1. OGGI TUTTI FISCHIETTANO, MA GLI ULTIMI 15 ANNI DI MPS COINCIDONO CON IL PD SENESE 2. 2000: LA CONGIURA DENTRO AI DS DETRONIZZA PICCINI E VOLA ALLA FONDAZIONE MUSSARI 3. PRIMO COMANDAMENTO DEI PIDDINI SENESI: FONDAZIONE MAI SOTTO IL 51%, A COSTO DI INDEBITAMENTI FOLLI. NEL 2011 MANCINI (COL PLACET DI GUZZETTI) CI PROVA MA NON PASSA 4. IL GIOCO DELL'OCA MONTEPASCHINA: IN DIECI ANNI LA BANCA REGALA ALLA FONDAZIONE 4 MILIARDI DI EURO, RIVERSATI A PIOGGIA SULLE CLIENTELE LOCALI CHE HANNO BLINDATO IL POTERE PDS-DS-PD SU COMUNE E PROVINCIA, CHE DECIDONO LE NOMINE IN BANCA 5. IL RECORD DEL COMUNE: RICEVE 250 MILIONI! FINITI I SOLDI, SALTA IL BILANCIO, IL PD ESPLODE 6. BERSANI FOLGORATO SULLA VIA DI RENZI: PER LA PRIMA VOLTA PARLA DI “ECCESSO DI LOCALISMO” E MOLLA I COMPAGNI DI SIENA 7. MUSSARI-AMATO-CECCUZZI ALLA FINESTRA DELLA FONDAZIONE VALE PIÙ DI MILLE ARTICOLI

1. UNA FOTO CHE DICE TUTTO: MUSSARI, AMATO E CECCUZZI INSIEME ALLA FINESTRA DELLA FONDAZIONE MPS
Dal blog di David Allegranti su "Corrierefiorentino.it"
http://voci.corrierefiorentino.corriere.it/2013/01/31/una-foto-che-dice-tutto/

2. IL PREDOMINIO INTOCCABILE DEL COMUNE DI SIENA E DELLA SINISTRA LOCALE SUL MONTE DEI PASCHI
Andrea Greco per "La Repubblica"


La radice di tutti i guai di Siena», a dar retta a Giovanni Grottanelli de' Santi, è il non rispetto della legge Ciampi, che intendeva separare le Fondazioni dalle banche conferitarie. I senesi, da babbo Monte, non hanno mai voluto separarsi, e su questo hanno lastricato la strada degli errori, tutta in discesa da un decennio.

Sono almeno tre i momenti in cui sarebbe stato possibile fare le cose per bene e secondo normativa. Ma le ritrosie dei leader locali, sostenuti dai partiti forti in città (Pci-Pds-Ds e Dc-Margherita) hanno sempre vinto. E ora sono dolori, come emerge da un documento interno dell'ente - dispensatore di due miliardi di euro al territorio nel periodo - che «evidenzia una liquidità che si esaurisce con la fine del secondo trimestre 2013».

Una ricostruzione dei primi errori emerge da una lettera indirizzata da Grottanelli de' Santi (ex presidente della Fondazione Mps) a Giuseppe Guzzetti. «Quando mi dimisi nel 2000 (perché nel consiglio andavo costantemente in minoranza) la ragione fu che leggevo nella normativa di Ciampi che nell'organo delle fondazioni non doveva predominare la maggioranza politica del Comune.

Il consiglio doveva essere espressione della società civile senza nessuna precostituita maggioranza». La ricostruzione del giurista toscano di area cattolica fa più luce sull'avvento di Giuseppe Mussari a Palazzo Sansedoni. Una nomina inattesa, che l'avvocato calabrese apprese pochi giorni prima, rientrando di corsa dalla Sardegna.

La presidenza del primo azionista della banca spettava in realtà a Pierluigi Piccini, potente sindaco di Siena, retto da un monocolore Pds (e dipendente Mps). Il suo strappo con gli ex democristiani si consuma sulla vicepresidenza, che i fratelli Monaci, esponenti del potere «bianco», volevano per Gabriello Mancini. Piccini pone il veto su Mancini (si rifarà con la presidenza 2006), ma resta vittima di un cavillo di Vincenzo Visco, ministro dalemiano dell'Economia che lo rende ineleggibile.

Dopo la breve parentesi di Giulio Sapelli, mandato da Visco a scrivere lo statuto dell'ente Mps, inizia la stagione di Mussari. Ovvero gli anni grassi, con un crescendo di erogazioni a pioggia che olia il consenso locale. Meno attenzione, Mussari, destina all'adeguamento alla normativa: il consiglio della fondazione continua a essere di nomina degli enti (ancora oggi, sono 13 su 16 i posti scelti da Comune e Provincia); e la discesa sotto il 50% avviene con un escamotage, per cui la quota eccedente la metà del capitale è convertita in azioni privilegiate, senza voto.

La terza, più grave occasione mancata è della primavera 2011. La fondazione si è già svenata, per seguire l'esosa acquisizione di Antonveneta da parte della banca, retta ora da Mussari. Tuttavia l'autorità Eba chiede al Monte un altro aumento di capitale da 2,5 miliardi, per coprire i rischi dei tanti investimenti strani ora sotto accusa. Mancini va a consigliarsi da Guzzetti (di cui è anche vice nell'associazione Acri).

Può scegliere se sborsare altri 1.250 milioni, indebitandosi, o diluirsi sotto il 40%. «In quella riunione all'Acri s'era optato per la diluizione - racconta ora una fonte - ma poi Mancini tornò a Siena, ne parlò coi referenti locali e fece sapere a Guzzetti che se vendeva un'azione sotto il 51% lo avrebbero cacciato».

