario può giungere. Sono nati nel 2010, nel 2013 erano 60 mila e da subito non hanno coltivato solo nostalgia. Qui “guardano al futuro”, è un messianismo deformato e allucinato dove non si aspetta altro che «un nuovo capo», un «uomo forte», colui che sappia «restituirci l’onore»: «Dux Mea Lux, quando tornerai?».

 

E non sono i soli. La tana nera della rete è profonda. I social network ne sono solo l’ingresso, la punta visibile, quella più pervasiva. Per farsi un’idea basta cercare anche solo tra le “pagine amiche” che i Giovani Fascisti Italiani suggeriscono. Si va dai Camerati Italiani ai Fascisti del Terzo Millennio, dalla Falange Nera al Socialismo Mussoliniano. Poi il Movimento Fascismo e Libertà e il gruppo Dio, Patria, Famiglia. Ancora: Fiamma Nera, Orgoglio Fascista, Noi Fedelissimi dell’Italia e del Duce. Serbatoi di odio e rancore.

 

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Perché Facebook consente la pubblicazione di questi contenuti che potrebbero prefigurare l’apologia di fascismo? «Siamo impegnati a mantenere il giusto equilibrio tra libertà di espressione e tutela della sicurezza e dei diritti delle persone. Non consentiamo, infatti, la pubblicazione di contenuti violenti, che incitano all’odio o comunque contrari agli standard della nostra community», risponde un portavoce di Facebook Italia. Resta da capire come sia possibile non considerare incitamento all’odio frasi come «gli zingari devono essere integrati nel cemento».

 

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Ma quanto è estesa questa Rete Nera? Gli ultimi censimenti — come quello contenuto in Web Nero, ricerca di Manuela Caiani e Linda Parenti edita da Il Mulino nel 2013 — quantificano in circa cento i principali siti attivi in Italia. E qui si esce fuori dal virtuale: perché si tratta di associazioni, riviste, piccole case editrici, nuclei di skinheads che declinano la loro ideologia in quei territori dove il disagio sociale è assoluto. Se ci si sposta sul terreno dei blog, dei forum, dei negozi online nei quali è possibile acquistare ogni tipo di feticcio fascista, il numero diventa vago ma sale in maniera esponenziale. Tutto “liquido”, naturalmente, con pagine e contenuti che appaiono e scompaiono. La Federazione delle Associazioni dei Partigiani d’Italia ne ha contati circa un migliaio. Ma era il 2002. Oggi un numero certo non c’è.

 

C’è di sicuro un enorme spazio virtuale in cui i simboli della storia del fascismo e del nazionalsocialismo vengono utilizzati come carte d’identità: immagini attraverso cui si da una precisa raffigurazione politica di se stessi, forme e colori intorno a cui ci si riconosce. La Croce Celtica, le teste rasate, il doppio 8 che simboleggia le due H dell’Hail Hitler. La tigre di Evola, le parole di Pound e innumerevoli rivoli del fiume sotterraneo dell’antisemitismo.

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In definitiva la questione diventa se la libertà d’espressione possa essere invocata per tutelare l’incitamento all’odio e alla discriminazione. Una questione essenziale per la giurisprudenza al tempo di internet. Ci si muove su un terreno scivoloso «quando ci si trova al confine tra il libero pensiero e parole che possono diventare armi pericolose», dice Carlo Blengino, avvocato ed esperto proprio nel campo della connessione tra diritto e internet.

 

Il punto è il grado di pericolosità delle parole e delle immagini che vengono diffuse: quel confine appare spesso ampiamente superato e quei comportamenti prefigurano l’apologia di fascismo, un reato previsto dal nostro ordinamento. E se è sotto gli occhi di tutti, visto il carattere della rete, che «possiamo trovare siti di frustrati che inneggiano al fascismo», continua Blengino, e che non vanno oltre il loro status di attivisti da tastiera, è altrettanto innegabile che simili comportamenti, «un domani possono tornare a essere realmente pericolosi».

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