IL GOVERNO IN MANO ALLE BANCHE - L'ESECUTIVO ALFETTA IMPACCHETTA SEI REGALI PER IL MONDO BANCARIO

Francesco De Dominicis per "Libero"

Tenere il conto non è affatto facile. Un po' perché sono parecchi un po' perché vengono nascosti e non pubblicizzati. Il pallottoliere (per ora) si ferma a sei: sono i regali del governo di Enrico Letta alle banche italiane. Alcuni sono già messi nero su bianco negli atti ufficiali, altri saranno formalizzati tra pochi giorni, qualcuno è un progetto in fase piuttosto avanzata. L'operazione congegnata a palazzo Chigi ruota per lo più attorno alla legge di stabilità - su cui il Governo si appresta a chiedere la fiducia - e ai cosiddetti decreti collegati. Ma non solo.

In pratica, Letta ha preferito distribuire in più veicoli normativi i favori concessi ai banchieri invece di metterli tutti insieme in un solo provvedimento. Opzione, quest'ultima, che avrebbe comportato il rischio di farsi «sgamare» subito. E in effetti la ricostruzione il dossier è stata una specie di caccia al tesoro. L'opera di dissimulazione del premier, che per l'occasione si è trasformato in uno stratega militare, è stata meticolosa.

Qui mettiamo in fila i tasselli del puzzle scovati nel percorso: sconto fiscale sulle perdite; paracadute sui derivati legati a Bot e Btp; rivalutazione quote Banca d'Italia con consequenziale innalzamento dei coefficienti patrimoniali; garanzia della Cdp sui prestiti alle pmi; privatizzazioni con dividendo straordinario della Cassa depositi per la dismissione di Sace; realizzazione della bad bank in cui far confluire i 145 miliardi di euro di sofferenze (i prestiti non rimborsati). L'elenco finisce qui. Tuttavia non ci sarebbe alcuna sorpresa se l'Esecutivo delle larghe intese dovesse allungarlo ancora un po'. Cerchiamo, intanto, di capire nel dettaglio di cosa stiamo parlando.

Partiamo con lo sconto fiscale sulle perdite. Si tratta degli sgravi tributari legati alla deducibilità dei crediti non performanti (le sofferenze), di cui abbiamo già riferito su queste colonne. L'arco di tempo in cui le banche potranno spalmare le sofferenze cala da 18 a 5 anni. E lo scherzetto garantisce agli istituti vantaggi per 20 miliardi tra il 2015 e il 2022. La norma è contenuta nella legge di stabilità che stasera approda all'esame dell'aula del Senato.

Ed è proprio la relazione tecnica alla «finanziaria» che certifica l'entità del primo regalo agli istituti di credito. La riforma allinea il sistema tributario italiano a quello degli altri paesi europei. Non a caso, la norma , dopo il giro di vite varato da Giulio Tremonti negli scorsi anni, era attesa. E per certi versi giusta. Tuttavia, quello bancario è l'unico settore ad aver beneficiato della generosità dell'Esecutivo.

Il secondo favore è il paracadute statale sui derivati. Si tratta della garanzia che lo Stato potrà offrire smobilitando la liquidità dei conti di tesoreria per assicurare i derivati degli istituti. Una misura che, stando alle carte di via Venti Settembre, non grava tecnicamente sui conti pubblici, ma che politicamente, invece, ha un peso enorme. Le banche che sottoscrivono derivati col Tesoro ottengono una speciale copertura assicurativa pubblica.

Un paracadute, appunto, che non solo garantisce l'istituto che ha in pancia i bond pubblici italiani in caso di (improbabile) fallimento del Paese, ma che, nell'immediato, alleggerisce il peso di quei titoli, considerati rischiosi dalle agenzie di rating, e spinge in alto i requisiti patrimoniali. La norma è scritta da un paio di mesi, ma il provvedimento in cui piazzarla va ancora definito.

Il paracadute «salva banche» era stato inserito prima nel decreto sull'Iva (settembre), poi nel collegato alla manovra (ottobre) con cui, tra altro, sono stati salvati i bilanci di Roma Capitale. Nessun ripensamento, comunque, assicurano fonti vicino al dossier. Al momento giusto il regalo sarà confezionato e consegnato ai banchieri.

