CACCIA AI FURBETTI DELLE AMBASCIATE – I LAVORATORI ITALIANI IN QUELLA AMERICANA NON PAGANO LE TASSE, E L’AGENZIA DELLE ENTRATE SE N’E’ ACCORTA – A SMASCHERARLI I CONTRIBUTI INPS, VERSATI DALLA SEDE DIPLOMATICA USA – PIOVONO LETTERE AI DIPENDENTI PER METTERSI IN REGOLA CON IL FISCO: NON PAGEREBBERO L’IRPEF DA ANNI 

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Stefano Sansonetti per www.quotidiano.net

 

AMBASCIATA USA1 AMBASCIATA USA1

Il fisco italiano, senza dare nell’occhio, ha aperto il caso dei furbetti dell’ambasciata. L’operazione è destinata ad assumere contorni ancora più grandi, ma già adesso è politicamente sensibile, visti i bersagli coinvolti. In questi giorni, come è in grado di rivelare QN, sta arrivando una pioggia di contestazioni fiscali a centinaia di dipendenti italiani dell’ambasciata americana a Roma, a capo della quale si è da poco insediato Lewis M. Eisenberg.

 

L’Agenzia delle Entrate, in pratica, sta contestando a questi lavoratori di non aver pagato le tasse sugli stipendi lordi erogati dai medesimi uffici diplomatici a stelle e strisce. Le annualità coinvolte sarebbero più di una e gli importi contestati di non poco conto. Per capire la manovra dell’Agenzia delle entrate, guidata da Ernesto Maria Ruffini, bisogna tener presente che un’ambasciata, secondo le nostre leggi, non è tenuta a fungere da sostituto d’imposta, cioè a trattenere e versare al Fisco le imposte come qualsiasi ufficio pubblico o azienda. Questo significa che i dipendenti italiani della missione americana devono provvedere autonomamente a versare il dovuto all’Agenzia. Peccato che, secondo l’amministrazione finanziaria italiana, moltissimi di questi lavoratori negli anni abbiano incassato lo stipendio lordo senza degnarsi minimamente di pagare le tasse.

AGENZIA ENTRATE AGENZIA ENTRATE

 

Il Fisco, in base a quanto è possibile ricostruire, si sarebbe accorto di questa non virtuosa e generalizzata pratica partendo dai versamenti contributivi, questi sì rientranti negli adempimenti a cui l’ambasciata si deve attenere. Ed è chiaro che, a qual punto, constatare che a fronte di cospicui versamenti Inps non corrispondevano pagamenti fiscali ha dato il là alle contestazioni. Naturalmente QN ha chiesto conto di questa situazione all’ambasciata americana e all’Agenzia delle entrate.

 

Lewis M. Eisenberg Lewis M. Eisenberg

La sede diplomatica a stelle e strisce ha spiegato che «lo staff locale impiegato nella missione statunitense è obbligato a pagare le tasse direttamente al Fisco italiano». E questo perché «il Dipartimento di Stato non deve trattenere le tasse per il governo italiano né monitora il pagamento dei singoli impiegati, visto che si tratta di una questione tra il governo italiano e i suoi cittadini». Detto questo, però, l’ambasciata ha fatto capire che qualche sospetto c’era, visto che ha tenuto a precisare che la sua «amministrazione ricorda regolarmente allo staff l’importanza di adempiere agli obblighi fiscali».

 

L’Agenzia delle entrate, dal canto suo, ha confermato che «gli uffici della Direzione regionale del Lazio stanno inviando lettere per la ‘compliance’ ai lavoratori italiani o stranieri con domicilio fiscale in Italia». Laddove «lettere per la compliance» è un modo elegante per dire inviti a pagare le tasse.

ERNESTO MARIA RUFFINI EQUITALIA ERNESTO MARIA RUFFINI EQUITALIA

 

Dopodiché la stessa Agenzia non ha rinunciato a una stoccatina, puntualizzando che «le ambasciate straniere non sono obbligate per legge ad assumere il ruolo di sostituto d’imposta, ma possono farlo su base volontaria».  Come dire: visto che i dipendenti fanno i furbi, anche se la vostra amministrazione non è obbligata potrebbe evitare queste furbizie provvedendo a trattenere e versare le tasse. L’ultima notazione riguarda il fatto che nella risposta delle Entrate si citano sempre gli uffici diplomatici stranieri in generale. Il principio, del resto, è lo stesso per tutti. E questo fa capire che il fenomeno dei furbetti dell’ambasciata va ben oltre il caso della sede americana.

 

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