1- ALTRO CHE GLI SCRICCHIOLII DI CUI PARLA PIERFURBY. L'INTERVISTA DOMENICALE DI WALTERLOO VELTRONI E' L'INCIDENTE DI SARAJEVO CHE SCATENA LA GUERRA MONDIALE NEL PD 2- SFANCULATELLO BERSANI GIOCA D'ANTICIPO SU CHI LAVORA PER MONTI PREMIER NEL 2013 E SI PREPARA PER UN GIRO NELL'ITALIA DELLA CRISI. DI FATTO E' L'ANNUNCIO DELLA SUA CANDIDATURA A PALAZZO CHIGI. E SE MONTI ARRIVA IN PARLAMENTO CON LA RIFORMA DEL LAVORO NON APPROVATA DALLA CGIL, ECCO CHE LA SCISSIONE E' SERVITA 3- MENTRE IL CATTO-PD FIORONI PIGOLA “IL PARTITO DI MONTI SI FARÀ, CON O SENZA MONTI”, SUPERMARIO FESTEGGIA I CENTO GIORNI A PALAZZO CHIGI, UNA LUNA DI MIELE INEDITA PER IL PAESE DI PULCINELLA E DEL SIRE DI HARDCORE, FORMATO LACRIME & SANGUE 4- RIGOR MONTIS HA RACCOLTO LE LODI DI ALDO BUSI E SOPHIA LOREN. DAL ‘’FATTO’’ AI ROTOCALCHI, DA FURIO COLOMBO AD ALFONSO SIGNORINI, CHE IN UN ACCESSO DI INATTESA MORIGERATEZZA È ARRIVATO A DEPRECARE L´USO DI PISTOLE CARICATE A CHAMPAGNE IN CERTE FESTE CHE SA LUI. E LA MODA RISCOPRE LE VIRTÙ DEI COLORI PIÙ SOBRI, IL BLU E IL GRIGIO (PERFETTI PER CELEBRARE IL DE PROFUNDIS DELLA PARTITOCRAZIA DEI PENATI E DEGLI SCAJOLA)

1- LA SCISSIONE E' SERVITA
Tommaso Labate per Il Riformista

Il tempo della sfida a colpi di interviste, dicono i suoi, è finito. La risposta di Bersani a Veltroni su Monti, l'articolo 18 e il futuro del Pd arriverà tra pochi giorni. E non sarà su un giornale. Perché il segretario, di fatto, è pronto ad anticipare la sua candidatura a premier nel 2013. Con un «viaggio in Italia».

Forse l'intervista rilasciata domenica da Veltroni a Repubblica - in cui l'ex leader dei Democratici ha praticamente esplicitato l'ipotesi di replicare lo schema Monti anche nel 2013, oltre ad "aprire" alle modifiche dell'articolo 18 - sarà ricordata come l'«incidente di Sarajevo» che darà il la all'ultima guerra mondiale del Pd. Anche perché ormai dietro le quinte è rimasto ben poco. È tutto sulla scena.

Bastava vedere la prima pagina dell'Unità di ieri, con quel titolo a caratteri cubitali, «Duello nel Pd». Oppure studiare come la mappa dei poteri interni al partito s'è modificata. Bersani, i suoi fedelissimi, probabilmente Rosy Bindi, quelli del Pd «modello Pse», insomma, da un lato. Walter Veltroni, Enrico Letta e i sostenitori del «progetto Monti bis», dall'altro. E in mezzo quell'enorme zona grigia di chi per i motivi più disparati - da Dario Franceschini a Massimo D'Alema, fino a Matteo Renzi - sta aspettando il momento giusto per posizionarsi sulla scacchiera.

Bersani non ha intenzione di farsi logorare. Perché sa benissimo, come ha sottolineato Veltroni via Twitter, che «il problema non è l'articolo 18». Il problema è «il giudizio su Monti». E il giudizio che dà «Pier Luigi» dell'esperienza dei Professori è molto diverso da quello di «Walter» o «Enrico». Infatti domenica, dopo aver smaltito la collera che gli derivava dalla lettura dell'intervista veltroniana, il segretario ha rotto gli indugi.