Terzo: la rivalutazione della quote di Bankitalia. Bisogna attendere poco. Salvo ulteriori rinvii, già martedì il consiglio dei ministri mostrerà il semaforo verde alla riforma sull'assetto proprietario dell'istituto centrale. Il decreto era stato portato al cdm di mercoledì scorso e rinviato vista l'assenza del prescritto della Banca centrale europea.

La misura porterà a un rafforzamento del capitale delle banche e delle assicurazioni azioniste di Bankitalia. Ci sarà purea un incasso per l'erario fra 1 e 1,5 miliardi che però, visti i tempi tecnici, dovrebbe arrivare nel 2014. La relazione commissionata al Comitato di esperti di alto livello formato dai professori Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi aveva nei giorni scorsi individuato un valore delle quote, ora al livello simbolico di 156mila euro, fra i 5 e i 7,5 miliardi di euro.

Per istituti e compagnie si avrebbe un flusso di dividendi (circa il 6%) che salirebbe a un livello fra i 360 e i 420 milioni di euro l'anno. Non solo. Con la riforma scatta pure un rafforzamento del patrimonio preziosissimo viste le regole di Basilea3 che chiedono di aumentare progressivamente gli indici di capitale.

A sollecitare il decreto è stata l'Abi d'accordo con Intesa e Unicredit, principali «azioniste» di via Nazionale. La riforma, comunque, pone un tetto al 5% alle partecipazioni. Ne consegue che soprattutto Intesa (ha il 42,18% del capitale) dovrà successivamente cedere una parte consistente del suo pacchetto azionario.

Non sono mancate, comunque, le critiche. Non solo fra quanti considerano l'operazione una sorta di trucco contabile, ma anche chi, come un ex alto funzionario della stessa Banca d'Italia, Giovanni Siciliano (oggi alla Consob), sostiene che «solo lo stato possa decidere sulla destinazione di risorse prodotte con beni pubblici» e perciò «deve essere il solo azionista» di via Nazionale.

Anche la garanzia della Cassa depositi e prestiti sui finanziamenti alle pmi, quarto regalo in ballo, è in dirittura d'arrivo. La misura è contenuta in un emendamento del Governo alla legge di Stabilità che entro martedì sarà licenziata da palazzo Madama, per poi passare al vaglio della Camera. Il discorso è articolato, ma nella sostanza grazie al blitz le banche pubblicizzano i rischi e privatizzano gli utili.

Per dare credito alle piccole e medie imprese potranno beneficiare dello scudo della Cdp. L'emendamento introduce «il Sistema nazionale di garanzia», che ricomprende il fondo di garanzia per le pmi, compresa la sezione speciale «Grandi progetti di ricerca e innovazione», e il fondo di garanzia per la prima casa. La Cdp, poi, potrà acquistare titoli dalle banche «nell'ambito di operazioni di cartolarizzazione aventi ad oggetto il credito verso piccole e medie imprese».

Con le privatizzazioni, poi, e siamo a cinque, le banche potranno ottenere un doppio beneficio. Il piano di dismissioni di aziende pubbliche è stato già approvato dal Governo. Saranno aperti diversi fronti. Uno di questi prevede la cessione di Sace (fino al 60%): la società che assicura le imprese all'estero è controllata dalla Cdp.

Vuol dire che il ricavato sarà girato agli azionisti: il Tesoro (80%) e le Fondazioni bancarie (20%). Seppure in via indiretta, gli istituti sono favoriti. E c'è chi sostiene che lo saranno anche dalle altre privatizzazioni. Nessuno vieta, infatti, che le stesse banche possano entrare in gioco e rilevare pacchetti di aziende in vendita. E con la crisi che ha sbracato le valutazioni, gli affari non mancheranno. Pure per le banche.

Ultimo capitolo, la bad bank. Per ora si tratta di un progetto segreto in mano a Bankitalia, secondo quanto riferito dal settimanale L'Espresso. Anche in questo caso è possibile un ruolo della Cdp per la costituzione di un veicolo in cui confluirebbero i 145 miliardi di euro di sofferenze. Gli istituti potranno liberarsi agevolmente della zavorra dei prestiti non rimborsati. Faranno uno sconto alla Cassa e si troveranno coi bilanci puliti. Una lavanderia a basso costo.

