PRIMATI ITALIANI: SIAMO IL PAESE PIÙ AMATO DAI JIHADISTI! IL NOSTRO GOVERNO PAGA SEMPRE I RISCATTI - MA ORA L’ISIS NON VUOLE PIÙ I SOLDI. DECAPITARE UN OCCIDENTALE VALE QUANTO UN ATTENTATO

1. COSÌ «FINANZIAMO» AL QAIDA - I TAGLIAGOLE A CACCIA DI ITALIANI: LI RAPISCONO PERCHÉ PAGHIAMO

Gian micalessin per “Il Giornale”

 

orrore isis 6orrore isis 6

Federico Motka e David Haines, ovvero una vita e una morte tremendamente parallele. Due ostaggi legati per 14 mesi alla stessa catena. Due uomini la cui liberazione e il cui destino sono dipesi, alla fine, dal passaporto e dal denaro.

 

Dal passaporto italiano di Federico e dai sei milioni di euro messi a disposizione dal governo Renzi per riportarlo a casa. Dal passaporto inglese di David e dal rifiuto del governo di Sua Maestà di sborsare una sola sterlina per riaverlo indietro. E così mentre il 27 maggio scorso l'allora 31enne Federico Motka sbarca a Ciampino e riabbraccia i genitori David Haines si ritrova condannato, rivenduto a quei decapitatori dell'Isis che sabato diffondono il macabro filmato della sua uccisione.

 

Oggi Federico Motka e la sua famiglia continuano a non voler raccontare la storia di quei 14 terribili mesi. E non solo perché assieme a David è morta, probabilmente, una parte di Federico. Dietro quel silenzio «obbligato» ci sono almeno quattro ottimi motivi. E altrettanti misteri.

jihadisti isisjihadisti isis

 

Il primo è l'entità del riscatto pagata dal nostro governo nel più assoluto segreto. Il secondo è l'identità di alcuni carcerieri che l'ex ostaggio descrive ai magistrati - secondo quanto appreso dal Giornale - come jihadisti «di provenienza europea». Il terzo riguarda i pianificatori di un rapimento studiato, sempre stando a quanto riferito da Motka per «mettere le mani su un italiano» perché - come ripetevano i sequestratori - «il vostro governo paga sempre».

 

La quarta, ancor più delicata, riguarda la struttura di Acted, l'organizzazione umanitaria francese per cui Federico e David lavoravano in territorio siriano. Una struttura, forse «infiltrata», da cui sarebbero uscite le indicazioni per portare a termine il sequestro.

 

jihad isisjihad isis

L'inquietante storia parallela di Federico e Haines incomincia ai primi di marzo del 2013. I due, dopo aver firmato per Acted, si ritrovano nel campo profughi di Atma, un villaggio di 2.500 anime appena oltre la frontiera turca, attorno a cui sorge una tendopoli di trentamila profughi in fuga dalla guerra. Federico, giovane di ottima famiglia, discendente della dinastia dalmata dei Luxardo, cresciuto tra Trieste e la Germania ha scelto la carriera di operatore umanitario dopo gli studi alla London School of Economics di Londra. Prima di diventare il coordinatore di Acted ad Atma si è fatto le ossa tra le macerie di Haiti e l'Afghanistan.

 

David, assunto come responsabile della sicurezza, è invece un ex tecnico dell'aeronautica militare inglese congedatosi e specializzatosi da oltre 12 anni nell'assistenza umanitaria. Ma ad Atma il lavoro dura poco. Il 12 marzo un gruppo di armati blocca la loro auto e i due si ritrovano incatenati in un covo prigione.

 

David Haines in mano al suo carnefice David Haines in mano al suo carnefice

Da quel momento inizia un'odissea comune di 14 mesi durante la quale Federico e David si ritrovano costretti a vivere legati alla stessa catena. Assistendo ai maltrattamenti inflitti ora all'uno, ora all'altro. Quel che colpisce di più Federico è l'identità dei carcerieri. Alcuni di loro, soprattutto quelli più crudeli nei loro confronti, arrivano da paesi europei dove - riferirà - sembrano avere lavorato o vissuto a lungo. Si tratta evidentemente di quei jihadisti d'importazione o di «ritorno» che da tempo preoccupano le intelligence europee.

Federico MotkaFederico Motka

 

L'altro fatto sorprendente per l'italiano è la scoperta di essere l'ostaggio prezioso, quello su cui la banda - specializzata in sequestri a scopo di riscatto - punta per intascare un ricco bottino. L'ostaggio inglese rappresenta, invece, un problema per il rifiuto di Londra di avviare qualsiasi trattativa con i mediatori. Così, mentre l'opinione pubblica italiana viene tenuta all'oscuro del rapimento, il governo Letta prima, e quello Renzi poi, affidano alla nostra intelligence una serrata trattativa condotta attraverso i propri omologhi turchi e alcuni mediatori siriani.

 

Come sempre in questi casi i tempi sono, però, lunghissimi. L'accordo sulla somma e la consegna del riscatto arriva solo dopo 14 mesi di sevizie e almeno cinque cambi di prigione. Solo a quel punto l'intelligence turca manda i suoi emissari a recuperare Federico. Quell'epilogo segna però il destino di Haines.

