PRIMAVERA ARABA, INVERNO ISRAELIANO - DOPO L’ATTACCO ALL’AMBASCIATA DEL CAIRO, GERUSALEMME è ASSEDIATA - COME LA TURCHIA, L’EGITTO SENZA MUBARAK È DIVENTATO OSTILE, E NEL BORDELLO DELLE RIVOLUZIONI GLI STATI UNITI NON RIESCONO PIÙ A CONDIZIONARE LE SORTI DEL MEDIO ORIENTE - ALL’ONU SARÀ BATTAGLIA PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PALESTINA…

Maurizio Molinari per "la Stampa"

Anziché primavera araba questa stagione dovrebbe essere chiamata inverno arabo». Aaron David Miller è stato consigliere sul Medio Oriente di sei segretari di Stato, inclusi Madeleine Albright e Condoleezza Rice, e nella veste di analista del Woodrow Wilson Center legge l'assalto all'ambasciata israeliana al Cairo come la conferma che «questa non è una primavera».

Perché in Egitto monta l'avversione contro Israele?
«I motivi sono due. Da un lato le forze armate hanno difficoltà a mantenere l'ordine nelle strade perché soldati e poliziotti non si sentono garantiti da un potere politico che è molto debole. Dall'altro è in atto una profonda trasformazione del rapporto con Israele. Se finora il Trattato di pace siglato a Camp David era stato nelle mani del regime, prima con Anwar Sadat e poi con Hosni Mubarak, ora passa nelle mani della popolazione, dove i sentimenti anti-israeliani sono molto forti».

Significa che il Trattato di Camp David è condannato a diventare carta straccia?
«Non necessariamente, ma gli spazi di manovra in Egitto per la pace, per Israele e anche per gli Stati Uniti tendono a restringersi. È uno dei motivi per i quali sono convinto che l'attuale situazione assomiglia più a un inverno arabo che a una primavera».

Perché parla di inverno arabo?
«Non c'è dubbio che per i popoli arabi quanto è avvenuto e sta avvenendo, dalla Tunisia all'Egitto fino alla Siria, è nel complesso positivo. Dal loro punto di vista si tratta di una primavera. Ma da quello degli Stati Uniti, e dell'Occidente in genere, è piuttosto un inverno, perché la caduta di regimi autocrati acquiescenti, dall'Egitto alla Tunisia, come di regimi autocrati avversari, dall'Iraq alla Libia, sta ridisegnando la mappa del Medio Oriente, rendendo molto più difficile per Washington difendere i propri interessi».

Da che cosa derivano tali difficoltà?
«Dall'emergere di situazioni segnate da incertezza in più nazioni, che aprono più fronti di crisi con interlocutori nuovi, o addirittura inesistenti, in maniera tale da rendere molto più complesso e costoso ogni passo degli Stati Uniti».

A cominciare dalla tutela della sicurezza di Israele?
«Esatto. Difendere Israele è sempre stato un compito molto difficile per gli Stati Uniti e ora lo diventerà ancor più. Ce ne accorgeremo da quanto avverrà nelle prossime due settimane a New York, dove sta per iniziare alle Nazioni Unite la battaglia per il riconoscimento dello Stato palestinese».

È questo scenario che spinge la Turchia di Erdogan a essere più aggressiva nei confronti di Israele?
«Credo di sì. I governanti di Ankara si sono accorti che gli Stati Uniti sono in seria difficoltà, che il Medio Oriente è in rapida trasformazione verso qualcosa di ignoto e che al momento non esistono leader o Paesi arabi sufficientemente forti da poter ambire a ruoli di guida regionale. È uno spazio vuoto nel quale Ankara punta a inserirsi, cavalcando i sentimenti di ostilità nei confronti di Israele, molto diffusi nel mondo arabo».

Tutto ciò sembra destinato a rafforzare i timori di Israele nei confronti dei cambiamenti politici in atto in Medio Oriente. Quali opzioni ha il governo Netanyahu?
«Non molte. Credo che Netanyahu reagirà all'indebolimento strategico di Israele, dovuto all'indebolimento dei rapporti con Egitto e Turchia, tenendo ben attaccate a sé le chiavi della risoluzione del conflitto israelo-palestinese e contando ancor più sul sostegno degli Stati Uniti per la difesa nazionale».

 

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