merkel renzi

RENDI A NOI IL NOSTRO DEBITO - L’ITALIA E’ ANCORA IN RECESSIONE, IL DEBITO PUBBLICO CONTINUA A SALIRE (133,8% SUL PIL NEL 2015) E OGNI ANNO COSTA ALL’ITALIA INTERESSI PER 80 MLD DI EURO - IRLANDA E GRECIA, FATTE LE RIFORME, ORA HANNO IL PIL IN RIALZO

1 - ALLARME DELL’EUROPA: IL DEBITO È TROPPO ALTO

Luigi Offeddu per “il Corriere della Sera

 

renzi all assemblea degli industriali a bresciarenzi all assemblea degli industriali a brescia

La ripresa economica non sta avvenendo con la rapidità e con la forza che ci attendevamo a primavera». Dunque ancora «crescita debole» ovunque, nel 2014 (+1,3 nell’Ue, +0,8% nella zona euro) con lenta ripresa solo a partire dal 2015, quando gran parte dell’Unione Europea tornerà a crescere più dell’1%. «Crescita deludente» anche per la Germania: la Commissione stima un calo dall’1,3% di quest’anno all’1,1% nel prossimo.

 

Nelle previsioni economiche d’autunno due commissari Ue, Jyrki Katainen e Pierre Moscovici, fra i più importanti perché si occupano di crescita e di affari economici, certificano l’annaspare dell’eurozona: «I suoi risultati sono i peggiori dell’Ue, come di altre regioni extra-Ue».

 

jean claude junckerjean claude juncker

E al centro dell’eurozona, sta l’Italia: crescita del Pil ancora negativa, a quota -0,4% nel 2014, con leggera risalita al +0,6% nel 2015 e al +l,1% nel 2016; debito pubblico che continua a salire in rapporto al Prodotto interno lordo (132,2% nel 2014, «picco» mai prima raggiunto del 133,8% nel 2015, tuttora il debito più grande in Europa dopo quello della Grecia); tasso di disoccupazione a livelli «storicamente alti» (inchiodati sul 12,6% sia nel 2014 che nel 2015, annunciati in discesa al 12,4% solo nel 2016); una disoccupazione che viene dipinta drammaticamente da Bruxelles «con possibili effetti di isteresi»: cioè di accumulo «ereditario», dalle crisi precedenti, quasi fuori controllo.

 

matteo renzi pier carlo padoanmatteo renzi pier carlo padoan

E infine deficit pubblico che giunge a toccare il fatidico 3% del Pil nel 2014, per poi planare verso il 2,7% nel 2015, e verso il 2,2 nel 2016. L’inflazione resta bassa, troppo bassa. C’è anche una constatazione di nicchia, che però la dice lunga sull’andamento della barca italiana: nel 2013 vi è stata una «crescita marginale» di alcune entrate, dovuta solo «all’Iva e alle tasse sulla proprietà che compensano un calo nelle tasse sull’impresa».

 

In definitiva la Commissione ritiene che l’Italia potrà correre nuovi rischi se ritarderà ancora la ripresa della domanda esterna; ma dice anche che «le sue prospettive di crescita potrebbero trarre beneficio da un effettivo compimento del processo delle riforme».

 

La campionessa della crescita nel 2015, forte di un Pil che sale del 3,6%, dovrebbe essere l’Irlanda che 4 anni fa era in bancarotta. Un altro cavallo ben piazzato, con Pil a quota +2,9% dovrebbe essere la Grecia, un tempo fanalino di coda. La Francia riottosa deve rassegnarsi a «una crescita molto lenta» (+0,7% nel 2015). C’è infine una sorpresa: nel 2014 la Finlandia, già alfiere della crescita europea, vede il suo Pil calare dello 0,4%, né più né meno come l’Italia.

 

2. IL CIRCOLO (VIZIOSO) DEGLI INTERESSI: UN MACIGNO DA 80 MLD DI EURO

Sergio Bocconi per “il Corriere della Sera

 

DEBITO PUBBLICO 
DEBITO PUBBLICO

Peccato originale, Moloch, Dna. In qualsiasi modo lo si voglia definire il debito pubblico italiano nasce e cresce con il Paese: quando il ministro delle Finanze Pietro Bastogi parla alla Camera il 29 aprile 1861 dice parole che oggi potrebbero essere definite di «stringente attualità»: «Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa deve cominciare a rispettare i debiti contratti...». Inizia così la lunga marcia del debito pubblico italiano che Quintino Sella riporta in sostanziale pareggio nel 1876.

