ARCHEO - QUANDO PASOLINI DA BIAGI GRIDÒ ALLA CENSURA: “NON POSSO DIRE CIÒ CHE VOGLIO PERCHÉ SAREI ACCUSATO DI VILIPENDIO DEL CODICE FASCISTA ITALIANO” (LA RAI BLOCCÒ LA PUNTATA PER 4 ANNI)

L'intervista di Enzo Biagi a Pier Paolo Pasolini - "Il Fatto Quotidiano"

Nel 1971 mentre dirigevo il Resto del Carlino feci un programma che si chiamava: Terza B: facciamo l'appello, dove alcuni personaggi, a loro insaputa, incontravano ex compagni di scuola, amici dell'adolescenza, i timidi amori. Il protagonista di una serata fu Pier Paolo Pasolini.

In quel periodo si parlava molto di lui, era appena uscito il suo ultimo film Decameron, che era stato premiato al Festival di Berlino con l'Orso d'argento, e aveva suscitato molte polemiche. Insieme a lui vennero in studio alcuni compagni di classe del liceo Galvani di Bologna del 1938: feci vedere la foto di classe e chiesi al poeta chi dei ragazzi presenti gli sarebbe piaciuto rivedere. Mi rispose: "Parini, perché era il mio più caro amico, il mio compagno di banco. Era uno degli amici più cari. È morto in Russia e per tanti anni ho sognato il suo ritorno".

Pasolini, lei era molto bravo a scuola?
No, molto no perché ero un po' discontinuo. Insomma, ero sull'otto. In greco a volte portavo a casa l'otto, a volte un misero sei. Quello che amavo soprattutto era il latino. Mi piaceva più tradurre oralmente che per iscritto.

Quali erano i sogni di allora?
È una domanda che mi sorprende perché proprio la mia vita è caratterizzata dal fatto di non aver perso nessuna illusione.

Lei, per esempio, si è mai sentito vittima di un'ingiustizia?
Sì, ma sono casi personali che non ho mai voluto generalizzare.

Chi ha influito di più nella sua vita, suo padre o sua madre?
I primi tre anni mio padre, che poi ho completamente dimenticato, dopo, mia madre. Il rapporto con mio padre era infernale. Mi faceva pena perché ha sbagliato tutto: nazionalista, filofascista, prima sul fronte francese, poi prigioniero in Etiopia. È tornato che era uno sconfitto. Aveva capito perché i suoi ideali dovevano cadere. Ha voluto a tutti costi che seguissi i miei studi, la mia vocazione. Quando morì, aveva il grado di colonnello. La mamma è esattamente il contrario: ama il coraggio, la verità, la bontà.

La sua famiglia era religiosa?
No, mio padre aveva una religione di tipo formale, in chiesa la domenica alla messa grande, a quella dove vanno i borghesi, i ricchi. Mia madre, invece, aveva una religione rurale, contadina, presa da sua nonna, una religione molto poetica, ma per niente convenzionale, per niente confessionale.

I racconti che faceva sua madre nella sua infanzia hanno avuto un peso nella formazione del suo carattere?
I racconti non tanto, la sua ideologia sì, l'ideologia che è formata da tutte quelle illusioni di cui lei mi parlava prima: l'essere buoni, bravi, generosi, darsi agli altri, del credere e del sapere, eccetera eccetera.

Lei aveva un fratello: andavate d'accordo?
Sì, cioè litigavamo molto come succede tra fratelli ma fondamentalmente ci volevamo molto bene, e andavamo molto d'accordo.

Lui è stato partigiano.
Sì.

E lei no.
Non è vero. Io non ero un partigiano armato, ero un partigiano ideologico. Ero sempre in contatto con mio fratello e scrivevo articoli per i giornali dei partigiani.

Pasolini come se la cavava con le adunate col moschetto?
Da una parte ne ho un ricordo spaventosamente deprimente, perché si stava per delle ore fermi in certe viuzze battute dal sole e allora lì i ragazzi, presi dalla noia e dalla frenesia, cominciavano a dire delle stupidaggini, delle follie. I discorsi che si facevano tra adolescenti mi deprimevano.

