1. A PRANZO COL PAPA FRANCESCO A FERRAGOSTO L’ULTIMO SFOGO DI BERTONE: “SE NESSUNO QUI IN VATICANO MI DIFENDE DA CHI MI HA DEFINITO CORROTTO, È MEGLIO FINIRLA QUI” 2. IL TARCISIONE DI FERRAGOSTO E’ PROFONDAMENTE FERITO DAI TWEET PESANTI COME PIETRE SPARATI IL 28 E IL 29 FEBBRAIO 2012 DALLA TRENTENNE FRANCESCA IMMACOLATA CHAOUQUI, NOMINATA, A SORPRESA, IL 19 LUGLIO SCORSO DA BERGOGLIO MEMBRO DELLA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLE FINANZE VATICANE: “BERTONE È UN CORROTTO. PARE CHE CI SIA DI MEZZO L’ARCHIVIO SEGRETO E UN’AZIENDA VENETA” 3. A GETTARE SALE SULLA FERITA DEL CARDINALE ANCHE LA “TIEPIDA” DIFESA DEL VATICANO 4. BERGOGLIO, CONFERMANDO AL LORO POSTO TUTTI GLI ALTRI MEMBRI DELLA SEGRETERIA DI STATO DI BERTONE, HA RIFILATO UN ULTERIORE SCHIAFFO AL CARDINALE

1. L'ULTIMO SFOGO DI BERTONE CON FRANCESCO: "NESSUNO MI DIFENDE, MEGLIO FINIRLA QUI"
Orazio La Rocca per "La Repubblica"

«Se nessuno qui in Vaticano mi difende da chi mi ha definito corrotto, è meglio finirla qui». Il cardinale Tarcisio Bertone lo dice con grande fermezza nel corso del pranzo consumato lo scorso Ferragosto nella residenza pontificia di Castel Gandolfo, alla presenza di papa Francesco, del cardinale Angelo Sodano, suo predecessore e attuale decano del Collegio cardinalizio, e del vescovo Marcello Semeraro, segretario della commissione degli 8 cardinali istituita da Bergoglio per studiare la riforma della Curia.

Bertone, però, stando a voci filtrate dai Sacri Palazzi, durante il pranzo di Ferragosto ha poca voglia di parlare di riforme perché da giorni sulla stampa circolano i contenuti di alcuni tweet al vetriolo pubblicati nei mesi precedenti dalla trentenne Francesca Immacolata Chaouqui, nominata, a sorpresa, il 19 luglio scorso da Bergoglio membro della Commissione di inchiesta sulle finanze vaticane.

Nomina che ha subito portato irritazione in Vaticano appena i giornali ricordarono che in quei tweet - pubblicati il 28 e il 29 febbraio 2012 - il segretario di Stato veniva duramente attaccato: «Bertone è un corrotto - sosteneva la neo commissaria pontificia - pare che ci sia di mezzo l'archivio segreto e un'azienda veneta».

Parole pesanti come pietre che hanno colpito l'allora Segretario di Stato, non solo per il contenuto - è stato fatto notare ai commensali nel pranzo del 15 agosto - ma soprattutto perché «dette da una persona nominata dal Papa». Giudizi che, confida il porporato, «mi hanno ferito profondamente».

Ma a gettare sale sulla ferita del cardinale è stata anche - a suo dire - la "tiepida" reazione delle fonti vaticane e della stampa cattolica. Ad eccezione di un breve intervento del portavoce della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi: «Nessun commento particolare su quanto pubblicato, non mi sembrano cose che non si sapessero già. Ma è da verificare che siano tutte vere».

Intervento che, evidentemente, Bertone ha giudicato piuttosto "debole" e "poco convincente". Da qui la richiesta di vedere anticipati i tempi della nomina del successore «se nessuno mi difende dall'accusa di essere corrotto». E forse proprio per queste lamentele, il Papa ha annunciato con un mese e mezzo di anticipo il nuovo segretario di Stato, Pietro Parolin.

Confermando, però, tutti gli altri membri della stessa Segreteria di Stato che lavoravano col cardinale. Un gesto visto in Vaticano come una ulteriore beffa per Bertone, il quale forse non a caso domenica scorsa a Siracusa si è lamentato di essere stato «vittima di corvi e vipere pur avendo lavorato positivamente al servizio della Chiesa».

2. "CHI FA CHIACCHIERE UCCIDE I FRATELLI" - L'ANATEMA DEL PAPA SUI VELENI NELLA CHIESA
Paolo Rodari per "La Repubblica"

Con ieri sono tornate le omelie del mattino di papa Francesco. Pronunciate a braccio, prendono spunto sempre dal Vangelo del giorno. Riflessioni il cui destinatario soltanto in apparenza è l'indistinto orbe cattolico. In realtà, Jorge Mario Bergoglio non parla mai a caso. Così ieri quando, a sorpresa, commentando san Luca ha detto: «Quelli che in una comunità fanno chiacchiere sui fratelli, sui membri della comunità, vogliono uccidere».

