A ROMA ARRIVA MENO TURISTI CHE A PARIGI, LONDRA, ISTANBUL, KUALA LUMPUR E DUBAI - IL LOUVRE, DA SOLO, INCASSA PIÙ DI TUTTI I MUSEI PUBBLICI ITALIANI

Nicola Lagioia per "La Repubblica - Roma"

La notizia è piombata tra giunta e assessorato come un fulmine sul Campidoglio capace di incenerire in pochi istanti la statua equestre di Marco Aurelio. Berlino ha più turisti di Roma. Secondo alcuni, molti più turisti. Secondo altri siamo al testa a testa di un sorpasso non (ancora) avvenuto.

Di certo a Roma arriva meno gente che a Parigi, Londra, Istanbul, Kuala Lumpur e Dubai. Altrettanto certo che il Louvre, da solo, incassa più di tutti i musei pubblici non romani, ma addirittura italiani messi insieme. Come è possibile che Michelangelo, Bernini e i grandi imperatori dell'antichità debbano avvertire la minaccia in vetro e acciaio di Potsdamer o gli atolli artificiali di Dubai?

Siamo da troppo tempo i peggiori gestori dei nostri stessi tesori (è vero che non ci sarebbe in teoria competizione tra Sant'Ivo alla Sapienza e l'edificio della Bank of China a Hong Kong - anche lei sopra di noi in classifica - ma se in una città la bellezza non fa rima con accesso la corsa inizia con molti punti di svantaggio), e agli amministratori locali che scuotono il capo increduli consiglierei di compiere esattamente lo sforzo cui sono meno abituati: mettersi nei panni degli altri.

Travestitevi (anche mentalmente) da turista americano, o inglese, o russo, o giapponese e, con il vostro bagaglio culturale di cittadino del mondo, fate scalo a Roma per quella che dovrebbe essere una vacanza indimenticabile. Svanita rapidamente la nuvoletta in bianco e nero di Gregory Peck e Audrey Hepburn, i primi motivi di perplessità cominciano da Fiumicino. Ammesso che abbiate superato indenni il ritiro bagagli (migliaia i colli smarriti in quello che non troppo tempo fa si guadagnò la maglia nera di peggiore aeroporto d'Europa), avete il problema di prendere il taxi.

Qui i conti potrebbero iniziare a non tornare. Dall'aeroporto in città - rigorosamente entro le mura aureliane - la tariffa è di 48 euro. Il turista newyorkese rifletterà sul fatto che una corsa in taxi da JFK a Manhattan costa l'equivalente di 40 euro. Chi avrà indossato i panni di un cittadino di Barcellona, Madrid, Mosca o Lisbona noterà anche lui una differenza nel tassametro che non farà piacere (e meno ancora forse il magnete del Duce attaccato sul cruscotto di qualcuno).

Ma eccovi arrivati in albergo, mettiamo un posticino romantico tra i viali di Trastevere. La sera trascorrerà serena tra i mosaici di Cavallini e una buona trattoria. Unico piccolo fastidio, internet: la connessione in camera si paga. Il turista straniero penserà di aver beccato uno dei pochi alberghi che non offrono il servizio gratis (quando è Roma, invece, a collocarsi negli ultimi posti tra le città europee i cui hotel offrono il wi-fi senza costi aggiuntivi).

I veri guai esploderanno la mattina dopo. Mettiamo che abbiate voglia di visitare il Colosseo, Piazza del Popolo o Trinità dei Monti. Allora capirete che Trastevere - bella di notte - quando diventa il punto di partenza per qualunque destinazione è (in termini moderni) l'equivalente di ciò che nell'Ottocento sarebbe stato un luogo da cui non passano carrozze.

La fermata più vicina della metro è a due chilometri di distanza, e (contro le 13 di Londra, le 16 di Parigi, le 11 di Barcellona...) scoprirete con sconcerto che il trasporto sotterraneo consta di due linee scalcagnate che riescono nell'impresa di incontrarsi in un punto solo. Contate le piste ciclabili (o confrontate il servizio di bikesharing con quello delle altre capitali), mettevi su un autobus nel traffico di mezzogiorno e avete già capito in quale inferno di trasporto pubblico le vostre vacanze romane si sono già malauguratamente trasformate.

Compiuta la fatica di raggiungere una qualunque delle mete prefissate (passando magari per tabaccai che hanno finito i biglietti del trasporto pubblico e invece di scusarsi vi attaccano una filippica sulle tasse e sul governo ladro di cui non afferrate il senso né - visto che normalmente abitate a Parigi o Francoforte - la necessità), vi preparate magari a entrare in uno dei musei della città.

Da frequentatori del MoMA, sapete che mettere l'ingresso gratis il venerdì pomeriggio è un segno di civiltà, così vi domandate come mai la ben più modesta Galleria Nazionale d'Arte Moderna non solo lo escluda ma non contempli altra forma di pagamento diversa dal contante. Da affezionati del Centre Pompidou, per voi un museo è ormai un laboratorio a ciclo continuo che somma all'arte la musica il cinema il design, e dunque vi staranno stretti i pur non disprezzabili sforzi di MAXXI e Macro.

Ma Roma è la città del cinema! Seconda solo a Hollywood, in continua lotta con Parigi per il primato continentale! Che delusione allora scoprire che questa vocazione cosmopolita si traduce ormai praticamente in un solo cinema rimasto (il Nuovo Olimpia) dove è possibile guardare regolarmente i film in lingua originale.

Senza dimenticare i buchi (cioè crateri) sempre più larghi nell'asfalto - davanti a cui neanche la pittoresca scusa dei sampietrini regge più - la simulazione potrebbe continuare per molti altri disservizi. Ma questo dovrebbe già bastare perché i nostri amministratori, tornati nei loro panni, realizzino in quale impresa hanno eccelso negli ultimi anni di governo: avere una Ferrari (basta l'ultimo pesce della Fontana del Tritone perché il parallelo sia plausibile) e farsi battere in rettilineo da una semplice Volkswagen molto ben accessoriata.

Chiunque si prepari a governare Roma nel prossimo lustro dovrebbe capire che dissipare anche un grammo dell'incredibile patrimonio che gli sarà affidato equivarrebbe alla lettera di dimissioni che i suoi predecessori non hanno avuto il coraggio (necessario, specie nel fallimento) di firmare.

 

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