LA CINA È VICINA (ALLA CRISI) - L’OCCIDENTE IN DEFAULT METTE NEI GUAI ANCHE PECHINO: SE LE COMMESSE DI LAVORO DALL’ESTERO SCEMANO, L’ECONOMIA RALLENTA, LA PRODUZIONE FRENA E TUTTO SEMBRA ACCADERE TROPPO IN FRETTA - ORA IL GOVERNO SI È FATTO PRUDENTE E IL MASSICCIO ACQUISTO DI BOND PER SOSTENERE LA CRISI EUROPEA NON È AVVENUTO - TUTTO QUESTO A 10 MESI DAL CONGRESSO DEL PARTITO CHE DECIDERÀ IL CAMBIO DI LEADERSHIP. ARRIVARCI COL PIL SOTTO L’8% SAREBBE UN PROBLEMA…

Marco Del Corona per il "Corriere della Sera"

I primi a non essere sorpresi sono anche coloro che sono i più preoccupati. La leadership cinese sta monitorando i segni della crisi che cominciano a intaccare anche la seconda economia del mondo, uscita praticamente intatta dalla tempesta del 2008-2009. L'ultimo segnale è arrivato ieri, quando dati ufficiali hanno segnalato la prima contrazione della produzione manifatturiera in 33 mesi, con l'indice Pmi che è sceso sotto lo spartiacque dei 50 punti, che separa espansione (sopra) da riduzione (sotto). Il valore di novembre è 49 e arriva una settimana dopo una valutazione analoga della banca Hsbc, che stimava un Pmi a 47,7.

Il malessere cinese ha molti sintomi, alcuni dei quali risentono delle convulsioni dell'eurozona, che colpiscono l'export cinese. Mercoledì la banca centrale aveva ridotto per la prima volta in tre anni le riserve obbligatorie degli istituti di credito, uno 0,5% in meno che significa nuova liquidità e nuove risorse sul mercato. Una svolta dopo una fase in cui l'intervento centrale si era orientato a contenere l'inflazione, ora sotto la soglia del 6%. La mossa della banca centrale dovrebbe mettere in circolazione fra i 350 e i 400 miliardi di renminbi (tra i 40 e i 45 miliardi di euro).

Il rallentamento dell'economia cinese però è inesorabile. Il Pil è calato dal 10,4% dell'anno scorso al 9,7% del primo trimestre, al 9,5% del secondo e al 9,1% del terzo. Un raffreddamento dell'economia era stato auspicato a più livelli, in Cina, tuttavia tutto sembra accadere con troppa fretta. Giù anche il mercato immobiliare, che secondo l'indice Creis in novembre è sceso per il terzo mese consecutivo (meno 0,3%), una dinamica collegata ai flussi del credito.

Sono segnali che hanno contribuito a modellare l'atteggiamento di preoccupata prudenza di Pechino rispetto alla crisi dell'euro. Invocato in Europa, l'intervento cinese sotto forma di acquisti massicci di bond non si è verificato e anzi sia la Repubblica Popolare sia l'Unione Europea sembrano più concentrate ciascuna sui propri problemi che sull'ansia di sedersi a un tavolo. Il vertice sino-europeo previsto a Tianjin a fine ottobre e rinviato non è stato ancora riprogrammato.

Il momento politico drammatizza i crudi dati numerici, perché mancano 10 mesi al congresso del Partito comunista che avvierà il ricambio della leadership. Occorre arrivarci con una situazione economica quantomeno sotto controllo, anche perché un incremento del Pil sotto la soglia-feticcio dell'8% potrebbe stravolgere i meccanismi occupazionali, già ora in fase di trasformazione. Cambia la geografia del lavoro, cambiano i costi. Esempio: Shenzhen, che per attrarre manodopera alzerà a gennaio il salario minimo del 15%, dopo averlo già incrementato del 20% in aprile.

 

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