 

I sei milioni di euro consegnati dalla nostra intelligence e da quella turca ai mediatori non bastano a ottenere anche la liberazione dell'inglese. Che a quel punto viene svenduto agli unici interessati, ovvero i decapitatori dell'Isis. A Federico resteranno invece l'angoscia per la sorte del prigioniero «gemello» e il dubbio per la frase sibilatagli nell'orecchio da uno dei suoi liberatori. «Quelli che vi hanno venduto erano gli stessi per cui lavoravate».

FOLEY FOLEY

 

 

2. PERCHÉ I SOLDI DEI RISCATTI NON SERVONO PIÙ

Carlo Biffani (Esperto di sicurezza) per il “Corriere della Sera”

 

In questi ultimi 10 anni, la figura dell’ostaggio è sempre stata utilizzata dai gruppi terroristici, come strumento attraverso il quale ottenere capitali con i quali finanziare il raggiungimento dei propri obiettivi, oppure come soggetto attraverso il quale esercitare pressione sui governi e sulle coalizioni loro ostili.

 

Uccidere per lanciare messaggi di terrore, senza neppure aver intavolato una trattativa, od avendone impostata una di fatto inaccettabile da parte del governo o dei soggetti con i quali si interloquisce, basata su riscatti plurimilionari o sullo scambio con decine di detenuti, è una cosa alla quale non eravamo abituati. La trattativa, di fatto non si avvia, visto il tono e la mole delle richieste.

isis in siriaisis in siria

 

BENE STRATEGICO

Lo sanno tanto loro, quanto noi. Il sequestrato diventa così un “bene strategico” ed è sensato ipotizzare che il tentativo da parte loro, di approvvigionarsi costantemente di tale bene, assuma il carattere di priorità, visto che in tale modo riescono a massimizzare i risultati ottenuti, senza un eccessivo dispendio di energie. Ed oltretutto costoro riescono ad ottenere un risultato in termini di percezione della minaccia da parte nostra, che li mette in posizione di enorme vantaggio.

 

La cattura di ostaggi occidentali, riesce infatti a spostare l’attenzione del fenomeno, dalle lande semi desolate e dai resti di città bombardate dove i terroristi agiscono, alle capitali occidentali dalle quali provengono i catturati, dando l’impressione alle cancellerie ed all’opinione pubblica occidentale, che i nuovi guerrieri dell’Islam più sanguinario, siano in grado di colpire sin nelle nostre case, pur non avendo ancora varcato, sarebbe lecito auspicarsi, fisicamente i confini.

 

SCACCO ALL’OCCIDENTE

Il fatto di riuscire a tenerci in scacco attraverso azioni tanto efferate compiute con una tempistica studiata sin nei minimi dettagli e senza che ci sia data possibilità alcuna, di interagire con il fenomeno, di correre ai ripari, e di impedire che si compia l’assassinio, mette l’IS in condizione di non dover correre immediatamente verso altri obiettivi, portando a compimento operazioni ed attacchi sul nostro suolo.

 

isisisis

Sequestrare, torturare, decapitare e minacciarci corrisponde ad una sorta di succedaneo di attacchi alle nostre città ed ai cittadini che le abitano. Forse non è sbagliato immaginare che, fintanto che costoro saranno in grado di assicurarsi la “materia prima” ovvero ostaggi da mostrare ed uccidere amplificando il nostro senso di impotenza, potranno spostare in avanti le lancette dell’orologio che indicano l’ora dell’attentato da portare a compimento in Europa o negli Stati Uniti, attacco questo che comporta la soluzione di problemi organizzativi, tattici e logistici non di poco conto.

 

Con questo non voglio assolutamente affermare il fatto che non siano interessati a portare a compimento attacchi sul nostro suolo, cosa per altro ribadita più volte in termini di comunicazione, ma ritengo che al momento possano, probabilmente accontentarsi di quello che ottengono con questa modalità operativa. In pratica massimizzano il risultato di azioni che fino a ieri servivano unicamente a reperire soldi utili a finanziare la causa.

IRAQ - JIHADISTI DELL' ISISIRAQ - JIHADISTI DELL' ISIS

 

NUOVI SCENARI

Oggi che i soldi, l’approvvigionamento di risorse e la loro distribuzione all’interno dell’area gestita dalla organizzazione terroristica, non rappresentano più un problema, si è pensato probabilmente di agire secondo questa nuova linea di principio. In questa ottica, varrà la pena ribadirlo, sarà bene porre la massima attenzione nei confronti delle modalità con le quali ci si approccia alla presenza in territorio ostile, di espatriati impegnati in attività di vario genere, dal comparto della cooperazione a quello dei media, dell’estrazione alla realizzazione di infrastrutture.

 

Un cooperante, un giornalista, un ingegnere od un tecnico occidentali, possono davvero valere il loro peso in oro, vista la nostra incapacità di impedire che finiscano sul web, vestiti di arancione, filmati nei loro ultimi secondi di esistenza, in ginocchio, esattamente come la nostra capacità di difenderci.

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