ARMAGEDDON PIDDINO - BATTAGLIA SULL’ITALICUM, LA MINORANZA EVOCA LA SCISSIONE: “IL PD NON C’È PIÙ” - I RENZIANI MINACCIANO: “SE SALTA LA LEGGE ELETTORALE, SI VA AL VOTO ANTICIPATO”

Goffredo De Marchis per “la Repubblica”

RENZIRENZI

 

La Ditta non esiste più, «non a caso ieri non l’ha nominata nessuno», osserva Pippo Civati. La tenuta del Partito democratico stavolta è davvero a rischio, non funziona più l’antico slogan coniato da Bersani per indicare la fedeltà alla linea, sempre e comunque. Roberto Speranza mette in guardia: «Rischiamo di perdere un pezzo del Pd. Ma io credo ancora in una soluzione».

 

Sembra essere l’unico a sperare in un lieto fine. O almeno in una tregua. «Non c’è più il Pd che abbiamo costruito — drammatizza Alfredo D’Attorre —. Di conseguenza non c’è più la Ditta. Renzi non ha nemmeno replicato al dibattito in direzione. Significa che ha già deciso ed è tutto finto, roba buona solo per lo show in streaming».

 

Finto o finito? La minoranza non ha partecipato al voto sulla legge elettorale. Il premier non ha lasciato margini di trattativa e in questo modo i dissidenti si tengono le mani libere per la discussione in aula. Se l’Italicum è la madre di tutte le battaglie per Renzi, lo è diventata anche per i ribelli. «Io non so se chiamarla scissione — spiega Civati —. So che adesso tutti quelli che si oppongono al segretario hanno capito che i margini della trattativa sono nulli.

DOPPIA FACCIA RENZI E BERSANI DOPPIA FACCIA RENZI E BERSANI

 

Chiamiamola rottura, chiamiamola spaccatura. Comunque il Pd è più diviso di ieri. Lentamente si vede che una parte dei nostri elettori non ci segue più. Forse è il 10 per cento, forse il 5. Ma è una massa, piccola o grande che sia, in fuga. Per loro la scissione è già cominciata. Hanno capito prima di noi parlamentari che non si può dialogare con Renzi».

 

Se è una conta, i numeri sono decisivi. Le minoranze unite, che ieri hanno dato un primo timido segnale di compattezza evitando di votare in direzione, stanno valutando le truppe di cui dispongono alla Camera. Il dato oscilla tra 100 e 110 deputati, un terzo del gigantesco gruppo parlamentare, un piccolo esercito sufficiente a mandare sotto il governo e a rovinare i piani di Renzi: approvare l’Italicum prima delle regionali dribblando un possibile ritorno del testo al Senato. Ora Fassina dice che il loro “no” all’Italicum non influisce sul governo, non lo indebolisce perché «le materie di rango costituzionale vivono di vita propria». Figurarsi.

 

PIERLUIGI BERSANI A SERVIZIO PUBBLICOPIERLUIGI BERSANI A SERVIZIO PUBBLICO

Non è quello che pensa Renzi, il quale affida alle sorti della legge quelle del governo e della legislatura. Ovvero, se si verifica un incidente in aula si torna a elezioni. E non ci crede tanto neppure Fassina che evocando lo slogan bersaniano lo rottama: «La Ditta funziona quando il capo sa ascoltare davvero, oltre che decidere». Se il capo si comporta come Renzi, l’azienda si scioglie. O diventa un’altra cosa.

 

La battaglia dell’Italicum punta, nelle intenzioni della minoranza, a dimostrare che il Pd ha subito una «mutazione genetica». L’occasione è proprio il voto in aula. Nel caso arrivasse il soccorso azzurro di una ventina di deputati fedeli a Denis Verdini, nostalgico del patto del Nazareno, sarà la prova che il Partito democratico si è spostato verso la destra più invisa a un certo elettorato. È il modo per dimostrare che a sinistra lo spazio si allarga e si può costruire qualcosa. Semmai, la scissione la fa Renzi accettando la stampella di Verdini.

 

In un clima incandescente, sul terrazzo della sede Pd da cui si accede alla sala della direzione, il premier viene accusato delle peggiori intenzioni. «Si tiene aperte due caselle ministeriali (Affari regionali e Infrastrutture ndr) promettendo posti a tutti per guadagnarsi il favore di pezzi di minoranza », dice un bersaniano.

CUPERLO RENZI CIVATI CUPERLO RENZI CIVATI

 

Altri sospettano una “compravendita” di deputati. Esplicitamente insinuano il dubbio che voglia andare a elezioni presto, lasciando da parte la riforma costituzionale. A Speranza, in un incontro recente, Renzi ha spiegato che basta una decreto ministeriale per estendere l’Italicum anche al Senato non riformato. «Ecco, appunto», chiosa il bersaniano.

 

Le minoranze si preparano a usare tutte le cartucce. Compreso il richiamo a Sergio Mattarella, extrema ratio di una lotta feroce. «Renzi ci ha sempre chiesto di fidarci di lui — ricorda Francesco Boccia —. Stavolta sia lui a fidarsi di noi, del Pd». Sono i tentativi finali di trovare un compromesso, contando su una marcia indietro del premier alla vigilia del voto in aula, previsto dopo il 27 aprile.

CONFRONTO SKYTG RENZI CUPERLO CIVATI CONFRONTO SKYTG RENZI CUPERLO CIVATI

 

Speranza, leader di Area riformista, proverà fino in fondo. Chiede 20 giorni di tempo per decidere. Mette a disposizione la sua poltrona di capogruppo, se è un problema di teste da tagliare. Cuperlo garantisce una solidità del voto al Senato in cambio di modifiche condivise che riportino il testo a Palazzo Madama. Posizione distinte sulle quali i renziani contano per spaccare il fronte del no e avere i voti necessari subito.

 

Ieri, a fatica, è passata la proposta di Civati che ha portato tutte le minoranze a astenersi dal voto in direzione: «A suo modo ha funzionato perché è stata finalmente una giornata di chiarezza». Ma le carte sono tutte da giocare. Anche quella del voto di fiducia che ieri Renzi non ha smentito. E che ridurrebbe la quota 100 dei dissidenti a numeri molto inferiori. Ma lascerebbe lo stesso una ferita insanabile.

ALFREDO D'ATTORREALFREDO D'ATTORREpierluigi bersanipierluigi bersaniroberto speranzaroberto speranza

 

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