1- LA POTENZA DI UNA COSCA DELLA ‘NDRANGHETA SI MISURA CON I RICEVIMENTI NUZIALI 2- I MATRIMONI DEI RAMPOLLI DEI BOSS SONO IL MOMENTO PER MANIFESTARE LA LORO POTENZA, CON UN LUSSO CHE SPESSO DILAGA NEL PACCHIANO O DIVENTA UN TRIPUDIO CAFONAL. LA CLASSE NON CONTA, QUELLO CHE IMPORTA È IL PREZZO: DEVE ESSERE IL MASSIMO 3- TANTO CHI PAGA SONO I COMMERCIANTI: IL REGALO ALLA SPOSA E’ IL PIZZO DA PAGARE 4- COME NEL “PADRINO”, I TAVOLI SONO ORGANIZZATI SECONDO IL RIGIDO ORGANIGRAMMA MAFIOSO, E SPESSO LE NOZZE DIVENTANO UN’OCCASIONE PER INCONTRI STRATEGICI DEI CLAN 4- LO STILE 'NDRANGHETA SI MANIFESTA NEI SALONI USATI PER FESTEGGIARE: SALE COLOSSALI, IMITAZIONI REGGIA DI VERSAILLES, UN INNO AL KITSCH PIÙ SFRENATO TIRATE SU IN ANGOLI DELLA COSTA IONICA O TIRRENICA, DEVASTATI DALLA SPECULAZIONE EDILIZIA

Lirio Abbate per "l'Espresso"

Un re non bada a spese, né a sfarzo. Quando si sposa uno dei suoi rampolli tutto deve essere eccessivo, costoso, numeroso. Mille invitati, sale banchetti come castelli, abiti griffatissimi. E loro, i baroni della 'ndrangheta, si sentono potenti come sovrani: le loro dinastie dominano sulla Calabria e hanno ambasciate in ogni continente. Le nozze sono il momento per manifestare la loro potenza, con un lusso che spesso dilaga nel pacchiano o diventa un tripudio cafonal.

La classe non conta, quello che importa è il prezzo: deve essere il massimo. Prendete quello che ha fatto qualche anno fa la figlia di un boss di Rosarno, la capitale mafiosa della Piana di Gioia Tauro: una ragazza chiamata per il suo modo di fare "Velenia", carattere acido e spigoloso. Come bomboniera ha preteso un cobra in lalique con occhi di piccole pietre preziose, regalato a un migliaio di ospiti. Forse consapevole del nomignolo che le hanno affibbiato ha voluto accoppiare il lusso esagerato al serpente tra i più velenosi al mondo.

Storie attuali che "l'Espresso" può raccontare dopo che il cronista s'è infiltrato nei banchetti di nozze che spesso si trasformano in veri e propri summit mafiosi. Si vedono scene da film che sembrano scritte da Mario Puzo, come quelle che abbiamo documentato il 15 luglio in un ristorante nei pressi di Vibo Valentia, durante il banchetto di nozze di una coppia di rampolli della cosca Bonavota di Sant'Onofrio. Fra i 650 invitati c'erano sicuramente incensurati, ma anche rappresentanti di molte cosche calabresi, i cui uomini hanno individuato gli "intrusi" de "l'Espresso": lì c'erano persone che non potevano essere fotografate.

Lo stile 'ndrangheta si manifesta anche nei saloni usati per festeggiare: imitazioni di Versailles del grand siècle tirate su in angoli della costa ionica o tirrenica, devastati dalla speculazione edilizia: hanno sale colossali, che sono un inno al kitsch più sfrenato: locali di cinquecento metri quadrati arredati con tavoli e sedie baroccheggianti; tovaglie colorate, stucchi e dipinti dorati, armature e lampadari di cristallo con cascate di pendenti. Alle pareti affreschi che copiano malamente Tiepolo e Canaletto. Non mancano statue di marmo. E vasche ricche di aragoste vive, pronte a saltare in pentola. Ovviamente le posate sono d'argento, tranne quelle degli sposi, rigidamente d'oro.

Il menù è regale. Decine di portate di pesce e carne, ostriche, gamberoni, pesce spada e fritture miste e poi timballi e paste di tutti i tipi, bagnate da fiumi di bibite gassate e champagne, meglio se vintage perché è quello che costa di più. L'unico obiettivo è stupire, far vedere quale sia la ricchezza del clan che organizza le nozze. E il banchetto nuziale dura anche dodici ore.