 

cancellieri saccomanni letta CAROSIO VISCO LA VIA TARANTOLA SACCOMANNI ALL ASSEMBLEA DI BANKITALIA logo cassa depositi bankitaliaFRANCESCO MICHELI DI BIIS BANCA INTESAIntesabankitalia big Federico Ghizzoni Unicredit TORRE UNICREDIT

Ultimi Dagoreport

donald trump giorgia meloni ixe sondaggio

DAGOREPORT - CHE COSA SI PROVA A DIVENTARE “GIORGIA CHI?”, DOPO ESSERE STATA CARAMELLATA DI SALAMELECCHI E LECCA-LECCA DA DONALD TRUMP, CHE LA INCORONÒ LEADER "ECCEZIONALE", "FANTASTICA", "PIENA DI ENERGIA’’ E ANCHE "BELLISSIMA"? - BRUTTO COLPO, VERO, SCOPRIRE CHE IL PRIMO DEMENTE AMERICANO SE NE FOTTE DELLA “PONTIERA” TRA USA E UE CHE SI È SBATTUTA COME MOULINEX CONTRO I LEADER EUROPEI IN DIFESA DEL TRUMPISMO, E ORA NON RACCATTA NEMMENO UN FACCIA A FACCIA DI CINQUE MINUTI, COME È SUCCESSO AL FORUM DI DAVOS? - CHISSÀ CHE EFFETTO HA FATTO IERI A PALAZZO CHIGI LEGGERE SUL QUEL “CORRIERE DELLA SERA” CHE HA SEMPRE PETTINATO LE BAMBOLE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI, IL DURISSIMO EDITORIALE DI UN CONSERVATORE DOC COME MARIO MONTI - CERTO, PER TOGLIERE LA MASCHERA ALL’INSOSTENIBILE GRANDE BLUFF DELLA “GIORGIA DEI DUE MONDI”, C’È VOLUTO UN ANNO DI ''CRIMINALITÀ'' DI TRUMP MA, SI SA, IL TEMPO È GALANTUOMO, I NODI ALLA FINE ARRIVANO AL PETTINE E LE CONSEGUENZE, A PARTIRE DAL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DI FINE MARZO, POTREBBERO ESSERE MOLTO AMARE TRASFORMANDO IL ''NO'' ALL'UNICA RIFORMA DEL GOVERNO IN UN "NO" AL LEGAME DI MELONI CON LA DERIVA FASCIO-AUTORITARIA DI TRUMP... 

tommaso cerno barbara d'urso durso d urso francesca chaouqui annamaria bernardini de pace

FLASH – IERI SERA GRAN RADUNO DI PARTY-GIANI ALLA CASA MILANESE DI TOMMASO CERNO, PER CELEBRARE IL 51ESIMO COMPLEANNO DEL DIRETTORE DEL “GIORNALE” – NON SI SONO VISTI POLITICI, AD ECCEZIONE DI LICIA RONZULLI. IN COMPENSO ERANO PRESENTI L’AVVOCATESSA ANNAMARIA BERNARDINI DE PACE E L’EX “PAPESSA” FRANCESCA IMMACOLATA CHAOUQUI. A RUBARE LA SCENA A TUTTE, PERÒ C’HA PENSATO UNA SFAVILLANTE BARBARA D’URSO STRETTA IN UN ABITINO DI DOLCE E GABBANA: “BARBARELLA” AVREBBE DELIZIATO I PRESENTI ANNUNCIANDO CHE, DOPO FABRIZIO CORONA, ANCHE LEI TIRERÀ FUORI QUALCHE VECCHIA MAGAGNA…

giorgia meloni carlo calenda

FLASH – CARLO CALENDA UN GIORNO PENDE DI QUA, L’ALTRO DI LÀ. MA COSA PENSANO GLI ELETTORI DI “AZIONE” DI UN’EVENTUALE ALLEANZA CON LA MELONI? TUTTO IL MALE POSSIBILE: IL “TERMOMETRO” TRA GLI “AZIONISTI” NON APPREZZA L'IPOTESI. ANCHE PER QUESTO CARLETTO, ALL’EVENTO DI FORZA ITALIA DI DOMENICA, È ANDATO ALL’ATTACCO DI SALVINI: “NON POSSO STARE CON CHI RICEVE NAZISTI E COCAINOMANI” (RIFERIMENTO ALL’ESTREMISTA INGLESE TOMMY ROBINSON) – IL PRECEDENTE DELLE MARCHE: ALLE REGIONALI DI SETTEMBRE, CALENDA APRÌ A UN ACCORDO CON IL MAL-DESTRO ACQUAROLI, PER POI LASCIARE LIBERTÀ “D’AZIONE” AI SUOI CHE NON NE VOLEVANO SAPERE...