Parole pronunciate dopo che soltanto meno di ventiquattro ore prima era stato il cardinale Tarcisio Bertone, "premier" vaticano uscente, a sfogarsi in quel di Siracusa e a dire che chi negli ultimi due anni gli ha rovesciato addosso critiche è «un intreccio di corvi e vipere».

Parole pesanti che l'Osservatore Romano di oggi ha riportato però soltanto in parte.
A chi si riferiva Francesco quando stigmatizzava il «chiacchiericcio », espressione coniata dal decano Angelo Sodano il 4 aprile 2010 in un'occasione storica, il saluto fuori protocollo alla Messa di Pasqua quando lo scandalo pedofilia scuoteva la Chiesa universale («Non lasciamoci influenzare dal chiacchiericcio del momento», disse)? Difficile rispondere.

Di certo c'è che Bergoglio è il Papa che vuole portare il Vaticano fuori da Vatileaks, la stagione delle dicerie e dei veleni fra bande ecclesiastiche nemiche, quel mormorio di curia che secondo molti ha, nei fatti, ucciso il pontificato di Joseph Ratzinger. E poi ci sono i 45 giorni di proroga concessi a Bertone, che possono divenire uno stillicidio se le maldicenze non hanno fine. Insieme, c'è anche l'ammissione dello stesso Francesco nel discorso fatto a braccio ai seminaristi il 6 luglio scorso: «Anche io sono caduto in questo - nelle «chiacchiere », ndr -. Tante volte l'ho fatto, tante volte! E mi vergogno! Mi vergogno di questo! Non sta bene farlo: andare a fare chiacchiere».

La curia romana che ha in mente Bergoglio deve essere altra cosa. Lo ha detto lo stesso Pontefice sul volo che lo riportava in Italia da Rio de Janeiro lo scorso luglio: «Credo che la curia sia un poco calata dal livello che aveva un tempo, di quei vecchi curiali... il profilo del vecchio curiale, fedele, che faceva il suo lavoro.

Abbiamo bisogno di queste persone. Credo... ci sono, ma non sono tanti come un tempo. Il profilo del vecchio curiale: io direi così. Dobbiamo averne di più, di questi». Le ultime nomine del Papa vanno in questa direzione. Non solo Pietro Parolin, nuovo segretario di Stato lontano dai giochi di potere, ma anche altri. Francesco prova a impiantare una curia fatta di uomini al servizio della Chiesa, e non di arrampicatori e carrieristi. Tanto che si dice che dopo la cacciata di alcuni fra i dirigenti dello Ior, altri dirigenti di altri dicasteri economici potrebbero presto lasciare. E da prelati con incarichi importanti potrebbero tornare a fare i semplici preti, in parrocchie lontane da Roma.

Certo, non tutti i dimissionari tornano indietro per demeriti. Per Francesco, infatti, la missione nel mondo vale tanto quanto - c'è chi dice di più - quella svolta nelle istituzioni ecclesiastiche. Per questo, ad esempio, seppure inusuale non stupisce l'"arretramento" per volere papale di monsignor Paolo Mancini, già segretario generale del Vicariato di Roma, a semplice parroco di via Gallia, dove nella capitale sorge la chiesa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. Torna a fare ciò che più ama fare: il parroco fra la gente. E non vi torna per demeriti.

Così monsignor Guido Pozzo. Era elemosiniere del Papa, incarico che porta alla porpora. Francesco l'ha rimandato nella sua vecchia "casella", capo di Ecclesia Dei, l'organismo incaricato di trattare coi lefebvriani. Il sacerdozio è un servizio, insomma. E va svolto dove più è necessario.

Contro il chiacchiericcio Francesco sa bene che esiste una strada che se ben utilizzata può essere utile. Il ritorno dei laici oltre il Tevere, come dimostrano le commissioni per le riforme di vari settori della curia riempite dal Papa argentino proprio di laici. Oppure il fatto che uno fra i suoi principali consiglieri in curia sia un laico, il segretario della Commissione per l'America Latina Guzmán Carriquiry.

Vatileaks, fra le tante sue sfaccettature, è anche la storia della difficoltà di molti curiali a raggiungere papa Benedetto XVI. Per fargli conoscere il proprio punto di vista, o ciò che ai loro occhi era importante egli sapesse, diffondevano notizie riservate all'esterno colpevolmente incuranti dei crimini che commettevano.

Francesco contro questo modo di fare ha adottato una strategia semplice: ha aperto le porte del proprio appartamento. Santa Marta, non a caso, è un albergo, o un «convitto» come egli ama chiamarlo. Un luogo di passaggio per cardinali e vescovi, dove non c'è nemmeno bisogno di un maggiordomo personale. Bastano, e avanzano, i due segretari e, soprattutto, il personale addetto dello stesso albergo.

 

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