 

Cent’anni dopo siamo ancora «virtuosi»: nel 1975 il debito ha già fatto un primo balzo ma è ancora pari al 56% del Pil. A pagare in parte le «spese» è chi incassa interessi reali negativi di sette punti. Ed è il caso di sottolineare il costo del debito perché in futuro, cioè in questi ultimi dieci anni, sarà invece questo un autentico macigno per l’Italia, soprattutto in presenza di una crescita del Pil nominale pari a zero e negativa in termini reali.

 

Circa 80 miliardi di media l’anno che contribuiscono a depotenziare qualsiasi politica economica. Sono interessanti a questo proposito le analisi condotte da esperti come Roberto Artoni (che ha scritto «Il debito pubblico in Italia dall’unità ad oggi») professore ordinario di Scienza delle finanze alla Bocconi. Perché è nell’equilibrio fragile fra le varie componenti macroeconomiche che si viene formando il disequilibrio che farà esplodere il debito pubblico italiano.

 

JIRKY 
KATAINEN 
JIRKY KATAINEN

Nel 1970 la situazione della finanza pubblica è «normale»: la spesa è pari al 33% del Pil e il debito al 37,1%. Seguono dieci anni di governi Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, Cossiga, Forlani, nei quali «turbolenze» sociali, rallentamento dell’economia, costituzione di un welfare in parte «elettorale» e alta inflazione conducono un primo ribaltamento della situazione. Nel 1980 la spesa è così aumentata di otto punti al 40,8% del Pil mentre le entrate, cioè il gettito fiscale, cresce della metà. Il debito è 56,1%, il peso degli interessi passa dall’1,3 al 4,4% ma con i prezzi che aumentano al 21,1% l’anno i tassi reali sono negativi del 5,8%.

 

Iniziano gli anni del craxismo e la spesa si impenna ulteriormente portandosi nel 1985 al 50% del Pil. Sono però anche anni caratterizzati da un’inversione di tendenza nelle politiche monetarie internazionali che si inaspriscono a partire dall’America reaganiana. Nell’85 in Italia, (nonostante il buon andamento dell’economia) il debito sul Pil «vola» all’80,5% ed è importante osservare che se il totale della spesa pubblica cresce di cinque punti, gli interessi raddoppiano all’8,4% del Pil con tassi reali che adesso favoriscono i sottoscrittori dei titoli di Stato perché sono positivi e pari al 4,5%. Il macigno pesa.

Pierre Moscovici and Marie Charline Pacquot article A CAFA DC x Pierre Moscovici and Marie Charline Pacquot article A CAFA DC x

 

Il trend prosegue negli anni successivi e il debito che nel ‘90 è al 94% nel 1992 supera la soglia del 100%: siamo al 105%. Cambiano i governi, da Andreotti ad Amato e Ciampi, scatta l’adesione al trattato di Maastricht (che entra in vigore nel novembre del ‘93) e cadono anche i tassi e il loro peso relativo su spesa e Pil. Nel ‘92-93 cominciano anche le privatizzazioni che vedono Romano Prodi prima alla guida dell’Iri e poi nel ‘96 all’esecutivo.

 

Le cessioni di banche e aziende di Stato con lo smatellamento delle partecipazioni statali «fruttano» complessivamente 127-130 miliardi. Grazie dunque al combinato disposto di aumento delle entrate, riduzione delle spese, ritorno all’avanzo primario e un forte calo del peso degli interessi (che passano dal 10,1% nel ‘95 al 3,2% nel Duemila) il rapporto fra debito e Prodotto interno lordo scende dal 121% del ‘94 al 108 del 2001. Per toccare il «minimo» nel 2007 al 103,3% quando al governo c’è di nuovo Prodi.

 

Ebbene: come e perché in meno di dieci anni si torna al 134%? L’avanzo primario è pari in media al 2%, la spesa, al netto delle cessioni pubbliche, resta intorno al 50% del Pil e anche le entrate non registrano rilevanti variazioni. Ma mentre il Pil cresce zero in termini nominali e ha segno meno in termini reali, gli interessi rappresentano in media sempre il 5% circa del Pil. Il debito, nonostante i tassi bassi e lo spread relativamente contenuto, costa. Tanto.

 

 

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