donald trump peter thiel mark zuckerberg sam altman ice minneapolis

DAGOREPORT – IL NERVOSISMO È ALLE STELLE TRA I CAPOCCIONI E I PAPERONI DI BIG TECH: MENTRE ASSISTONO INERMI ALLE VIOLENZE DI MINNEAPOLIS (SOLO SAM ALTMAN E POCHI ALTRI HANNO AVUTO LE PALLE DI PRENDERE POSIZIONE), SONO MOLTO PREOCCUPATI. A TEDIARE LE LORO GIORNATE NON È IL DESTINO DELL'AMERICA, MA QUELLO DEL LORO PORTAFOGLI. A IMPENSIERIRLI PIÙ DI TUTTO È LO SCAZZO TRA USA E UE E IL PROGRESSIVO ALLONTANAMENTO DELL'EUROPA, CHE ORMAI GUARDA ALLA CINA COME NUOVO "PADRONE" – CHE SUCCEDEREBBE SE L’UE DECIDESSE DI FAR PAGARE FINALMENTE LE TASSE AI VARI ZUCKERBERG, BEZOS, GOOGLE, IMPONENDO ALL’IRLANDA DI ADEGUARE LA PROPRIA POLITICA FISCALE A QUELLA DEGLI ALTRI PAESI UE? – COME AVRÀ PRESO DONALD TRUMP IL VIAGGIO DI PETER THIEL NELLA FRANCIA DEL “NEMICO” EMMANUEL MACRON? SPOILER: MALISSIMO…

viktor orban giorgia meloni santiago abascal matteo salvini

FLASH – GIORGIA MELONI SI SAREBBE MOLTO PENTITA DELLA SUA PARTECIPAZIONE ALL’IMBARAZZANTE SPOTTONE PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DI VIKTOR ORBAN, INSIEME A UN’ALLEGRA BRIGATA DI POST-NAZISTI E PUZZONI DI TUTTA EUROPA – OLTRE AD ESSERSI BRUCIATA IN UN MINUTO MESI DI SFORZI PER SEMBRARE AFFIDABILE ED EUROPEISTA, LA SORA GIORGIA POTREBBE AVER FATTO MALE I CONTI: PER LA PRIMA VOLTA DA ANNI, I SONDAGGI PER IL “VIKTATOR” UNGHERESE NON SONO BUONI - IL PARTITO DEL SUO EX DELFINO, PETER MAGYAR, È IN VANTAGGIO (I GIOVANI UNGHERESI NON TOLLERANO PIÙ IL PUTINISMO DEL PREMIER, SEMPRE PIÙ IN MODALITÀ RAGAZZO PON-PON DEL CREMLINO)

zelensky beltrame meloni putin

FLASH – CHI E PERCHÉ HA FATTO USCIRE IL DISPACCIO DELL’AMBASCIATORE “LEGHISTA” A MOSCA, STEFANO BELTRAME, RISERVATO AI DIPLOMATICI, IN CUI SI ESPRIMEVANO LE PERPLESSITÀ ITALIANE SULLE NUOVE SANZIONI ALLA RUSSIA, CON TANTO DI STAFFILATA ALL’ALTO RAPPRESENTANTE UE, KAJA KALLAS (“IL CREMLINO NON LA RICONOSCE COME INTERLOCUTRICE”)? NON SONO STATI I RUSSI, MA QUALCUNO DALL'ITALIA. EBBENE: CHI HA VOLUTO FARE UN DISPETTUCCIO A GIORGIA MELONI, CHE CI TIENE TANTO A MOSTRARSI TRA LE PIÙ STRENUE ALLEATE DI KIEV? -  PICCOLO REMINDER: BELTRAME, EX CONSIGLIERE DIPLOMATICO DI SALVINI AI TEMPI DEL VIMINALE, NELL’OTTOBRE DEL 2018 ORGANIZZÒ IL VIAGGIO DI SALVINI A MOSCA, AI TEMPI DELL’HOTEL METROPOL…