cesare battisti arrestato

TUTTO, MA PROPRIO TUTTO, SULLA CATTURA DI BATTISTI E GLI ULTIMI MOMENTI DA UOMO LIBERO (E UBRIACO): ''L'ALITO GLI SA DI BIRRA. QUANDO VIENE FERMATO DAL POLIZIOTTO BOLIVIANO, ERA CONVINTO FOSSE UN BANALE CONTROLLO. IN TASCA HA L'EQUIVALENTE DI TRE EURO. IN CASERMA FARFUGLIA FRASI IN SPAGNOLO E PORTOGHESE E FA UNA SOLA RICHIESTA: 'VORREI DORMIRE, AVETE UNA COPERTA?'. A QUEL PUNTO…'' - COME È STATO FREGATO, AGGANCIANDOSI AL WI-FI DI UN AEROPORTO E CHIAMANDO LA FIGLIA

1. L’ARRESTO IN BOLIVIA DI CESARE BATTISTI, L’ULTIMA BIRRA POI LE LACRIME: «STAVOLTA È FINITA»

Estratto dall'articolo di Andrea Galli per il ''Corriere della Sera''

 

Battisti Cesare

L’ alito gli sa di birra. Ne ha bevuta parecchia anche oggi. Beve solo quella, marca Huari. Quando il poliziotto boliviano gli punta in faccia la pistola, gli urla di congiungere le mani dietro la nuca e di poggiare le ginocchia sull’asfalto,

Cesare Battisti — atterrato all’aeroporto di Ciampino alle 11 e 30 — si abbassa lentamente, quasi nella paura di perdere l’equilibrio.

 

Un fermo immagine dal video prima della cattura di Cesare Battisti

Quel poliziotto boliviano è sceso dalla macchina lanciando in aria la sigaretta appena accesa, ha attraversato di corsa la strada, estratto l’arma e urlato «Cesare fermati!». Lui, il terrorista, ha obbedito. Nella convinzione che fosse un banale controllo. Uno dei tanti controlli muscolari che fanno da quelle parti. Invece è stata la sua fine. Quella che segue, è la ricostruzione della cattura , raccontata al Corriere grazie a fonti dell’ intelligence italiana e straniera. Le 17 di sabato scorso, le 22 in Italia. Santa Cruz de la Sierra. Una città popolosa, cosmopolita e di narcotrafficanti. Tre caratteristiche decisive nella scelta logistica del latitante.

 

ARRESTO DI CESARE BATTISTI IN BOLIVIA

Gli spiccioli e la coperta

In una tasca dei pantaloni, di cotone e di colore blu come la maglietta, Battisti ha l’equivalente in monete locali di tre euro. Dopo giorni di pioggia, è un sabato caldo e umido, ma il terrorista non ha tracce di sudore in fronte, sul viso coperto dalla barba e sui vestiti. Cammina da poco. È appena uscito dall’ultima tana, a cento metri dal monumento del Chiriguano, nel secondo anello urbano di Santa Cruz de la Sierra, non lontano dal centro e dalla bassa caserma della polizia, dove Battisti, accompagnato velocemente, si siede davanti a un tavolo di legno, farfuglia frasi in spagnolo e infine avanza un’unica richiesta: «Vorrei dormire, avete una coperta»?.

 

Portato in caserma

Lo faranno stendere sul divano della sala comune della caserma, quella che serve agli agenti per pranzare, guardare le partite di calcio e caricare i telefonini alle prese al muro. Battisti si coricherà su un fianco. Riposerà tranquillo. Ancora sicuro che ce la farà anche stavolta; che lo salveranno i soldi, i tanti soldi pagati ai criminali per garantirgli una rete di covi, e che lo hanno terribilmente indebitato; ancora sicuro che la caccia si perderà nei sistemi di potere sudamericani che mischiano corruzione, trattative tra Stato e anti-Stato, commando che eliminano gli avversari con le bombe. Si sbaglia. Gli stanno dietro da Natale. Ormai gli sono addosso.

