1. DI AMORE NON SI MUORE, NEL TENNIS. MA CI SI STANCA. COSÌ FINISCI LA BENZINA E TI ACCORGI CHE VINCERE NON BASTA. L’INGUARDABILE MARION BARTOLI DA POCO HA VOLTATO LE SPALLE AL TITOLO VINTO UN MESE FA WIMBLEDON. NIENTE PIÙ TENNIS, PER LEI 2. LA RACCHIA CON LA RACCHETTA È SOLO L’ULTIMA DI UNA SERIE DI RAGAZZE INTERROTTE, DI GIOVANI FEMMINE CHE L’ONORE, LA GLORIA E IL CONTO IN BANCA LI HANNO PAGATI CARI 3. ANCHE FRA I MASCHI NON MANCANO I CAMPIONI ESALTATI E DEVASTATI INSIEME DAL RAPPORTO CON GENITORI-ALLENATORI OSSESSIVI, BRUTALI: VEDI L’AUTOBIOGRAFIA DI AGASSI 3. MARION BARTOLI SUSCITA CON IL SUO RITIRO ANCHE QUALCHE PERPLESSITÀ. OVVIAMENTE LEGATA AL DOPING. UN ANNO SENZA VINCERE QUASI MAI DUE TURNI DI FILA; POI UN WIMBLEDON DOMINATO, NEANCHE UN SET PERSO E CONDIZIONE FISICA PERFETTA; QUINDI, UN MESE DOPO, IL RITIRO. A VOLER ESSERE DIETROLOGI, C’È DI CHE INQUIETARSI

1. TENNIS, GENITORI OSSESSIVI E ALLENAMENTI BRUTALI: ULTIMA A CEDERE LA BARTOLI, MA COSA SUCCEDE NELLA LORO MENTE?
Stefano Semeraro per La stampa

Di amore non si muore, nel tennis. Ma ci si stanca. Così finisci la benzina e ti accorgi che quel sentimento che in campo è anche un punteggio - love - nella tua vita ormai vale meno di zero. Che vincere non basta. Marion Bartoli da poco ha voltato le spalle al titolo vinto un mese fa Wimbledon, è scesa dal ring di gesso bianco, solo in apparenza più gentile di quello della boxe. Niente più tennis, per lei.

«Il mio corpo e la mia mente non ce la facevano più». Non ha ancora 29 anni, è numero 7 del mondo, avrebbe potuto, se non altro, lucrare ancora buoni montepremi e ricchi ingaggi. Invece. «Per vincere a Wimbledon ho dovuto andare oltre i miei limiti». Una sorpresa, per chi il tennis lo vede dalle tribune o davanti alla tv. Non per chi lo vive negli spogliatoi, per chi ha visto per anni gli allenamenti di Marion, gli esercizi che le imponeva papà Walter.

«Scottsdale 2003, me lo ricordo perché allora giravo per il circuito», dice Daniel Panajotti, il coach argentino che ha portato Francesca Schiavone da n.40 a numero 11 del mondo, e che oggi si prepara a lanciare una nuova academy a Verona. «Mi riferirono di scene molto dure fra papà Bartoli e sua figlia prima di una partita.

Le palle mediche con cui costrinse a due ore di allenamenti sua figlia appena prima di una semifinale a Los Angeles invece le ho viste di persona. È sempre stato molto fiero dei suoi metodi, e ora che la figlia ha vinto Wimbledon può dire di aver avuto ragione. Ma a che prezzo?

A Marion è andata bene, un grande torneo lo ha portato a casa. Ma quante pagano cara la volontà dei genitori di vivere attraverso di loro successi che per loro erano impossibili? Io ai mie preparatori tecnici ho sempre detto: il vero risultato è quello che ottieni nella vita, dobbiamo allenare i ragazzi perché arrivino sani a 90 anni. Non tutti la pensano così».

