LE GIRAVOLTE DI PITTIBIMBO - DOPO 20 ANNI DALLA CESSIONE AI RIVA, LO STATO È COSTRETTO A RIPRENDERSI L’ILVA. E LA CASSA DEPOSITI FINANZIA I MARCEGAGLIA PER COMPRARE (SOTTOCOSTO) L’ACCIAIO DI TARANTO

Giorgio Meletti per “il Fatto Quotidiano”

 

ILVA ILVA

Matteo Renzi è notoriamente dotato di una certa flessibilità di pensiero che lo rende inaffidabile agli occhi dei critici. Però nel caso dell'Ilva di Taranto la consueta capriola sembra segnalare più che altro una sana dose di realismo. Il 29 maggio scorso il premier manifestò l'urgenza di affidare il gigante siderurgico a una cordata di imprenditori privati: “Così non si va avanti: c'è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Lo stesso giorno il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi incontrò i rappresentanti di Arcelor Mittal (il gruppo a guida indiana oggi leader mondiale dell'acciaio) e di Marcegaglia spa, candidati all'acquisto.

riva riva

   

Per il gruppo italiano erano presenti il presidente Antonio Marcegaglia – che nel 2008 aveva patteggiato una condanna per aver corrotto un dirigente dell'Eni in cambio di commesse – e sua sorella, la vicepresidente Emma Marcegaglia, nominata nel frattempo da Renzi presidente dell'Eni stesso.

 

Il quale è fornitore di gas dell'Ilva, quindi oggi suo creditore, mentre la Marcegaglia compra a Taranto le lamiere con cui fa i tubi piegandole e saldandole. Già questa fotografia avrebbe dovuto sconsigliare eccessi di entusiasmo per i mitici privati, ma Renzi era troppo lanciato: nel giro di pochi giorni fece fuori il commissario Enrico Bondi, il manager che aveva risollevato la Parmalat dal crac da 14 miliardi di Calisto Tanzi, e lo sostituì con Piero Gnudi, noto commercialista di Bologna, già ministro e presidente dell'Iri e dell'Enel. L'uomo giusto per gestire una vendita anziché un'azienda.

PROTESTA DEGLI OPERAI DELL ILVA PROTESTA DEGLI OPERAI DELL ILVA

   

Nel giro di sei mesi esatti Renzi ha dovuto capovolgere il suo punto di vista. Il 30 novembre scorso l'ha detto: “A Taranto stiamo valutando se intervenire sull'Ilva con un soggetto pubblico: rimettere in sesto quell'azienda per due o tre anni, difendere l'occupazione, tutelare l'ambiente e poi rilanciarla sul mercato”. Una volta per queste operazioni c’era l’Iri, acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale. Proprio l'Iri aveva costruito nel Dopoguerra la siderurgia italiana, le acciaierie a ciclo integrale (dal minerale ferroso al laminato grazie ai costosissimi altiforni), a Genova Cornigliano, Napoli Bagnoli e infine Taranto. Il problema era lo stesso di oggi.

IMPIANTO ILVA A TARANTO IMPIANTO ILVA A TARANTO

 

L'industria metalmeccanica italiana lavora l'acciaio. Lo trasforma in elettrodomestici, automobili, macchine utensili, guard rail per le autostrade, tralicci elettrici, barattoli di conserva. Oggi come allora dobbiamo decidere se i dieci milioni di tonnellate di acciaio che si fanno a Taranto vogliamo continuare a casa o importarli.

  

 Il governo ha deciso che l'Ilva va salvata, e per questo il Consiglio dei ministri di oggi dovrebbe varare, salvo sorprese, la modifica alla legge Marzano (che fu fatta per la Parmalat) che consenta l'intervento anche su Taranto. Due sono le ragioni che hanno costretto Renzi a piegarsi a una soluzione statalista.

