SOF-FITTA DI DOLORE - L’ENNESIMO PROBLEMA PER IL BANANA VIENE FUORI DALLA POLVEROSA SOFFITTA DELL’EMINENZA GRIGIA DELLA DC MILANESE EZIO CARTOTTO - “BERLUSCONI HA OTTENUTO I PRIMI CAPITALI GRAZIE ALLA P2 E AD ANDREOTTI. ED ERANO CAPITALI MALEODORANTI” - “HO DEI DOCUMENTI, CHE HO CONSEGNATO ALLA PROCURA DI FIRENZE, SU UN AUMENTO DI CAPITALE PER MILANO 2. ERA IL ’73. BERLUSCONI FIGURAVA COME DIPENDENTE EDILNORD, UNA SOCIETÀ CONTROLLATA DA FINANZIARIE SVIZZERE”…

Lancio stampa "L'Espresso" in edicola domani
Di Paolo Biondani, Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato

Un baule di documenti ingialliti dal tempo, conservati da un'eminenza grigia della Dc milanese, Ezio Cartotto. Atti che potrebbero fare luce sui misteriosi canali che permisero a Silvio Berlusconi di finanziare la costruzione di Milano 2 e cominciare la sua scalata al potere. E che ora sono stati consegnati ai magistrati di Firenze. "L'Espresso" nel numero in edicola domani ricostruisce questo sviluppo imprevisto nelle inchieste sul Cavaliere. Al centro c'è Cartotto, 69 anni compiuti da poco, un pensionato della politica che vanta una memoria di ferro. Negli anni Novanta è stato il consulente arruolato da Marcello Dell'Utri per creare Forza Italia, ma ora si scopre che i rapporti con sono molto più antichi.

Nel 1972 Cartotto, allora responsabile enti locali della Dc milanese e fedelissimo di Giovanni Marcora, aiuta Berlusconi a superare gli ostacoli posti dalle nuove legge urbanistiche. E racconta a "L'Espresso": «Con la nascita delle Regioni, in Lombardia cambiavano tutte le regole edilizie. Berlusconi venne a trovarmi perché temeva il fallimento: l'Edilnord rischiava di non poter più costruire. Il problema fu risolto dai tre direttori del Pim: oltre al nostro della Dc, gli presentai l'architetto Silvano Larini per il Psi, mentre per il Pci c'era Epifanio Li Calzi». Due nomi destinati a entrare nella storia di Tangentopoli.

Da allora e fino alla nascita di Forza Italia, Cartotto stringe un rapporto sempre più stretto con il costruttore emergente. Raccoglie sfoghi e confidenze. Ed è proprio incrociando le fonti più riservate con le indiscrezioni carpite al Cavaliere, che Cartotto sostiene di aver capito come fu finanziata la sua ascesa: «Ha ottenuto i primi capitali grazie alla P2 e ad Andreotti. Ed erano capitali maleodoranti».

Già nel '96 aveva raccontato ai magistrati le rivelazioni che gli avrebbe fatto Filippo Alberto Rapisarda: presunti pacchi di soldi «spediti da Palermo negli anni '70 e divisi con Dell'Utri» proprio da quel chiacchierato finanziere siciliano, destinato nel '94 a ospitare il primo club di Forza Italia a Milano. Parole rimaste senza riscontri e cadute nel vuoto. Ora Cartotto sostiene di avere documenti inediti. E propone un racconto che parte dalla Banca Rasini, dove lavorava il padre di Berlusconi, passa per la loggia di Licio Gelli e arriva all'allora vertice del Monte dei Paschi di Siena, facendo tappa tra la Svizzera e un istituto di credito italo-israeliano.

«La banca fondata dai nobili Rasini fu acquistata nei primi anni '70, tra lo stupore generale, da un certo Giuseppe Azzaretto, un affarista di Misilmeri, periferia di Palermo. Un commercialista milanese di altissimo livello, G. R., amico di Marcora e molto addentro alla Rasini, mi disse subito che quell'istituto mono-sportello era "la chiave per il passaggio di capitali maleodoranti"». E spiega: «Ufficialmente la Rasini era di Azzaretto padre e di suo figlio Dario, ma in realtà era controllata da Andreotti. Era la sua banca personale. C'è un riscontro che nessuno sa: Andreotti andava in vacanza tutti gli anni nella villa degli Azzaretto in Costa Azzurra. Di questo ho la certezza. Per verificare le mie fonti, ho fatto in modo che Sergio, l'altro figlio di Azzaretto, incontrasse a Roma il nipote di Andreotti, Luca Danese. Si sono visti davanti a me. Baci e abbracci. Si dicevano: "Ti ricordi quando giocavamo insieme...".

Detto questo, basta ragionare: la Cassazione, con la sentenza di prescrizione, ha stabilito che fino al 1980 Andreotti è stato il referente politico dei più ricchi boss di Cosa nostra. E a quel punto chi ha comprato, o si è intestato, la Rasini? Nino Rovelli, l'industriale legatissimo ad Andreotti, ma anche all'avvocato Cesare Previti. Come vedete, tutto torna».

Tra ricordi, confidenze, deduzioni e convinzioni personali, Cartotto parla anche di carte segrete che proverebbero fatti certi. E qui spunta il baule di documenti che, non a caso, gli sono stati richiesti dai magistrati di Firenze. «Riguardano un aumento di capitale per Milano 2, che avevo seguito personalmente. Era il 1973. Allora Berlusconi figurava come dipendente dell'Edilnord, che era una società di persone controllata da finanziarie svizzere intestate a una domestica o a un fiduciario». E lei per tutti questi anni ha tenuto i documenti in un baule? «Sì, in una soffitta». E perché? «Per poter dimostrare che Berlusconi ha raccontato bugie fin dall'inizio».

E conclude ricostruendo la rottura recentissima dei suoi rapporti con il Cavaliere: «Al processo di Palermo avevo l'obbligo di dire la verità, quindi rivelai ai giudici che Dell'Utri, negli anni '70, mi aveva chiesto voti per Vito Ciancimino. Dell'Utri si arrabbiò e si lamentò con Berlusconi. E io feci l'errore di rispondere al Cavaliere che solo Dell'Utri poteva affidare Forza Italia a Milano a uno come Rapisarda».

 

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