Quando il professor Antonio Rinaldi venne da noi a fare il supplente di storia dell'arte e non sapendo cosa fare e cosa dire, era un ragazzo anche lui, ci ha letto una poesia di Rimbaud, ecco, in quel momento lì è scattato in me l'antifascismo.

Come ci si sente a essere tanto spesso contestati?
Chi lavora come me è impegnato nel suo lavoro e lascia che i discorsi gli altri li facciano tra di loro. Ogni tanto mi arrivano delle cose, ma insomma non me ne occupo molto.

Lei ha scritto: "Sul piano esistenziale io sono un contestatore globale. La mia disperata sfiducia in tutte le società storiche mi porta a una forma di anarchia apocalittica". Che mondo sogna?
Per un certo tempo, da ragazzo, ho creduto nella rivoluzione come fanno i ragazzi di adesso. Ora comincio a crederci un po' meno. Sono in questo momento apocalittico, vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze, quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro.

Mi pare che lei non creda più ai partiti. Cosa propone in cambio?
No, se mi dice che non credo più ai partiti mi dà del qualunquista e io invece non sono un qualunquista. Tendo più verso una forma anarchica che verso una forma ideologica di qualche partito, questo sì. Ma non è che non credo ai partiti.

Perché lei sostiene che la borghesia sta trionfando, per esempio? Ma lei non critica anche il Partito comunista contemporaneamente? Non si colloca come precursore della contestazione?

Sì, questo è oggettivamente vero. La borghesia sta trionfando in quanto la società neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia. La civiltà dei consumi è la vera rivoluzione della borghesia. E non vedo alternative perché anche nel mondo sovietico in realtà la caratteristica dell'uomo non è avere fatto la rivoluzione, vivere eccetera, ma quella di essere un consumista. La rivoluzione industriale in un certo senso livella tutto il mondo.

Lei si batte contro l'ipocrisia, sempre. Quali sono i tabù che vuole distruggere? Le prevenzioni sul sesso, lo sfuggire alle realtà più crude, la mancata sincerità nei rapporti sociali?

Questo l'ho detto fino a 10 anni fa. Adesso non dico più queste cose perché non ci credo: la parola speranza è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più.

Quali persone stima di più?
I giovani operai perché pongono meno schemi, meno diaframmi fra sé e la realtà. Hanno avuto la grande fortuna di non andare a scuola, di non crearsi un mondo più brutto, più pallido, più contorto, più pieno di idee sbagliate, il cui modello adesso è divulgato dalla tv.

In fondo questa società che lei non ama le ha dato tutto, le ha dato il successo, la notorietà...
Il successo non è niente, è l'altra faccia della persecuzione, non so come dire. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare al primo momento, può dare delle piccole soddisfazioni e certe vanità.

Ma in realtà, appena ottenuto, si capisce che è una cosa brutta per un uomo. Per esempio, il fatto di aver trovato i miei amici qui alla televisione non è bello. Per fortuna siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video e a ricostituire qualcosa di reale, di sincero, ma come posizione è brutta, è falsa.

Perché, cosa ci trova di così anormale?
Perché la televisione è un medium di massa e un medium di massa non può che mercificarci e alienarci.
Ma questo mezzo che porta i formaggini in casa come lei una volta ha scritto, adesso nelle case porta le sue parole. Stiamo discutendo con grande libertà, senza alcuna inibizione.
No, non è vero.
Sì, è vero, lei può dire tutto quello che vuole.
No, non posso dire tutto quello che voglio.

Lo dica...
No, no, perché sarei accusato di vilipendio, di vilipendio del codice fascista italiano. In realtà io non posso dire tutto. E poi, a parte ciò, di fronte all'ingenuità e alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi, mi autocensuro. Ma non è tanto questo, è il medium di massa in sé. Dal momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.

Io penso che in certi casi sia un rapporto alla pari, che lo spettatore che è davanti allo schermo riviva, attraverso le vostre vicende, anche qualcosa di suo, non è in uno stato di inferiorità. Perché non può essere alla pari?
Teoricamente sì. Alcuni spettatori che culturalmente per privilegio sociale ci sono alla pari, prendono queste parole e le fanno loro, ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere...