   

ILVA DI TARANTO ILVA DI TARANTO

La prima è quella ambientale. Chiudere l'Ilva perché comunque inquina troppo è illogico: significherebbe importare acciaio prodotto da impianti che inquinano altre città e uccidono altri bambini. Tanto vale mettere l'Ilva in grado di produrre senza provocare tumori a nessuno. Costa, secondo le stime del governo, 1,8 miliardi. Non c’è nessun privato che ce li voglia mettere. La storia è antica. Quando l'Ilva Laminati Piani di Taranto fu privatizzata nel 1994, l'acquirente Emilio Riva, subito dopo aver pagato circa 1.400 miliardi di lire, ne chiese indietro oltre la metà sostenendo di aver scoperto solo a cose fatte che l'impianto richiedeva massicci investimenti per contenere le emissioni nocive. Un collegio arbitrale gli dette torto e lui si guardò bene dal fare comunque gli interventi.

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La seconda difficoltà è il groviglio di questioni legali e giudiziarie che incombono sull'azienda di Taranto. La proprietà è ancora della famiglia Riva, e gli eredi di Emilio, il capostipite morto il 30 aprile scorso, hanno già in campo fior di avvocati per contestare quello che considerano un esproprio a suon di decreti legge. Intorno all’Ilva si stima una nebulosa di contenziosi legali del valore totale di 30 miliardi. Gli impianti sono ancora sotto sequestro giudiziario, e il tribunale di Taranto ha imposto (per ragioni ambientali) un tetto alla produzione di 8 milioni di tonnellate all'anno. Un limite che confligge con il senso comune industriale.

 

proteste ilva a tarantoproteste ilva a taranto

Le acciaierie funzionano prevalentemente con costi fissi, quindi la quantità prodotta è decisiva per la redditività: con soli otto milioni di tonnellate di acciaio sfornato Taranto non può che essere un'azienda in perdita. Infine, per finanziare il rilancio di un’azienda che oggi lavora a ritmo ridotto e perde ogni mese decine di milioni di euro, sono decisivi i soldi sequestrati ai Riva nell'ambito delle severe inchieste giudiziarie che li hanno travolti. Si tratta di 1,2 miliardi appunto sequestrati, non ancora confiscati, e quindi anch'essi a rischio di contenzioso. Difficilmente un privato si accollerebbe il rischio sia pure remoto di doverli un giorno restituire.

FABIO RIVA  E GIROLAMO ARCHINAFABIO RIVA E GIROLAMO ARCHINA

   

ilvailva

Le due cordate rivali – contro Arcelor Mittal e Marcegaglia c'è il siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi con la Csn del brasiliano Benjamin Steinbruch capito che per aggiudicarsi l'ambito boccone dovranno aspettare come minimo un anno, durante il quale il vituperato Stato italiano dovrebbe rimettere le cose a posto. Operazione tutt'altro che semplice, e per la quale non a caso il presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, ha chiesto a Renzi di mettere in campo il suo consulente di maggior spicco, l'ex amministratore delegato della Luxottica Andrea Guerra, un manager di razza come Bondi.

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ILVA DI TARANTO jpegILVA DI TARANTO jpeg

Il passaggio ha un suo fascino. Prima di diventare premier, Renzi amava farsi beffe degli imprenditori privati qualora, come nel caso dei Riva, avessero in passato finanziato Pier Luigi Bersani. Da quando è a palazzo Chigi riserva a tutti indistintamente lodi sperticate. Ma sull’Ilva è costretto a mettere la faccia sulle insostituibili virtù dello statalismo e anche sui suoi insopportabili difetti. Il più pericoloso è quello di sempre: quando lo Stato è inefficiente c’è sempre un privato che ci guadagna. Per esempio, molti amano ricordare che l’Ilva fu privatizzata per disperazione perché perdeva soldi a palate.

Andrea Guerra Andrea Guerra

 

Ma gli stessi fingono di dimenticare che la siderurgia statale ne perdeva metà per finanziare i partiti e le loro clientele locali, metà strapagando le imprese private fornitrici e concedendo sconti sontuosi alle imprese private che riforniva di acciaio.

 

Una strettoia che si è riproposta pericolosamente nelle scorse settimane quando la Cassa Depositi e Prestiti (che ambisce al ruolo di nuovo Iri), non potendo per statuto mettere capitali direttamente in un’azienda in perdita come Ilva, ha pensato di finanziare la Marcegaglia. Come se il denaro pubblico potesse sostenere lo sviluppo di un’azienda privata che ha tutto l’interesse a sottopagare l’acciaio all’azienda neo-statale che si dovrebbe rilanciare.

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