BERGOGLIO SPARA UN MISSILE IN FACCIA A OBAMA: “GUERRE FRATRICIDE PIENE DI MENZOGNE, FATTE PER VENDERE ARMI” - LA MACCHINA DA SOLDI DEGLI ARMAMENTI ILLEGALI

1. IL PAPA: "FANNO LE GUERRE PER VENDERE ARMI"
Paolo Rodari per "La Repubblica"

Papa Francesco toglie la terra sotto i piedi di Barack Obama che, rivolgendosi alla nazione, aveva giustificato l'eventuale attacco in Siria come un gesto doveroso, ammantato di motivazioni umanitarie. «Questa guerra è davvero una guerra per qualcosa o serve a vendere le armi del commercio illegale?», ha chiesto ieri a bruciapelo Francesco parlando a braccio durante un Angelus nel quale ha messo in chiaro cosa egli pensi dei venti di guerra in Siria e in tutto il Medio Oriente.

«Occorre dire no all'odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale», ha detto il Papa, forte del fatto che anche in Vaticano i dubbi sono tanti. Oltre il Tevere, infatti, c'è chi ricorda le armi chimiche mai trovate nell'Iraq dopo Saddam, quando l'amministrazione Bush intervenne mostrando prove rivelatesi false. Di qui l'ennesimo appello del Papa per la pace: «Cessi subito la violenza, si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione al conflitto fratricida».

In Vaticano preghiera e diplomazia vanno sempre di pari passo. Francesco porta avanti entrambe, consapevole che occorre lavorare fino all'ultimo minuto disponibile per portare i potenti sulla strada della pace. A Damasco è stato il nunzio apostolico Mario Zenari a confermare alla Radio Vaticana che ogni intervento papale ha un valore anche politico: «Le parole del Papa peseranno», ha detto.

La cessazione immediata della violenza in Siria è il primo punto indicato dalla diplomazia pontificia in questi giorni. Ed è stato indicato anche agli ambasciatori riuniti due giorni fa in Vaticano per l'illustrazione della azione della Santa Sede nella crisi siriana. Sul commercio mondiale di armi, legale o illegale, la diplomazia papale conduce da tempo una forte azione anche in sede Onu.

Davanti a 100mila persone riunite in piazza San Pietro, Francesco ha offerto una fotografia del Medio Oriente che brucia. Ha chiesto «pazienza e perseveranza » per arrivare alla pace, non solo in Siria, ma anche Libano, Israele, Palestina, Iraq ed Egitto. «A che serve - si è chiesto - fare guerre, tante guerre se tu non sei capace di fare questa guerra contro il male? Questo comporta, tra l'altro, dire no all'odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale».

Francesco è convinto che tutte le religioni possano unirsi nella lotta contro il male che «è in ciascuno di noi». La sua è una chiamata universale. Una "Ostpolitik" rivolta anche all'Islam, costruita sin dai tempi di Buenos Aires quando - l'ha confidato il cardinale Tauran - aveva inviato un sacerdote al Cairo per studiare l'arabo.


2. LA MACCHINA DA SOLDI DEGLI ARMAMENTI
Francesco Grignetti per "La Stampa"

Il geniale Alberto Sordi ce l'aveva raccontato già nel 1974. «Finché c'è guerra, c'è speranza». Sono trascorsi quasi quarant'anni e siamo ancora lì. Nel frattempo il mercato delle armi è cresciuto senza pause. Da 1994 al 2010 è stato un crescendo. Alla faccia della crisi internazionale, non c'è Paese africano, asiatico, americano che non spenda cifre da capogiro per rifornire i propri arsenali.

Secondo il rapporto annuale redatto a Stoccolma, soltanto nell'ultimo anno c'è stato un rallentamento. Le vendite hanno subito un piccolo calo del 5%, scendendo dai 412 miliardi di dollari del 2010 ai 410 del 2011. Però ha inciso sulle statistiche la fine della guerra in Iraq e l'inizio del ritiro dall'Afghanistan. Infatti cala leggermente il peso degli Stati Uniti, ma crescono Russia e Cina.

