TWITTER, LIBERTÀ DI PAROLA EQUIVALE A OPPORTUNITÀ DI DELIRIO? - 56 GIORNI DI CARCERE ED ESPULSIONE DALL’UNIVERSITÀ PER IL 21ENNE INGLESE CHE SU TWITTER AVEVA GODUTO DELL’INFARTO DEL CALCIATORE DEL BOLTON MUAMBA - ORA LA TWITMANIA HA CONTAGIATO ANCHE I MEMBRI DELLA DIREZIONE DEL PD - BERSANI: “LA PROSSIMA VOLTA CHIEDERÒ AUTODISCIPLINA” - MA CASINI TWITTA PURE LE FOTO ANTICIPANDO LE AGENZIE E BEFFANDO I CRONISTI RESTATI IN STRADA

1- DELIRIO SU TWITTER CONTRO MUAMBA E IL RAZZISMO BATTE LA LIBERTÀ DI PAROLA...
Paolo Di Stefano per il "Corriere della Sera"

Uno studente gallese, Liam Stacey, 21 anni, alla notizia dell'arresto cardiaco che ha colpito il calciatore del Bolton Fabrice Muamba, ha pensato di inviare su Twitter il suo commento: «Ah ah, fanc... Muamba. È morto». Quando poi si è visto piovere addosso l'indignazione generale, ha rincarato la dose con una serie di offese razziste. Lo studente è stato identificato: il giudice di Swansea l'ha condannato a 56 giorni di carcere e l'Università in cui era iscritto l'ha sospeso. A sua discolpa, Stacey avrebbe addotto il suo stato di ubriachezza.

Al netto della dilagante euforia cameratesca di chi li frequenta, i social network hanno indubbiamente un vizio d'origine cui non è facile rimediare, poiché ogni rimedio rischierebbe di azzerare la loro stessa ragion d'essere. Il vizio è che i social network esistono perché ognuno possa scrivere quel che vuole, in piena libertà. Mentre nell'epoca pre-blog c'era un netto confine (spesso dettato dal pudore) tra il parlare e lo scrivere, oggi questo confine si è polverizzato.

Si scrive come se si parlasse tra amici, senza necessariamente pensarci su. L'espressione latina «scripta manent» segnalava questa frontiera. L'altra frontiera venuta meno è quella tra pubblico e privato: ciò che fino a qualche anno fa poteva essere tollerato tra quattro mura domestiche come l'intemperanza verbale di un ubriaco trovando al massimo due o tre orecchie disposte ad accoglierla, adesso ha un'udienza colossale e uno share potenzialmente illimitato. Il che non fa che solleticare le velleità narcisistiche del primo imbecille o mitomane.

La sentenza di Swansea è certamente esemplare, ma per uno Stacey punito, quanti milioni ne restano a piede libero, anzi a tastiera libera? Un'infinità. Basta farsi un giretto in rete. Si ha l'impressione, insomma, che si tratti di quello che i greci antichi chiamavano «adynaton», come svuotare il mare con un bicchiere. Più che aver realizzato l'età aurea della vera libertà di parola, resta il dubbio che i social network abbiano sancito l'opportunità di delirio a reti globalizzate. Ecco, l'ultima frontiera potrebbe essere quella che separa il ragionamento dal delirio.


2- I PD CHE TWITTANO: «STUPISCE IL CLAMORE APRIAMO LE PORTE» BERSANI: «DISCIPLINA»
Alessandro Trocino per il "Corriere della Sera"

C'è chi, come Michele Serra, considera Twitter un mezzo rozzo che consente solo ragionamenti «binari». E chi, come la tennista Serena Williams, ne è totalmente dipendente, tanto da essere stata sorpresa a spedire messaggini a raffica tra un game e l'altro di una semifinale di Wimbledon. Ora la twitmania ha contagiato anche i membri della direzione del Pd. Che - sulle orme dei pionieri Luca Sofri, Ivan Scalfarotto e Mario Adinolfi - hanno superato di slancio il veto preistorico delle «porte chiuse», anticipando le agenzie e beffando i cronisti restati in strada, con una diretta infarcita di commenti, non sempre benevoli.

Ai piani alti di Largo del Nazareno non l'hanno presa bene. Si parla di telefonate di rimprovero e rimbrotti. A far capire l'aria che tira ci ha pensato a «Otto e mezzo» Pier Luigi Bersani: «La prossima volta chiederò autodisciplina o saremo inondati da telecamere e allargheremo la sala».

Che la pratica della modernità non sia gradita a tutti lo rivela lo stesso Sofri, in un post di ieri: «Una delle ultime volte che twittavo, Beppe Fioroni si avvicinò tra il cortese e il minaccioso per chiedermi cosa facessi, visto che suo figlio lo aveva avvisato che stavo raccontando la riunione in rete. Mi sorvegliò per un po' e poi si stufò».

«Mi fa francamente sorridere tanto clamore - dice Marta Meo, twittatrice democratica veneziana, già sostenitrice della mozione Marino -. Forse sarebbe meglio aprire le porte a tutti ed evitare le interviste prima della direzione. I superbig che hanno parlato a lungo ieri avevano detto le stesse cose ai giornali». La Meo a un certo punto non si è tenuta e ha invocato un «bagno di realtà» per i partecipanti: «C'è un'astrattezza preoccupante».

Roberta Mori, avvocato e consigliere regionale, ha twittato a lungo: «Non ci vedo nulla di male, è una finestra aperta sul mondo. Basta non abusarne». Lei si è limitata a qualche «mumble» riferito a Ichino e Fioroni: «Mumble positivi. E comunque se abbiamo usato qualche espressione colorita il segretario ci perdonerà. L'autodisciplina mi piace, è democratica».

