GUERRA TOTALE – TUTTO SU ANDREA GUERRA, IL CONSIGLIERE DI RENZI CANDIDATO VIRTUALE A TUTTO – IL PREMIER GLI HA DELEGATO I DOSSIER PIÙ IMPORTANTI E I RAPPORTI CON I MANAGER PUBBLICI (SALVO MORETTI, CHE HA MANTENUTO IL RAPPORTO DIRETTO CON RENZI)

Denise Pardo per “L’Espresso”

 

andrea guerra matteo renzi leopoldaandrea guerra matteo renzi leopolda

Il candidato virtuale a tutto, a sindaco di Milano, a capo di Eni, Rai o Eataly, a dominus di una Cassa Depositi e Prestiti prossima ventura, intera o fatta a fette, a ministro ma anche a possibile ceo di Giorgio Armani - questo si predice, questo si rimugina - occupa la stanza più grande del corridoio più nobile del piano nobile di Palazzo Chigi. Sono passati tre mesi da quando Andrea Guerra è diventato il “consigliere strategico del presidente del Consiglio per le politiche industriali e le relazioni con la business comunity”, targa da Casa Bianca, ma segnale equivoco, troppe parole per un solo mestiere in genere coprono il vuoto di potere.

 

ANDREA 
GUERRA 
boschi leopoldaANDREA GUERRA boschi leopolda

Ma sul suo tavolo passano i dossier che scottano di più, Ilva, banda larga, banche popolari, Poste e la futura società salva-società. Conta più lui di Pier Carlo Padoan, si racconta. Dal piano nobile, Guerra giudica, indirizza, tira le fila, ma senza nessuna reale responsabilità, la migliore delle condizioni. «Allora Andrea dicci» così Renzi nell’ultima riunione sull’Ilva. E alla fine passa la linea di Andrea. Ora, è il passo successivo, il consigliere strategico a titolo gratuito ha iniziato a mettere mano anche nella gestione. Non solo controlla, incide. Tanto che il neo direttore generale di Ilva prescelto è Massimo Rosmini. Viene da Indesit, l’azienda trampolino olimpico di Guerra.

 

francesco caio andrea guerra patrizio bertellifrancesco caio andrea guerra patrizio bertelli

Durerà, non durerà? Doppiati i canonici cento giorni di luna di miele all’interno del sistema nervoso centrale del potere, l’ex amministratore di Merloni-Indesit e poi di Luxottica dove aveva il controllo del destino di 70 mila dipendenti in giro per il globo, delizia di analisti e banche che cura con la passione di una geisha, ha confidato di cominciare a mordere il freno. E di sentire un filo di stanchezza.

 

Il pachiderma burocratico-amministrativo può logorare chi ha conosciuto il ritmo esecutivo del dire e del fare e nessuno può saperlo meglio di lui, collezionista storico di migliaia di statuine di elefanti, animale con il quale condivide una memoria che si dice essere prodigiosa. Chi si è stancato di chi, è la domanda che gira da un’anticamera all’altra del nobile piano dove si conoscono bene le fiammate d’amore di Renzi. Certo a Palazzo Chigi la tattica prevale sulla strategia (e sui consiglieri strategici), succede quando la velocità è famelica. L’ala Ovest è un serraglio sempre più affollato di nuovi consiglieri economici.

 

andrea guerraandrea guerra

Nessuno però può sentirsi realmente pari a Guerra. Non per questioni puramente tecniche o scontri di capacità. Ma per contatti e relazioni e per la posizione nella graduatoria dei nuovi poteri forti, dalla presenza nel comitato strategico del Fondo Strategico Italiano al cda della Bocconi in rappresentanza del Comune di Milano.

 

Un viso da Charlie Brown, secchione. Un caratterino, tenuto bene a bada, da pescatore ponzese, l’isola dove possiede il buon retiro delle vacanze, nota per fondali e abitanti da trattare con le pinze. Lo zainetto da renziano. L’abbigliamento da Marchionne.