Le cifre in ballo sono gigantesche. E dai dati si consideri che sono escluse le aziende produttrici di armi della Cina in quanto non sono disponibili cifre ufficiali. La Cina in verità è in piena corsa al riarmo. Ma il discorso vale per tutta l'area del Pacifico. E per il Medio Oriente. Ci sono Paesi quasi spopolati, ma ricchissimi di petrolio che devono obbligatoriamente tutelarsi. L'insegnamento di Saddam Hussein che invade il vicino non lo dimenticheranno più. Di qui il continuo shopping in armi di Arabia Saudita, Kuwait, Emirati.

Gli europei, al confronto, sono sparagnini. Noi soprattutto produciamo e vendiamo. Le fabbriche inglesi, tedesche, francesi e italiane sgomitano in questo campo. Solo per restare all'Italia, considerando che le industrie pubbliche Finmeccanica e Fincantieri sono i principali protagonisti del settore, ma non solo, perché sono apprezzatissimi anche Iveco e Beretta, si stima che in dieci anni abbiamo incassato 36 miliardi di euro. E quindi va bene la riprovazione, ma si consideri anche che quelle che producono armi sono tra le poche che non delocalizzano (non potrebbero), che investono nella ricerca, sia pure non tutta a fin di bene, e che continuano a dare lavoro. Questione tornata di attualità con il progetto F35.

Discorsi che fanno orrore al mondo dei pacifisti. Ben presenti, al contrario, a chi ha responsabilità di governo. Ne parlavano ieri, per esempio, dal palco della Festa nazionale Pd con i sottosegretari allo Sviluppo, Claudio De Vincenti, e alla Difesa, Roberta Pinotti. E in quell'occasione Giuseppe Bono, Fincantieri, diceva: «Il commercio passa per mare. Ma poi quel mare va presidiato. E allora ricordatevi che occorrono navi militari». Gli faceva eco anche Alessandro Pansa, Finmeccanica: «Noi rappresentiamo un grande patrimonio italiano prima che aziendale e siamo presenti sulla frontiera tecnologica».

La spesa militare, inutile dirlo, è una delle leve che i governi utilizzano più volentieri per indirizzare gli investimenti. L'ambito militar-industriale è espressamente esentato dalle regole di trasparenza e concorrenza in sede europea. E questi sono i risultati: il Rapporto di Stoccolma del 2012 ha segnalato la sostanziale stabilità della spesa militare mondiale, che rappresenta il 2,5% circa del prodotto interno lordo globale, con un costo medio di 249 dollari per ogni abitante del pianeta. Gli Stati Uniti rimangono in testa alla classifica (711 miliardi di dollari, pari al 41% del totale mondiale), seguiti da Cina (143 miliardi), Russia (71,9 miliardi), Regno Unito (62,7 miliardi), Francia (62,5 miliardi), Giappone (59,3 miliardi), India (48,9 miliardi) e Arabia Saudita (48,5 miliardi).

Fin qui i dati ufficiali. C'è poi l'interrogativo di Bergoglio che non si può eludere. «Questa guerra è davvero una guerra per problemi o una guerra commerciale per vendere queste armi nel commercio illegale?», si chiedeva ieri Papa Francesco. Impressiona, per dire, l'impennata di importazioni di armi leggere e portatili (che comprendono pistole, fucili, pure bazooka e lanciamissili) nei Paesi vicini alla Siria, tipo la Turchia, la Giordania o Cipro. Tutte armi che sono rimaste in quei Paesi o sono finite clandestinamente oltreconfine?

Non è da oggi che il mondo cattolico tiene sotto osservazione il mercato e i mercanti delle armi. Sono i missionari, che vedono con i lo occhi lo spreco di denaro nei Paesi sottosviluppati, che lo denunciano a voce più alta. Un dossier della rivista «Missione Oggi», spulciando tra le esportazioni di armi autorizzate da Paesi dell'Unione europea nel quinquennio 2006-2010, documentava l'enorme massa di acquisti da parte di Arabia Saudita (12 miliardi di euro in spese militari), Emirati Arabi Uniti (9 miliardi), India (5,6 miliardi), Pakistan (4 miliardi), Venezuela (1,6 miliardi), Cina (1,2 miliardi), Egitto (1,1 miliardi), Libia (1 miliardo).

 

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