Io non parlo di noi in questo momento alla televisione, parlo della tv in sé come mezzo di comunicazione di massa. Ammettiamo che questa sera ci sia con noi anche una persona umile, un analfabeta, interrogato dall'intervistatore. La cosa vista dal video acquista sempre un'aria autoritaria, fatalmente, perché viene data come da una cattedra. Il parlare dal video è parlare sempre ex cattedra, anche quando questo è mascherato da democraticità.

Credo che questo possa avvenire anche con il libro e il giornale. Ognuno di noi rimane della sua idea. Continuo l'intervista. Lei è stato anni fa, per "Ragazzi di vita", uno dei primi scrittori italiani chiamati in tribunale con l'accusa di oscenità ed è stato difeso, se ricordo bene, da Carlo Bo, critico cattolico. A distanza di tempo come giudica certi scrittori erotici di oggi e il dilagare dell'e ro t i s m o nel cinema, in libreria, nelle edicole?
Per me l'erotismo nella vita è una cosa bellissima, e anche nell'arte. È un elemento che ha diritto di cittadinanza in un'opera come qualsiasi altro. L'importante è che non sia volgare.

Per volgarità non intendo quello che si intende generalmente, ma un'esposizione razzistica nell'osservare l'oggetto dell'eros. La donna nei film erotici o nei fumetti erotici è vista artisticamente come un essere inferiore. Allora in questo caso è vista volgarmente e quindi l'eros è puramente una cosa volgare, commerciale.

Lei è instancabile: poesie, sceneggiature, saggi, dibattiti, viaggi; sembra quasi un'ossessione.
Se non lavoro sono triste.
Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
Un bravo calciatore: dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.

Ricorda qualche momento di gioia, dei momenti lieti?
Un periodo, un giorno o due bellissimi, ma li ho dimenticati. Ecco, ore: una volta che ero partito in macchina per cominciare il Decameron, alla fine dell'estate. Certe notti, in Africa, da solo. Nel Kuwait, aspettavo qualcosa, ero solo...

Perché sempre solo?
La solitudine è la cosa che amo di più.

Che cosa l'offende di più, che cosa la ferisce?
La superficialità. Dire cose per sentito dire, per convenzione.

Come mai un marxista come lei prende spesso ispirazione da soggetti che escono dal Vangelo o dalle testimonianze dei seguaci di Cristo?
Ritorniamo sempre a quel mio vivere in maniera molto interiore le cose. Evidentemente il mio sguardo verso le cose del mondo, verso gli oggetti, è uno sguardo non naturale, non laico. Le vedo sempre come un po' miracolose, ogni oggetto per me è miracoloso: ho una visione sempre informe, diciamo così, non confessionale, ma in un certo modo religiosa del mondo. Ecco perché investo questo modo di vedere le cose anche nelle mie opere.

Il Vangelo la consola?
Non cerco consolazioni. Cerco umanamente ogni tanto qualche piccola gioia, qualche piccola soddisfazione, ma le consolazioni sono sempre retoriche, insincere, irreali. Ma lei intende il Vangelo di Cristo?

Sì.
Allora in questo senso escludo totalmente la parola consolazione.

Che cos'è per lei il Vangelo?
Per me il Vangelo è una grandissima opera di pensiero che non consola, che riempie, che integra, che rigenera, che mette in moto i propri pensieri, ma la consolazione... che farcene della consolazione? Consolazione è una parola come speranza.

Prega mai?
Ho smesso di colpo a quattordici anni.

Perché?
Un trauma inspiegabile. Avevo comperato, nelle bancarelle, il Macbeth e L'Idiota di Dostoevskij. Li avevo letti. Forse lasciarono in me qualcosa. Vivevo a Bologna ed entravo sempre nella chiesa di via Nosadella, ripetevo la stessa orazione migliaia di volte, raggiungendo abbandoni mistici. Durante una Messa decisi: mai più.

Qual è stato il suo più grande dolore?
Detto così a bruciapelo non so rispondere. Probabilmente la morte di mio fratello. Oggettivamente, soprattutto il dolore di mia madre alla notizia della sua morte.

È infelice?
Di carattere, affatto. Sono appassionato, allegro. Alcune cose mi fanno soffrire selvaggiamente, in maniera quasi patologica, ma mi riprendo abbastanza presto, mi libero.

 

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