 

Guerra, nato a Milano dove vive con moglie e tre figli, cresciuto e laureato a Roma, nel cuore di Financial Times e Forbes, di casa a Istanbul come a Shangai, un patrimonio calcolato a occhio un centinaio di milioni di euro cumulato tra stipendi liquidazioni e stock option, è un po’ come Renzi. Da l’impressione di non avere nulla di vecchio alle spalle e di essere atterrato nel gran mondo del salotto buono dell’imprenditoria da un pianeta lontano.

 

Premio Guido Carli Mario Orfeo e Andrea Guerra Premio Guido Carli Mario Orfeo e Andrea Guerra

In realtà, l’istantanea del potere è parte del suo vintage familiare. Suo padre Pietro, vate del diritto commerciale, partner del prestigioso studio Guerra e Piga, laddove il Piga è Marcello, fratello dello scomparso Franco, un tempo presidente Consob e ministro Dc delle Partecipazioni Statali, è uno dei principi del diritto societario. E’ stato l’avvocato dell’Imi, il legale di fiducia di Giuseppe Ciarrapico, uno dei giuristi dell’impero immobiliare del re degli ismailiti, Karim Aga Khan. Persino presidente del quotidiano l’Unità nel 1998, direttore Mino Fuccillo, era geologica D’Alema, Cosa 2.

 

Ora a Palazzo Chigi suo figlio Andrea è anche uno scudo, il diaframma per il presidente del Consiglio. Tranne Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica, un mastino da combattimento con scarpe chiodate che ha mantenuto il rapporto diretto con Renzi e lo vede tutte le volte che vuole, tutti gli altri, i big, i grandi papaveri degli enti pubblici sono stati dirottati su Guerra. Parlatene con Andrea, è la riposta più frequente alle richieste di colloqui e di problemi da affrontare avanzate dagli sherpa delegati.

 

Gianfelice Rocca e Andrea Guerra Gianfelice Rocca e Andrea Guerra

E’ andata così a Francesco Starace, capo dell’Enel che prima di partire per la consueta presentazione del piano industriale a Londra voleva conferire con il premier ma ha visto arrivare Guerra. E’ successo a Claudio Descalzi indagato nell’inchiesta su presunte tangenti per una concessione petrolifera in Nigeria e a rischio di poltrona. E anche Francesco Caio non ha gradito moltissimo di dover discutere con Guerra, prima che con il ministro Padoan, il piano di privatizzazione di Poste di cui è amministratore delegato.

 

«E’ un rivoluzionario» nell’ampia intervista, una delle pochissime, concessa a Giovanni Minoli su Radio 24, Guerra con aria ispirata ha cantato le lodi di Caio (che ha fatto la ruota e i malumori sono rientrati). L’ad di Poste è stato il capo che lo promosse direttore generale della Merloni e di cui prese poi il posto nominato dall’azionista Vittorio Merloni, un imprenditore illuminato, uno dei suoi «buoni maestri».

 

Andrea Guerra Andrea Guerra

Nel 2002, due anni prima del passaggio a Luxottica, il nominativo di Guerra insieme a quello di Vittorio Colao arriva sul tavolo dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti come possibile leader di Fiat Auto nel caso di un salvataggio governativo del gruppo di Torino. A proporre i due manager è il potente banchiere d’affari Guido Roberto Vitale, ex presidente di Rcs Mediagroup e di Lazard Italia, azionista della società Chiarelettere (che pubblica “Il Fatto Quotidiano”), sostenitore del quotidiano online Linkiesta (come lo stesso Guerra), uno con le mani in pasta nelle grandi operazioni finanziarie internazionali. Ora è proprio la Vitale&Co, di cui è presidente Guido Roberto, a partecipare alla costruzione della governance della società per la ristrutturazione di aziende in crisi d’interesse strategico.

 

Un nuovo soggetto che dovrebbe essere sostenuto in parte da mamma Cassa depositi e prestiti (dove l’ad il bazoliano Giovanni Gorno Tempini è indagato a Trani per una vicenda di derivati, il processo è a luglio, la sua poltrona non è proprio saldissima). E in parte da banche e fondi d’investimento, caviale Beluga per personaggi come Guerra e come Vitale. Una sorta di Gepi del terzo millennio e della Terza Repubblica, insomma, approvata dal governo e per la quale lavora Orlando Barucci, partner di Vitale e figlio dell’ex ministro del Tesoro Piero che, per dire come tutto si tiene, è uno dei migliori amici del capo dello Stato Sergio Mattarella.