 

 

(…)

 

cesare battisti

La scelta di non comprare un documento falso è legata alla certezza che non l’avrebbero mai scoperto. A maggior ragione a Santa Cruz de la Sierra, una città di varie nazionalità dove un non boliviano non si nota né desta sorpresa fra i vicini di casa. Oltre alla birra, Battisti viveva di pizza, consumata sui tavolini all’aperto dei ristoranti. Non a caso, una delle decisive chiavi della ricerca investigativa s’è concentrata sulle pizzerie. E ugualmente, gli sbirri le hanno battute tutte, hanno osservato i clienti, interrogato il personale, invitato i titolari a staccare dalla cassa il tempo necessario per smuovere i ricordi. Ha visto questa faccia? Quanto tempo fa? Con chi era quell’uomo? C’era il timore, realistico, che il terrorista avesse delle guardie armate oppure che avesse finanziato una contro-caccia, per stanare gli inseguitori e tendere trappole letali. Ma era solo. E solo Cesare Battisti è rimasto. Nessuno s’è mosso per tirarlo fuori dalla caserma. L’ha capito, il terrorista. E per due volte l’hanno visto singhiozzare.

 

 

 

cesare battisti 4

2. IL WI-FI, LE CHIAMATE ALLA FIGLIA E QUELLE DUE VECCHIE LENZE DEL DIPARTIMENTO DI PUBBLICA SICUREZZA…

Estratto dall'articolo di Carlo Bonini per ''la Repubblica''

 

Battisti commette l'ultimo errore. Quello che lo localizzerà. Seduto nella sala di attesa del piccolo aeroporto di Sinop, stato del Mato Grosso, Brasile, aggancia con il suo telefono la rete Wifi. Si sta imbarcando su un volo per La Paz, Bolivia, e non immagina che gli uomini arrivati a Brasilia in quelle ore da Roma - funzionari della nostra Antiterrorismo, dell'Interpol, della Digos di Milano, della nostra Intelligence all'estero, l'Aise - per fare ciò che la Polizia brasiliana non è stata in grado di fare, hanno in valigia la chiave che rende inutile il traffico di schede brasiliane e boliviane con cui è convinto di rendersi invisibile. L'Imei, il codice numerico univoco, che rende il cellulare che Battisti ha in tasca come le molliche di Pollicino. Localizzabile ovunque. Quali che siano le schede che di volta in volta utilizza.

 

(…)

 

cesare battisti 3

Battisti non sa o forse sottovaluta che ad occuparsi di lui siano due vecchie lenze, del Dipartimento di Pubblica sicurezza. Due sbirri invecchiati come lui dietro a tipi come lui. Lamberto Giannini, capo dell'Antiterrorismo, e Nicolò D'Angelo, vicecapo della Polizia e direttore centrale della Polizia criminale e dei Servizi di cooperazione internazionale della Polizia. Il primo ha conosciuto l'ultima stagione delle Brigate Rosse. Il secondo ha imparato a cercare i latitanti con la Banda della Magliana.

 

Ebbene, a Cesare Battisti, ai suoi contatti in Italia (tra questi una figlia), quelli che in questi anni ha continuato a cercare o comunque ad attivare ogni volta che la sua vicenda personale ha infilato delle strettoie, l'imbuto viene messo già tra settembre e ottobre del 2018 quando la nostra Polizia si convince che il nuovo quadro politico brasiliano consigli una nuova latitanza. Battisti contatta con sempre maggiore frequenza quelle utenze italiane e quelle utenze italiane contattano con altrettanta frequenza numeri e indirizzi che ragionevolmente devono preparare l'addio al Brasile.

 

CESARE BATTISTI A RIO DE JANEIRO

Del resto, quanto questo sia vero, ha un riscontro. Subito dopo il voto di ballottaggio che il 28 ottobre 2018 consegna a Bolsonaro la Presidenza, Battisti dispone con una serie di procure amministrative che la moglie sposata in Brasile, Priscilla Luana Pereira, possa avere accesso ai suoi conti correnti e comunque a tutto ciò che possa rendere autonomi lei e il figlio ancora minorenne che da lei ha avuto. E se non è un annuncio di latitanza, poco ci manca.