Nel giugno 2011 Mancini, seguendo per intero l'aumento in Mps, dichiarava: «É un costo importante per la fondazione, dalle conseguenze notevolissime». Non poteva capire quanto avesse ragione.

2. SE SI SGONFIA LA FONDAZIONE-CITTA': IN DIECI ANNI 4 MILIARDI DISTRIBUITI A PIOGGIA SU SIENA
Giuseppe Oddo per "Il Sole 24 Ore"


C'è stato un momento, a fine 2007, in cui gli attivi della Fondazione che controlla il Monte dei Paschi erano iscritti a bilancio per 6,4 miliardi. Qualche mese dopo, con l'acquisizione di AntonVeneta a prezzi stratosferici, era già cambiato tutto. Da allora è stato un continuo cadere. A fine 2011 gli stessi asset si erano svalutati del 59%, a 2,6 miliardi: la quota del Monte in mano alla Fondazione valeva 1,4 miliardi e, dopo la bufera giudiziaria che s'è abbattuta su Siena, quel 33% di capitale è stimato sui 900 milioni.

Perdi più l'ente, un tempo molto liquido, è oberato da 350 milioni di debiti finanziari e da impegni di spesa per altri 200 milioni. La mucca da mungere che ha nutrito per anni questa città è stata spremuta a dovere e oggi ha ben poco da dare. I profitti che dalla banca erano travasati nella Fondazione e che da qui rifluivano sul territorio sono stati divorati fino all'ultimo centesimo.

Il Monte ha prodotto negli ultimi dieci anni circa 4 miliardi di dividendi (su 7,5 di utili), la metà dei quali trasferiti alla Fondazione sotto forma di dividendi perché li erogasse sul territorio. Comune, Provincia di Siena e Regione Toscana, tutte a guida Pd, sono i "padroni" della Fondazione, di cui nominano 14 consiglieri su 16, e quindi della banca.

Non a caso il primo beneficiario delle erogazioni è il Comune stesso, neanche 60mila abitanti, che in un decennio ha ricevuto 250 milioni, seguito dall'università, che ha inghiottito un altro centinaio di milioni e ha assunto un migliaio di persone. Soldi a pioggia fino all'ultima parrocchia o all'ultimo circolo Arci.

Questa gigantesca greppia, che è stata anche una formidabile macchina di consenso politico, ha via via esaurito le risorse. L'epilogo è avvenuto nel maggio dello scorso anno con le dimissioni del sindaco, il bersaniano Franco Ceccuzzi, convinto di avere un luminoso futuro come primo cittadino di Siena e quindi come socio influente della Fondazione.

Quando la situazione del Monte è cominciata a precipitare, Ceccuzzi, con l'appoggio del vertice nazionale del partito, ha spinto per la nomina di Alessandro Profumo alla presidenza della banca. Ma si è trovato contro una parte della sua maggioranza. A fargli la guerra da dietro le quinte è stato Alberto Monaci, presidente del consiglio regionale della Toscana, ex democristiano della Margherita, personaggio influente della politica senese, il quale da una parte sosteneva la candidatura di Divo Gronchi in opposizione a quella di Profumo e dall'altra ha visto sbarrare la strada alle ambizioni del fratello, Alfredo Monaci, ex presidente di Biver Banca, che aspirava a un ruolo di vertice all'interno di Rocca Salimbeni. Ne è sorta una vera e propria faida di partito.

Ad arroventare il clima politico è stata la presentazione del bilancio del Comune, in cui mancavano i soldi solitamente erogati dalla Fondazione. Il pareggio dei conti era garantito da un impegno a pagare che è stato successivamente rispettato, ma che sul momento ha consentito allo schieramento ribelle di scatenare la guerra a Ceccuzzi con forti argomentazioni giuridiche. Il sindaco ha allora preteso l'intervento dei probi viri del partito, che hanno chiesto la sospensione dei consiglieri della ex Margherita, tra i quali la moglie di Alberto Monaci.

E a questo punto che si è consumata la rottura con l'uscita dalla maggioranza di otto esponenti del Pd. A Ceccuzzi non è rimasto che prendere atto della situazione e rassegnare le dimissioni. Il Comune è stato commissariato e nel frattempo il sindaco dimissionario si è ricandidato per le elezioni di fine maggio.

L'obiettivo è ritornare a vincere le elezioni in vista del rinnovo degli organismi di indirizzo e digestione della Fondazione, previsto per agosto. Ma intanto una nuova frattura sembra essersi aperta nel Pd senese. L'ala renziana contesta le regole imposte da Ceccuzzi per le recenti primarie e c'è chi sostiene che si potrebbe arrivare alla costituzione di una lista separata.

3. MPS: BERSANI, ECCESSO DI LOCALISMO MA NON ACCETTO PREDICHE =
(AGI) -
"Se si si vuol ragionare, in quella vicenda c'e stato negli anni un eccesso di localismo dal quale bisogna emanciparsi". Lo ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani durante il suo intervento all'Obi Hall in corso a Firenze. "Al nettto di questo, non intendo accettare che" il Pdl "ci faccia la predica della gente che ha cancellato il falso in bilancio - ha proseguito Bersani -. Non accettiamo di venir raffigurati come quelli a braccetto con le banche: chi la fatta la portabilita dei mutui? Dietro alla mia porta le banche urlavano, dietro alla porta di Tremonti non le ho mai sentite urlare. Quindi, che non si azzardassero, e si cominciasse ad affrontare questa vicenda come si addice ad un paese serio".

 

 

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