 

Andrea Guerra Gianfelice Rocca Paolo Scaroni Andrea Guerra Gianfelice Rocca Paolo Scaroni

Quando Guerra è già al sesto anno da amministratore delegato di Luxottica, a fine 2010 fa la sua apparizione a Vocazione Roma, l’associazione di società civile del suo ex compagno di scuola, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, allora candidato in pectore al Campidoglio e poi chissà. E’ anche l’antagonista numero uno del collega alla Provincia di Firenze, tale Matteo Renzi. Più o meno nello stesso periodo, Vitale perde politicamente la testa per Nichi Vendola che celebra in un’indimenticabile cena nella sua masseria pugliese alla presenza del meglio establishment calato da tutt’Italia. Sarà la Leopolda del 2013 a riunire Guerra e Vitale, il primo in veste di ardente testimonial, il secondo in veste di utile finanziatore.

 

Viaggia con Renzi, in Australia, in Indonesia, conosce i mercati del mondo nuovo e i loro tycoon molto bene, dai cinesi di Singapore ai magnati di Ankara intercettati fin dai tempi di Merloni e Luxottica. E’ con il premier nella visita a Vladimir Putin. Poi quando si torna a casa le idee scambiate durante gli spostamenti vanno distribuite e segnalate. Fosse semplice. Palazzo Chigi brulica di consiglieri, è complicato stabilire chi segue cosa.

 

Andrea Guerra e Paolo Scaroni Andrea Guerra e Paolo Scaroni

A un certo punto Renzi afferma pubblicamente che l’ispiratore del decreto sulle Banche popolari è l’amico Andrea. Ma poi chi parla con Guerra percepisce un certo distacco. Al contrario, il piano banda larga, fiore all’occhiello di Raffaele Tiscar, uomo di Graziano Delrio e vice segretario generale di Palazzo Chigi, viene passato al microscopio del consigliere strategico per “voleri superiori”, appesantendo non poco l’atmosfera dell’inner circle. Troppe manine al lavoro, troppe voci in capitolo. La pletora di consiglieri è in quotidiana lievitazione, Yoram Gutgeld, segretamente soprannominato Archimede Pitagorico, Marco Simoni, Carlotta De Franceschi,  Roberto Perotti, Luigi Marattin, Tommaso Nannicini…

 

Dopo l’addio a Luxottica, a partire dal settembre 2014, Guerra si è regalato un anno sabatico. I motivi della rottura con il padrone Leonardo Del Vecchio e con un’azienda che sotto la sua guida aveva visto salire il titolo dai 14 euro del 2013 ai 40 dell’estate 2014, sono apparsi nebulosi. Nuovi assetti familiari e dinastici da un lato, il manager che diventa più padrone del padrone dall’altro, e poi la distanza politica con un Del Vecchio scatenato sostenitore di Beppe Grillo… Un concorso di circostanze, come in tutti i divorzi. Ma nessun esito tragico tanto che, pur orfana di Guerra, Luxottica non conosce soste nella corsa in borsa, toccando i 60 euro ad azione.

 

Andrea Guerra e Paolo Scaroni Andrea Guerra e Paolo Scaroni

In più qualcuno fa notare cinicamente che nonostante le lodi, gli osanna, e l’ottima posizione nelle classifiche internazionali dei manager più formidabili, al momento Guerra non risulta essere stato corteggiato dai gran signori del lusso. Né Francois Pinault, gran capo di PPR né il suo collega e rivale Bernard Arnault patron di LVMH sembrano essersi precipitati a cooptarlo. Sempre che il vagheggiato accordo di non concorrenza siglato con Del vecchio di cui non si conoscono bene i termini, non blocchi l’apertura di certi portoni.

 

Il 26 maggio, il consigliere di Renzi compirà cinquant’anni, tre mesi prima della conclusione del suo sabbatico. A Minoli che lo incalzava sul futuro, ha risposto che tornerà al suo lavoro e che fare l’amministratore delegato di un’azienda pubblica non è il suo mestiere. Le strategie dei consiglieri strategici come insegna la fiction cult di Palazzo Chigi- House of Cards- non si possono mai svelare prima.

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