 

 

3. ATELEFONINI SPIATI E CONTATTI SUI SOCIAL LA TRAPPOLA DEGLI 007 ITALIANI

Francesco Grignetti e Emiliano Guanella per “la Stampa

CESARE BATTISTI

 

Tra l' alfa e l' omega della saga di Cesare Battisti, dall' evasione nel 1981 dal carcere di Frosinone, all' ultimo arresto, in Bolivia, nella città di Santa Cruz de La Sierra, sono trascorsi 38 anni.

Da una parte, un uomo in fuga che ha scelto la cifra della strafottenza e dell' irrisione verso tutti.

 

CESARE BATTISTI CHE BRINDA PRIMA DI TORNARE A SAN PAOLO 2

Le vittime come i magistrati, e che l' ha visto vincente troppe volte. Dall' altra, generazioni di investigatori che si sono avvicendati in una caccia che sembrava non avere mai fine, ma che tenacemente ogni volta ricominciava daccapo. E se una cosa è chiara, a questo punto, è che gli uomini e le donne dello Stato non hanno mai mollato la presa. Agenti dell' Aise, i nostri servizi segreti, lo hanno tenuto d' occhio anche quando l' attenzione mediatica e politica sembrava svanita. E l' Antiterrorismo italiano non ha mai cessato di aggiornare il suo dossier, dimodoché, al momento opportuno, «quando si sono verificate le opportune convergenze politiche», è scattata la trappola.

cesare battisti

 

Da tre anni Battisti ha scelto come suo «buen retiro» brasiliano la tranquilla cittadina di Cananeia, tre ore di macchina da San Paolo, ultimo lembo di terra prima di una grande riserva naturale con centinaia di isolette a ridosso dell' Oceano Atlantico. Ci arriva per caso, perché lì ha la sua casa di vacanze Magno de Carvalho, sindacalista di sinistra, uno degli organizzatori delle rete di appoggio che sconfina tra ambienti della sinistra e universitari.

 

«Cesare» come lo chiamano tutti in Paese gioca il ruolo del perseguitato che vuole solo vivere tranquillo, molti gli credono, lui nel frattempo esce in barca a pescare e, probabilmente, studia dalla terra al mare le possibili via di fuga nel caso in cui le cose si mettano male.

 

cesare battisti 5

La fortuna lo abbandona La ruota inizia a girare storto per lui a metà del 2015, con la destituzione di Dilma Rousseff, l' erede politica di Lula da Silva, che lo salvò dall' estradizione a fine 2010. La sinistra brasiliana viene travolta dagli scandali, Lula finisce in carcere, la polizia federale arresta mezzo partito.

 

 L' Italia, allora, si rimette in gioco e convince il presidente Michel Temer a cambiare la posizione sull' estradizione. L' avvocato di Battisti imposta tutta la strategia difensiva sulla «ragion di Stato»; «un Paese che non rispetti - dice -non può cambiare idea su un' estradizione quando cambia il governo».

 

Era il giugno scorso, ben lontano dal fenomeno Bolsonaro, quando un vicecapo della nostra polizia si è appartato con il capo della polizia brasiliana a margine di un vertice internazionale a Lione, nella sede dell' Interpol. Per l' ennesima volta, il nostro poliziotto ha fatto presente al collega quanto fosse importante per l' Italia quell' uomo. E non erano mancate le garanzie di cooperazione.

 

Il 28 ottobre Jair Bolsonaro vince le elezioni e si impegna a rispettare la promessa fatta al vicepremier italiano Salvini di ridare Battisti all' Italia. «La Stampa» si presenta due giorni dopo a casa dell' ex terrorista a Cananeia, ma non trova nessuno. I suoi conoscenti dicono che la notte delle elezioni era molto arrabbiato, che aveva capito di avere le ore contate.