Tutti indossano capi nuovi di zecca, facendo a gara per sfoggiare firme di stilisti all'ultimo grido. Non importa se il fisico non è da modelli: gli uomini mettono in vista grosse pance e le donne rotoli ai fianchi. Ma è il marchio griffato che conta. Anche in questo caso, il dress code scarseggia in charme e abbonda in sperperi: i maestri della moda inorridirebbero nel vedere le loro creazioni infilate in quel bailamme di signore sovrappeso e picciotti panciuti. Per di più mafiosi. E chi non può permettersi questi capi ricorre a squallide imitazioni.

Antonio Pelle, arrestato pochi mesi fa, per prepararsi al matrimonio dell'amico vicino ai clan, chiama una boutique di Roma di cui è affezionato cliente e parla direttamente con uno dei commessi che lo conosce bene. Antonio è il nipote di Giuseppe, boss di una delle cosche più famose e importanti, quella dei Pelle "Gambazza" di San Luca: chiede di alcuni abiti che andrà ad acquistare a breve. Poi il commesso gli propone di accoppiare all'abbigliamento scelto anche un paio di scarpe: «Caro Antonio, qui ci sono un paio di scarpe in alligatore che fanno proprio al caso tuo».

Il nipote del boss chiede quanto costano. «Tremila euro», gli rispondono. Pelle resta in silenzio, fa capire che il prezzo forse è alto. Dalla boutique però ribattono: «Guarda che di queste scarpe ne esistono solo due paia al mondo: uno è qui per te, e l'altro è di John Wayne!». Hanno capito di che pasta è fatto Antonio Pelle, il quale senza riflettere sul fatto che l'attore americano è morto 33 anni fa, esulta: «Ok. Allora vengo a prenderle subito».

I carabinieri del Ros non sono sorpresi: nei loro dossier vengono ricostruiti anche gli studi del ragazzo. Si è diplomato con il minimo, con due anni di ritardo. Poi si è iscritto ad Architettura a Reggio Calabria. Ed improvvisamente è diventato un genio: nove esami in 41 giorni, tutti con trenta. Miracolo? No, secondo gli investigatori del Ros è il frutto dell'intreccio di relazioni tra professori, impiegati dell'Ateneo e il nonno padrino.

La dimensione borghese della 'ndrangheta si materializza proprio nei banchetti. Politici e amministratori locali non disdegnano di partecipare alle maratone culinarie, alcuni invece sono obbligati - pena ritorsioni e minacce se non accettano l'invito - e spesso ci sono pure docenti e medici. Il paradosso è che devono presenziare pure negozianti e imprenditori, ossia quelli che sono obbligati a pagare il conto.

Sì, perché questi pranzi che farebbero impallidire Gargantua, Pantagruele e Trimalcione non costano un euro ai boss. Sono quasi sempre frutto di estorsioni: doni che non si possono rifiutare, omaggi obbligati alla potenza del clan. La scena è sempre la stessa: un mese prima delle nozze, la sposa in compagnia della madre passa in rassegna i negozi della cittadina dominata dal padre. La ragazza fa irruzione in gioiellerie, antiquari, negozi di elettronica ed elettrodomestici, pelliccerie e abbigliamenti, e in ognuno indica l'oggetto - naturalmente quello più costoso - che vorrebbe avere.

La futura sposa non chiede al commerciante - che spesso non conosce affatto - il prezzo, dice solo che sarebbe bello avere quella collana, quel televisore, quel quadro, quelle scarpe. Sembra assurdo, ma in piena estate la sposa entra in pellicceria e indica pure il visone. E lo avrà. A quel punto la mamma tira fuori dalla borsetta la busta con l'invito e la lascia sul bancone. Prima di uscire dice solo: «Ci vediamo al matrimonio». Una formula magica, meglio di una carta di credito: la spesa così è illimitata. E per l'esercente diventa un pizzo supplementare.

Nei cantieri edili o negli stabilimenti industriali è babbo-boss che consegna il biglietto d'invito per l'imprenditore, obbligato a un significativo dono in contanti. Una forma di estorsione. E poi tutti al banchetto, perché se non si partecipa alla festa, il capomafia potrebbe intendere il rifiuto come uno sgarbo e sarebbero altri guai. Una beffa: devono tirare fuori i soldi e assistere al modo in cui vengono bruciati per soddisfare la brama di sfarzo degli ultimi re di Calabria. Ovviamente anche i ristoratori devono sottostare alla stessa regola, anche se in alcuni casi si ritiene che la proprietà dei locali sia dello stesso clan.