«Qualcuno non s'è reso conto che questo Paese è ancora nei guai. Siamo in piena emergenza», è stato il ragionamento svolto prima di "autorizzare" la piccata replica di Stefano Fassina a Veltroni. E ancora: «Altro che modifiche all'articolo 18. Al di là di quanto dicono alcuni dei nostri», secondo riferimento alle parole dell'ex sindaco di Roma, «la situazione non è migliorata. Da una crisi del genere non si esce mica in tre mesi».

Da qui l'idea di passare dalle parole ai fatti. Di passare dal dibattito interno alimentato a colpi di documenti o interviste a una vera e propria campagna elettorale. Questione di ore, forse di giorni: sta di fatto che prima del week-end Bersani annuncerà le tappe di un suo «viaggio in Italia», che potrebbe cominciare già la settimana prossima.

Chi ha visto i suoi appunti anticipa che il leader del Pd andrà di persona «nei luoghi della crisi»: dai paesini colpiti dalla recente alluvione in Liguria alle città più sensibili all'emergenza economica (Piombino, Torino, Venezia), passando per le industrie che rischiano la chiusura. Il senso della missione, che dice molto del giudizio che il leader del Pd dà dell'operato del governo Monti, è più o meno questo: «Andrò dove l'esecutivo non s'è fatto mai vedere».

Il «viaggio in Italia» di Bersani non è una semplice marcia d'avvicinamento alle amministrative di quest'anno o alle politiche dell'anno prossimo. No. Si tratta della mossa con cui il leader del Pd renderà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua intenzione di correre alla guida del centrosinistra alle elezioni del 2013. «E coi galloni di candidato premier», sottolineano i suoi. Una mossa che, ovviamente, è destinata a scatenare un putiferio.

Perché basta vedere l'incendio innescato dal botta e risposta Veltroni-Fassina su Monti e l'articolo 18 per comprendere il livello di tensione che c'è nel partito. Il deputato-economista lettiano Francesco Boccia, che teoricamente starebbe nella maggioranza bersaniana, difende «Walter»: «Gli attacchi di Fassina e Vendola a Veltroni sono stati indecenti. Questo significa giocare sporco, provare a estremizzare il conflitto sociale. Un esercizio molto pericoloso».

«Il partito di Monti si farà, con o senza Monti», mette a verbale Beppe Fioroni. «Concordo con Veltroni: il punto cruciale è l'appoggio a Monti», ha commentato Marco Follini. Altro che «scricchiolii», come li chiama Pier Ferdinando Casini. Perché, spiega un membro della segreteria del Pd, «se in Parlamento arriva una riforma del welfare non sottoscritta pure dalla Cgil, in quel caso molti dei nostri non la voterebbero nemmeno con la fiducia». Se mai questo momento arrivasse, un minuto dopo al quartier generale del partito il dibattito sarebbe monopolizzato da un concetto molto semplice. Che non è «articolo 18». Ma «scissione».


2- I CENTO GIORNI DEL "MONTISMO"
Filippo Ceccarelli per "la Repubblica"

Cento giorni per il governo Monti, ma si ha un certo ritegno a chiamarla luna di miele. Troppo sdolcinata la metafora per designare una stagione di dolorosi sacrifici e indispensabile continenza. Però dopo tre mesi il consenso per l´esperimento tecnico si avverte e la popolarità appare in crescita. All´estero vabbè, era anche scontata.

La copertina di Time, gli elogi di Obama, gli applausi di Strasburgo, il capogruppo socialdemocratico che in aula ha ufficializzato la più impetuosa onomastica, "SuperMario", al che questo strano presidente italiano si è potuto concedere l´ennesima attestazione di sobrietà: "No, no, solo Mario".

Ma pure qui: altro che lacrime e sangue. Non che manchino, certo, ma ancora di più pesano le paure che tutto torni com´era prima. E se nel Palazzo è doveroso registrare l´appoggio dei partiti screditati, inguaiati ed esautorati, nel Paese già si parla di "era del loden". Non per caso a Sanremo, specchio delle rappresentazioni domestiche, il tormentone inscenato era quello di stringere i pugni affermando con intensità: "Stiamo tecnici", e nell´indeterminatezza delle parole riposa spesso il senso del potere.

