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I GIORNALI OCCIDENTALI CHE CHIAMANO IL FILIPPINO DUTERTE ''IL TRUMP DI MANILA'' SONO LA RAGIONE PER CUI NESSUNO DI LORO HA PREVISTO L'ASCESA DI TRUMP - 'THE DONALD' SARÀ BIZZARRO E SCORRETTO, MA DUTERTE È UNO CHE SI RAMMARICA DI NON AVER PARTECIPATO ALLO STUPRO DI GRUPPO DI UNA MISSIONARIA (VIDEO), FA UCCIDERE I SOSPETTI SENZA PROCESSO E CHIAMA IL PAPA UN ''FIGLIO DI P.'' PERCHÉ RALLENTA IL TRAFFICO (VIDEO)

VIDEO - DUTERTE DICE CHE PAPA FRANCESCO È UN ''FIGLIO DI P'' PERCHÉ LA SUA VISITA NELLE FILIPPINE HA CREATO TRAFFICO PER LA GENTE COMUNE

 

 

 

VIDEO - DUTERTE PARLA DELLA MISSIONARIA AUSTRALIANA STUPRATA E UCCISA DAI PRIGIONIERI DI UN CARCERE NEL 1989, QUANDO LUI ERA SINDACO DELLA CITTÀ. ''ERA BELLA COME UNA ATTRICE AMERICANA, CHE SPRECO. ERO ARRABBIATO PERCHÉ L'AVEVANO VIOLENTATA, CERTO. MA PIÙ PERCHÉ NON MI AVEVANO DATO LA PRECEDENZA NELLO STUPRO DI GRUPPO'' (RISATE DALLA FOLLA)

 

http://www.smh.com.au/world/philippines-rodrigo-duterte-condemned-for-comments-on-rape-of-australian-missionary-20160417-go8j7b.html

 

 

 

1. FILIPPINE, DUTERTE NUOVO PRESIDENTE

Da www.rainews.it

 

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Rodrigo Duterte ha vinto le elezioni presidenziali nelle Filippine, secondo una proiezione, non ufficiale e ancora parziale, di Comelec Transparency che ha parlato dell'87% delle schede conteggiate.Duterte ha ottenuto 14.499.396 preferenze. Dopo di lui è arrivato Manuel Roxas con 8.680.203 voti. Il 71enne sindaco di Davao è noto per aver reso la città una delle più sicure del Paese, con regole rigide e pugno duro contro il crimine. Durante la campagna elettorale, ha promesso di estirpare la corruzione.

 

 

2. “PIÙ VIAGRA E A MORTE I CRIMINALI” ECCO DUTERTE, IL TRUMP DI MANILA

Raimondo Bultrini per “la Repubblica

 

Nelle Filippine, arcipelago dell’Asia da 100 milioni di anime in gran parte cattoliche, sta per andare al potere un uomo ribattezzato dai media “Il Giustiziere”. Le elezioni generali di ieri vedono Rodrigo Duterte, detto “Digong”, 71 anni, nettamente in testa nello spoglio del voto per la carica di Presidente della Repubblica.

 

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Fama da duro incorruttibile e una vita da libertino dichiaratamente intensa («Darò un premio agli inventori del Viagra» ha detto di recente), prima di tentare la scalata al potere nazionale ha vinto ben sette mandati da sindaco della popolosa Davao, dove in pochi anni ha fatto eliminare da squadre private di vigilantes 1000 sospetti criminali e trafficanti di droga. «Ucciderei anche mio figlio se prendesse droghe o commettesse un crimine», si è sempre difeso.

 

La rivista Time qualche anno fa lo ha ritratto in sella per le strade della sua città a capo di una banda di motociclisti anti-crimine e sui media locali fanno furore i suoi infiammatori discorsi zeppi di gaffe in stile Donald Trump, come quando ha definito l’attuale premier Benigno Aquino «un figlio di p......». Senza mezzi termini ha annunciato che utilizzerà gli stessi metodi da sindaco-sceriffo in tutto il Paese. «Il mio governo costruirà meno prigioni e più pompe funebri per i trafficanti », ha giurato. A un giornalista che gli chiedeva quale metodo avrebbe usato contro di loro, ha risposto secco: «Ucciderli tutti».

 

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Furia giustizialista a parte, sono poche le ricette economiche e politiche rivelate da Digong alla vigilia di un voto che, secondo molti analisti, potrebbe sterzare il governo di Manila verso una nuova forma di dittatura, dopo la fine dell’era di Marcos (il cui figlio è in pole position per la vicepresidenza) e trent’anni di elezioni democratiche.

 

Non a caso, giunto alla fine del suo mandato, l’attuale leader di maggioranza Benigno Aquino, figlio dell’eroe e martire anti-Marcos, ha tentato inutilmente di far concentrare sotto un unico nome gli elettori moderati degli altri quattro candidati, nel tentativo di frenare l’ascesa di Duterte e Marcos Jr. Ma nessuno di loro, nemmeno i due sfidanti principali, l’ex ministro dell’Interno nonché nipote di un ex presidente, Manuel “Mar” Roxas e la senatrice Grace Poe, figlia di un divo del cinema entrato in politica, ha voluto lasciare il passo all’altro.

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La stella del populista Duterte brilla anche per la verve nazionalistica dei discorsi pubblici (ha promesso di recarsi in aereo su una delle isole contese alla Cina per piazzare di persona una bandiera filippina), ma la sua vittoriosa discesa in campo sfrutta soprattutto la montante rabbia contro le dinastie familiari e il sistema dei partiti, accusati di vanificare con la corruzione gli effetti della crescita economica, oggi superiore al 6 per cento, lasciando enormi sacche di povertà. La sua non celata intenzione è di riscrivere la Carta Costituzionale per ridurre i poteri del Parlamento e creare un “governo rivoluzionario”, che — lascia intendere — sarà però sempre amichevole verso gli investitori stranieri.

 

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A suo merito sul fronte dei diritti umani è ascritta la nomina di un vicesindaco musulmano, nonché le sue pubbliche aperture ai diritti dei gay e dei transessuali. Ma gli oppositori ricordano che per portare Davao al quinto posto tra le città più sicure del mondo, Duterte ha stretto un’alleanza anche con i guerriglieri comunisti del Sud, con l’idea di cooptare qualche ribelle perfino nel nuovo Gabinetto.

 

Non sono in pochi a temere che il suo ormai quasi certo successo alle urne possa provocare un pericoloso golpe dell’esercito, allarmato dai suoi metodi spicci. Anche la potente Chiesa locale è in imbarazzo per i possibili effetti di immagine della vecchia denuncia pubblica e giudiziaria di Duterte contro un prete cattolico dal quale era stato abusato da bambino, senza contare le sue frequenti battute anticlericali.

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Indimenticabile resta una delle più clamorose gaffe del Trump filippino in occasione della visita a Manila di papa Francesco nel gennaio 2015. Inveì contro il Pontefice perché con la sua visita aveva paralizzato il traffico, salvo poi attribuire le colpe all’amministrazione pubblica.

 

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Separato con due figli dalla prima moglie (entrambi in politica come sindaco e vicesindaco) e due da altre consorti occasionali, il “Giustiziere” dichiara apertamente di non recarsi a messa, anche se giura di credere in Dio. «Se dovessi rispettare tutti i 10 Comandamenti non potrei fare il sindaco», si è giustificato.

 

 

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