Nel disporre gli invitati, però, si ricorre a grandi accorgimenti. Gli ospiti in genere sono un migliaio: più che matrimoni, sembrano feste di paese. Ogni banchetto ha una zona separata, dove è vietato fare foto o filmati. Lì i tavoli sono organizzati secondo l'appartenenza alle cosche: al centro il capo, intorno affiliati e consorti, ai lati i guardaspalle. A loro volta, poi, i tavoli di clan sono raggruppati in base alla "provincia" mafiosa a cui fanno riferimento. In pratica, una mappa vivente degli organigrammi criminali.

I mafiosi regalano agli sposi somme di denaro. Li infilano in buste bianche che vengono raccolte in un forziere sistemato sul tavolo nuziale. A questi banchetti ogni tanto partecipano anche i latitanti. E per evitare sorprese c'è una rete di sorveglianza, con vedette pronte a dare l'allarme in caso di movimenti sospetti o iniziative delle forze dell'ordine. Trent'anni fa i mafiosi siciliani puntavano anche loro tutto sui banchetti di nozze, mostrando potenza e alleanze e invitati eccellenti. Ma qui in Calabria, oggi li superano. E se il matrimonio della figlia di Riina diventa folklore e curiosità giornalistica e turistica, nella piana di Gioia Tauro e nella Locride, lo "sposalizio" è ancora un fatto di 'ndrangheta serio.

Le nozze in Calabria sono pure il pretesto per grandi summit, dove discutere alleanze e direttive strategiche. La folla convocata permette ai boss di muoversi senza destare sospetti. Uno degli eventi più importanti su cui hanno indagato i carabinieri del Ros risale ad agosto 2009: l'unione tra Elisa Pelle, figlia di Peppe "gambazza" e Giuseppe Barbaro, erede di un altro mafioso, Pasquale "u castanu" deceduto tempo fa. C'erano tutti, dalla Lombardia, dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Germania, dal Canada e dall'Australia. Troppi, tanto che la festa è stata divisa tra due ristoranti, al mare e in montagna, distanti alcuni chilometri: a Platì al Parco D'Aspromonte, e a Marina di Ardore all'Euro Hotel.

Gli sposi hanno fatto la spola, ma in questo modo si è evitato di riunire nello stesso luogo gruppi separati da vecchie frizioni: odi che - complici le libagioni - avrebbero potuto guastare il ricevimento solenne. A Platì sono stati concentrati quelli di zona, molti dei quali sottoposti al divieto di allontanarsi dal paese; sulla costa gli ospiti di altre regioni. Tutto va liscio e così, tra montagne di cibo e migliaia di bottiglie, nelle dodici ore di banchetto si decide anche chi sarà il prossimo grande capo delle cosche, il "capocrimine": Domenico Oppedisano.

Una nomina ratificata poi alcuni giorni dopo nel Santuario della Madonna di Polsi, il tempio della 'ndrangheta. L'omaggio rituale di tutti al nuovo "capocrimine" è avvenuto in mezzo alla cerimonia: gli abbracci si sarebbero potuti scambiare per normali saluti a un parente, a un conoscente, a un anziano da riverire.

Invece i carabinieri del Ros hanno seguito tutto, sotto la direzione della procura di Reggio Calabria guidata all'epoca da Giuseppe Pignatone e da quella di Milano con il procuratore aggiunto Ilda Boccassini: il megaparty è diventato uno degli snodi dell'inchiesta "Crimine", che ha determinato trecento arresti in tutta Italia. Ma quel summit nuziale e la successiva appendice nel santuario mariano sono apparsi comunque come una prova di forza: da decenni la località è tenuta sotto stretta sorveglianza dagli investigatori, l'importanza della chiesa di Polsi ormai è parte del folklore, ma la 'ndrangheta non ha rinunciato alle tradizioni.

È questa la radice del suo potere, che l'ha resa compatta e temuta, addirittura più di Cosa nostra. Un dominio che si consolida proprio nei legami di sangue e di matrimonio, con queste maratone dello sfarzo e dello spreco. Che spesso logorano persino i mafiosi: in un'intercettazione due di loro si lamentavano della fatica di affrontare tre ricevimenti nuziali in una settimana.

 

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