L´osservazione politica, del resto, ha imparato a vivere di segni anche strambi, o contraddittori, ma al tempo stesso futili e decisivi. Per cui si segnala che l´altro giorno, in due sedi diverse, Monti ha raccolto le lodi di Aldo Busi e Sophia Loren. Dal Fatto ai rotocalchi, da Furio Colombo ad Alfonso Signorini, che in un accesso di inattesa morigeratezza è arrivato a deprecare l´uso di pistole caricate a champagne in certe feste che sa lui. E a Palazzo Pitti Uomo riscoprono le virtù dei colori più tradizionali, il blu e il grigio.

Certo poi l´Italia rimane l´Italia; e presto arriveranno le statuette del Professore da mettere nel presepe napoletano. Ma tale è il fervore di temperanza che con qualche senso di colpa, ma anche col dubbio che le vie del successo sono imprevedibili, comunque si dà conto di un sito d´incontri online che si reclamizzava con una bella signora dal maestoso seno e ammiccante: «Questa sera vuoi fare un po´ di governo tecnico? Allora registrati gratis».

Ecco: tutto sono stati, questi cento giorni, fuorché gratis. Ma è pure vero che tutto è cambiato e tutto di colpo è parso invecchiare. Un virtuoso della comunicazione come Carlo Freccero ha evocato un terremoto; un oppositore come Maroni un meteorite. E anche qui pare ingenua piaggeria attribuirne ai tecnici la responsabilità, ma l´impressione è che sentimentalismi, intimismi, narcisismi, esibizionismi, e poi eccessi, maleducazioni, ospitate, pagliacciate, smargiassate, turpiloqui e altre indecenze a partire dalla fine del 2011 si siano abbastanza tolte di mezzo.

Ovvio che un governo dovrebbe soprattutto governare; e da questo punto di vista, considerata l´emergenza economica e quindi lo stato d´eccezione, parecchio è stato fatto, vedi le pensioni. Ma è il cambiamento di stile che appare specialmente vistoso. Dagospia lo presenta all´insegna del "Rigor Montis".

Per dire, posto dinanzi al primo buffet istituzionale, il presidente si è come bloccato: "Mi basta un panino"; e due settimane fa al trio ABC ha offerto riso in bianco e fettina. E per quanto con astuta dose d´ambiguità e ipocrisia il governo è riuscito a tenersi lontano dalle grane - Cosentino, la giustizia, la nave, la neve, la Rai - intanto i ministri viaggiano per Roma con il car-sharing, la presidenza emana spending-review dal sapore penitenziale e i giornalisti si paghino il volo.

A Capodanno uno sprovveduto Calderoli ha provato a montare un caso su un presunto party di famiglia a Palazzo Chigi, beccandosi una noterella che è una piccola perla di sarcasmo: «Il presidente Monti non può escludere che dato il numero relativamente elevato degli ospiti, ci possano essere stati oneri lievemente superiori per consumo di luce, acqua e gas».

Certo, l´immaginario tecnocratico di un governo di primi della classe sembra assai meno divertente da raccontare delle sgangheratissime buffonerie che pure gli hanno aperto un´autostrada. Ma forse è molto più difficile da comprendere, sottile ed esteso come il dominio dei mercati e delle organizzazioni sovranazionali.

Grosso modo assomiglia a una macchina, con quel tanto di disumano che comporta, vive di calcoli, campus, lingue straniere, uffici studi, discreti club, eccellenza, reputazione, formalità. In Italia, fattosi potere, rivela anche una certa attitudine, più che pedagogica, per così dire rieducativa (posto fisso, mammismo, buonismo, laureati sfigati).

Di suo, Monti reca in dote all´impegno civile enorme prestigio, sicura competenza, invidiabile flemma, anzi prodigioso autocontrollo. Ma dietro "l´alta ispirazione elitaria" del suo governo, come scrive Giuseppe De Rita, pare di scorgere una distanza, un´estraneità, un senso di naturale superiorità che può farsi altezzoso nei confronti di quell´entità che pur tra mille abusi lessicali ha il nome di popolo.

La faccenda può farsi problematica perché da cento giorni i partiti, già stremati, non ci sono proprio più. Monti dice che poi torneranno - ma su questo, almeno al momento, non c´è luna di miele che possa convincere che lui lo pensa davvero e che sul serio avverrà.

 

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