GIU’ LE MANI DA RE GIORGIO! - ARRIVANO LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE COSTITUZIONALE SULLE TELEFONATE TRA NAPOLITANO E MANCINO, ACROBAZIE GIURIDICHE PER DARE AL PRESIDENTE UN’INVIOLABILITÀ ASSOLUTA - STAFFILATE ALLA PROCURA DI INGROIA ANCHE PER AVER CONFERMATO AI GIORNALI L’ESISTENZA DELLE TELEFONATE. CHE GIÀ OGGI POTREBBERO ANDARE AL GIUDICE PER ESSERE DISTRUTTE…

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

Il presidente della Repubblica non è un re, certo. Però la Costituzione lo colloca «al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato, e naturalmente al di sopra di tutte le parti politiche». Sembra una risposta a chi sosteneva che l'immunità assoluta e l'irresponsabilità totale non è prevista nemmeno per i sovrani; invece è la premessa per riaffermare che il capo dello Stato ha competenze che incidono su ogni potere, necessarie a salvaguardarne «sia la loro separazione che il loro equilibrio». Perciò è titolare di una «magistratura d'influenza» che esercita attraverso «attività informali fatte di incontri, comunicazioni e riaffronti dialettici». Svolte anche utilizzando il telefono.

Ne deriva una necessaria garanzia di «protezione assoluta» delle sue conversazioni, dove inevitabilmente pubblico e privato si mescolano. Quel «potere di persuasione» sarebbe infatti «destinato a sicuro fallimento se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche», o che lo divenissero attraverso qualsiasi sotterfugio o passaggio processuale: «L'efficacia, e la stessa praticabilità, delle funzioni di raccordo e di persuasione, sarebbero inevitabilmente compromesse dalla indiscriminata e casuale pubblicizzazione dei contenuti dei singoli atti comunicativi». Conclusione: «La discrezione, e quindi la riservatezza, delle comunicazioni del presidente della Repubblica sono coessenziali al suo ruolo nell'ordinamento costituzionale».

È il cuore della sentenza con cui la Corte costituzionale ha accolto il ricorso del capo dello Stato contro la Procura di Palermo, che aveva casualmente intercettato quattro telefonate di Giorgio Napolitano con l'ex ministro Nicola Mancino nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia.

Per la distruzione di quelle telefonate valutate «irrilevanti» per l'indagine i magistrati avevano ipotizzato la procedura davanti al giudice prevista per altri casi considerati analoghi, come quelle dei parlamentari. Ma già l'esame della loro rilevanza, sostiene la Consulta nella decisione motivata ieri, s'è tradotta in una violazione delle prerogative quirinalizie. E la procedura adombrata ne renderebbe, di fatto, possibile la divulgazione.

Di qui il verdetto finale, comunicato il 4 dicembre scorso e motivato ieri: «Le intercettazioni devono essere distrutte sotto il controllo del giudice». E se nel loro contenuto ci fossero elementi utili a contrastare gravi reati che mettessero in pericolo «principi costituzionali supremi» come la vita umana, la libertà delle persone e «la salvaguardia dell'integrità costituzionale», il giudice potrà adottare «le iniziative consentite dall'ordinamento».

Ma sempre escludendo una «procedura partecipata» sufficiente a pregiudicare la «riservatezza inderogabile» di quelle conversazioni. Che non serve ad assicurare una «presunta e inesistente immunità del presidente per i reati extra-funzionali», bensì «l'essenziale protezione delle attività informali di equilibrio e raccordo tra poteri dello Stato».

Al di là delle conclusioni per la soluzione del caso specifico, la sentenza fa chiarezza sui poteri del capo dello Stato (o li ridisegna, a seconda delle interpretazioni), inserendovi a pieno titolo quella funzione chiamata comunemente moral suasion. Al Quirinale c'è soddisfazione perché la Consulta ha così sancito l'intangibilità delle prerogative presidenziali che Giorgio Napolitano, con il suo ricorso, voleva salvaguardare soprattutto per il suo successore. Mentre Antonio Ingroia (procuratore aggiunto di Palermo quando nacque il contrasto, inquirente in Guatemala quando la Corte emise il suo verdetto e candidato premier alle elezioni politiche ora che ne vengono rese note le motivazioni), commenta: la decisione della Consulta «apre a un ampliamento delle prerogative del presidente che mette a rischio l'equilibrio dei poteri».

Al contrario, la Corte ritiene che quell'equilibrio si debba garantire anche attraverso quel «potere di persuasione» presidenziale messo in pericolo dall'eventuale diffusione delle conversazioni. Intercettate e registrate senza che i magistrati potessero prevederlo e impedirlo, d'accordo.

Ma una volta avvenuto il guaio, per i magistrati «si impone l'obbligo di non aggravare il vulnus adottando tutte le misure necessarie e utili per impedire la diffusione del contenuto delle intercettazioni». Di sicuro, quindi, non prevedendo l'udienza davanti al giudice in cui le parti interessate avrebbero diritto a conoscere il contenuto delle telefonate, premessa di un'ipotetica «pubblicizzazione».

È una delle bacchettate riservate ai pm di Palermo, a cui se ne aggiunge subito un'altra: «Già la semplice rivelazione ai mezzi di informazione dell'esistenza delle registrazioni costituisce un vulnus che deve essere evitato». Il riferimento sembra all'intervista del sostituto Di Matteo a un quotidiano, e alla lettera inviata dal procuratore Messineo allo stesso giornale, con le quali i magistrati confermavano l'esistenza delle intercettazioni della discordia. Che quegli stessi magistrati, forse già oggi, chiuderanno in un fascicolo da inviare al giudice dell'indagine preliminare, affinché proceda alla distruzione secondo le indicazioni contenute nella sentenza della Consulta.

 

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