Cesare Battisti catturato in Bolivia cb96951ae4

Il pericolo di fuga è evidente e sorprende che, almeno apparentemente, nessuno lo stia sorvegliando. Battisti si fa vivo e dice che si era solo assentato da Cananeia per una visita medica, ma da noi si mette in moto la macchina.

 

Da quel momento Battisti diventa un «sorvegliato speciale», sul terreno da parte dell' Aise, e a distanza da parte della polizia. La Digos di Milano, in particolare, ricostruisce una rete di amici e complici.

 

Sarebbero una trentina di vecchi compagni, tra brasiliani, francesi e italiani, che pensano di avere creato uno schermo di protezione. Lui, Battisti, usa telefonini intestati ad alcuni di questi che si prestano ad aiutarlo. E accede regolarmente ai social attraverso questi telefonini che considera sicuri. Grave errore. La geolocalizzazione permette di seguirne gli spostamenti.

 

La rete di protezione All' ultimo, gli investigatori italiani tengono sotto controllo una quindicina tra pc, tablet e telefoni: ci sono i familiari stretti di Battisti, alcuni amici brasiliani e persone del suo entourage, compresi alcuni italiani. Con loro, pur tra mille precauzioni, l' ex terrorista mantiene i contatti anche in questi giorni di latitanza boliviana. Nessuna conversazione, però. Soltanto messaggi attraverso i social.

l'insediamento di jair bolsonaro 1

 

«C' è stata una rete di protezione che lo ha aiutato e sulla quale stiamo facendo accertamenti - ammette il direttore dell' Antiterrorismo, Lamberto Giannini -. Essere latitanti implica una serie di spostamenti e contatti, il monitoraggio e la nostra presenza sul territorio ci ha consentito di rintracciarlo e di stargli addosso».

 

Proprio quei contatti - di cui Battisti si fidava - si sono rivelati fondamentali per gli investigatori quando la fuga di Battisti a metà dicembre è diventata ufficiale con l' ordine di arresto firmato dal giudice del Supremo tribunale federale, Luis Fux. La polizia federale si presenta a Cananeia e non lo trova, vengono perquisite diverse abitazioni a San Paolo e di lui non c' è traccia.

 

La sua ex compagna, nel frattempo, rivela in un' intervista ad un quotidiano locale che Battisti aveva cercato rifugio nelle ambasciate di Paesi considerati «amici» come il Nicaragua, Cuba e il Venezuela, ma che tale richiesta non era stata accolta. In realtà l' ex terrorista del Pac era già scappato «tra la metà e la fine di novembre», spiegano le fonti che hanno seguito gli ultimi passi dell' indagine. Le date erano state in qualche modo confermate prima di Natale dall' avvocato Igor Tamasauskas: lo aveva sentito l' ultima volta «verso la fine di novembre o forse i primi di dicembre».

LULA

 

Ecco, in realtà, ai primi di dicembre, la polizia italiana lo aveva già rintracciato mentre si preparava a varcare la frontiera con la Bolivia. Per un pelo, la polizia brasiliana aveva fallito il fermo nella piccola cittadina di Corumbà, nel Mato Grosso do Sul dove era già stato fermato due anni fa, a prenderlo era stata una macchina direttamente dalla Bolivia, segno che la «rete» di protezione era estesa anche in quel Paese.

 

I pedinamenti È in quell' occasione che vengono coinvolte le autorità boliviane alle quali quelle italiane girano le utenze telefoniche e le indicazioni necessarie per non perderlo mai di vista.

 

Da qui vengono organizzati pedinamenti per tenerlo costantemente sotto controllo.

Fino all' epilogo, sabato pomeriggio nel centro torrido di Santa Cruz.

Sorprende che Battisti non avesse fatto molto per camuffarsi, a parte il folto pizzetto e gli occhiali da sole e che stesse circolando con il suo documento brasiliano. Triste e solitario, come nelle pagine di Osvaldo Soriano; vagando per una città che non conosceva bene, con forte odore d' alcol, le ore ormai contate. Un epilogo che non si sarebbe mai sognato di raccontare nei suoi noir da romanziere in fuga.

 

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