Chi non se ne preoccupa granché è Anna Paola Concia, che dall'alto dei suoi 12 mila follower si definisce «la regina di Twitter». La deputata ha riferito la battuta di un esponente del Pd a D'Alema: «A qualcuno piacciono i modelli tedeschi a me le modelle». Ma non ne ha fatto il nome. E ha spiegato di non capire l'accenno sul «Libro Cuore» di D'Alema: «Forse sono scema».

Ma non ritiene di aver rotto alcun veto: «C'è una contraddizione con le porte chiuse, ma non possiamo più pensare che le cose restino segrete. Anzi, meglio le direzioni a porte aperte». Sandro Gozi ha bacchettato i big: «Sembra Ballarò: questi non molleranno mai». E si dice entusiasta dei social network: «Si chiama trasparenza: ci aprono al mondo e stravolgono le gerarchie, squarciando il velo».


3- MUAMBA, IL MIRACOLO DEL CALCIATORE MORTO PER SETTANTOTTO MINUTI
Gaia Piccardi per il "Corriere della Sera"

«Ciao, Doc...» ha bisbigliato ieri dall' aldiquà il calciatore morto per settantotto minuti e risorto alla quindicesima scarica di defibrillatore, aggrappato all' esistenza come alla maglia del Bolton che sabato scorso, nel quarto di finale di Coppa d' Inghilterra contro il Tottenham a Londra, si era spaccato il cuore per onorare. Dove è andato in quei 78' , cosa ha visto e chi gli ha fatto questo meraviglioso traversone per la vita, Fabrice Muamba - centrocampista congolese cresciuto in Inghilterra, cinque gol nel curruculum, un arresto cardiaco a referto e 24 prodigiosi anni da compiere il prossimo 6 aprile -, se ne avrà voglia lo racconterà presto ai medici del London Chest Hospital, che per descrivere questa azione pericolosamente ai limiti del fuorigioco hanno una sola, bellissima e mai troppo inflazionata, parola: miracolo.

Muamba era stramazzato per terra, con la palla lontana, al 42' del primo tempo. 48 minuti per cercare di rianimarlo in campo, negli spogliatoi, sull' ambulanza lanciata a sirene spiegate. Altri 30 minuti di tentativi in ospedale. «Stavano lavorando su di lui mentre il suo cuore non batteva e dai suoi polmoni non esalava alcun respiro. Più a lungo dura la fase di rianimazione e meno possibilità ci sono di salvare il paziente. Settantotto interminabili minuti durante i quali, tecnicamente, Fabrice era morto» ha raccontato con le lacrime agli occhi Jonathan Tobin, medico sociale del Bolton, il primo a prestare soccorso a Muamba sull' erba di White Hart Lane mentre i compagni di squadra, uno ad uno, scoppiavano in pianto.

«Usare il termine miracolato? Direi proprio che non è esagerato...» conferma il dottor Andrew Deaner, cardiologo tifoso del Tottenham, che sabato era sugli spalti con panino e birretta prima di precipitarsi in campo da Muamba.

C' è un lieto fine, dietro la storia più straziante e dolce che il pianeta calcio abbia prodotto in quest' inverno di incidenti di percorso (Antonio Cassano del Milan operato al cuore, Eric Abidal del Barcellona in attesa di trapianto di fegato, il 27enne indiano Venkatesh stroncato ieri da un infarto durante un match del campionato regionale di Bangalore, India, Terzo mondo del pallone ma non per questo lutto di minore dignità), sostenuto dalla forza dei suoi 23 anni, seguendo nel buio con fiducia il lume brillante di un' anima per definizione immortale, Fabrice Muamba fa piccoli progressi tutti i giorni, riconosce i parenti, risponde alle domande più semplici (come ti chiami? «Fabrice»; come stai? «Ok»; sei un bravo calciatore? «Ci provo»), riceve gli abbracci degli amici, i baci della fidanzata Shauna, e accoglie con un sorriso i messaggi dei colleghi impegnati in tutti i campionati europei, che nel weekend gli hanno dedicato gol, striscioni e magliette votive.

Ha ricevuto Thierry Henry, volato da New York a Londra per una visita di pochi minuti, totem dell' Arsenal ed ex compagno: «Fabrice sta molto meglio. È incredibile, e semplicemente fantastico». La causa dell' arresto cardiaco rimane sconosciuta. Il cuore matto di Muamba era stato monitorato lo scorso agosto e, di nuovo, recentemente. È presto per dire se potrà tornare a giocare a calcio, «ma la sua vita a questo punto non è più in pericolo» conferma il dottor Deaner. Questa è la storia di Fabrice Muamba, il ragazzo che sabato indossò maglia, braghe e parastinchi per fare quattro passi in paradiso. E ritorno.

LA VICENDA
Fabrice Ndala Muamba, 23 anni, è un calciatore congolese naturalizzato inglese che gioca nel Bolton, squadra che disputa la Premier League (l' equivalente della nostra Serie A) L' infortunio Sabato scorso il centrocampista è crollato a terra durante la partita Tottenham - Bolton, quarto di finale della Fa Cup per un arresto cardiaco. Secondo i soccorritori è rimasto in questo stato per circa 78 minuti

 

 

VERTICE MONTI BERSANI ALFANO CASINI DAL TWITTER DI CASINI LIAM STACEY CHE HA GODUTO PER L INFARTO DI MUAMBA L INFARTO DI FABRICE MUAMBA L INFARTO DI FABRICE MUAMBA IL TWITTER DI LIAM STACEY SU MUAMBA IL TWITTER DI LIAM STACEY SU MUAMBA IL TWITTER DI LIAM STACEY SU MUAMBA BERSANI DA TWITTER IN BIRRERIA

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