Marion è solo l'ultima di una serie di ragazze interrotte, di giovani femmine che l'onore, la gloria e il conto in banca li hanno pagati cari, versando interessi che non è possibile calcolare. Anche fra i maschi non mancano i campioni esaltati e devastati insieme dal rapporto con genitori-allenatori esigenti, ossessivi, a volte (troppe volte) brutali: l'autobiografia di Andre Agassi è un documento splendido e terribile in materia. Le violenze di John Tomic (una testata in faccia all'allenatore del figlio Bernard) quest'anno hanno aggiornato il catalogo. Ma la casistica al femminile è molto più vasta, più inquietante.

Andrea Jager, la tedeschina dalle trecce lunghe che disse basta a 19 anni, stremata dalle ruvide attenzioni di papà Roland, muratore svizzero che l'aveva scambiata per una macchina da soldi. Era una bad girl, una McEnroe al femminile, poi la conversione: da vent'anni cura i bambini malati come suora laica. Mary Pierce fu costretta ad ingaggiare una guardia del corpo per tenere a distanza papà Jim(che finì accoltellato).

Martina Hingis è stata programmata per diventare se stessa da mamma Melanie, e il suo primo addio al tennis lo diede a 22 anni, Jelena Dokic è stata per anni tormentata dal numero 1 assoluto dei genitori orchi, Damir. Persino Maria Sharapova ha dovuto allontanare babbo Yuri che in tribuna andava col cappuccio da psicotico e le faceva segno di tagliare la gola alle avversarie. Kill, baby, kill.

Jennifer Capriati non si è mai ripresa da un'infanzia sotto pressione, dall'invadenza di papà Stefano, dopo i furterelli e i problemi con le droghe, la depressione e un tentativo di suicidio, è passata dall'altra parte della barricata: il 17 dicembre verrà processata per stalking e percosse a Palm Beach, per mesi ha tormentato il suo ex fidanzato Ivan Brannan, il giorno di San Valentino ha esagerato. Da vittima a persecutrice.

E poi Aravane Rezai, costretta a far bandire dal circuito il padre-padrone, Miriana Lucic e la sua brutta storia di abusi sessuali, altre ancora. Perché tocca sempre più alle ragazze? Papà Bartoli un giorno rispose a chi lo accusava di aver interferito troppo: «Ma lei a 12 anni manderebbe sua figlia in giro per il mondo in compagnia di un coach che nemmeno conosce?».

«La verità è che siamo condizionati da una cultura molto maschilista», continua Panajotti. «Anche papà Capriati ha messo una pressione enorme su Jennifer, e in maniera diversa oggi la Wozniacki soffre per la presenza pesante di suo padre. Io sono stato in Messico per dei tornei Itf e lì giravano da sole, senza coach, delle ragazzine dell'est. Bionde, belle, occhi azzurri: non è successo nulla.

I pericoli a 12 anni sono uguali per maschi e femmine, ma i genitori diventano iperprotettivi con le ragazze. Rischiando di soffocarle. Non ti fidi? Okay, accompagnala. Ma non rinunciare al coach. Fai il padre, o la madre, non l'allenatore. Mischiare i due ruoli è pericoloso. Credo che Francesca Schiavone sia invece stata molto fortunata ad avere genitori che l'hanno sostenuta, aiutata, ma senza mai voler essere protagonisti. Il risultato? A 33 anni è ancora lì, sana e arrazzatissima per il tennis. E uno Slam, il Roland Garros, lo ha vinto anche lei. Come la Bartoli». Con amore. Quello giusto.

2. IL RITIRO DEL BRUTTO ANATROCCOLO
di Andrea Scanzi per Il Fatto


Marion Bartoli si ritira, e per certi versi è il ritiro perfetto. Quello che agli sportivi non riesce quasi mai, troppo presi a diluire e procrastinare. Senza quindi mai imboccare il viale del tramonto giusto. Ci è riuscito Pelé e ci era riuscito Borg, salvo poi rientrare caricaturalmente anni dopo, con tanto di guru al seguito e racchettone di legno iper-anacronistico.

La Bartoli ha detto basta a 28 anni, dopo una sconfitta al primo turno a Cincinnati, 6-3 4-6 1-6 con Simona Halep. "Non è mai facile, e non c'è mai un momento giusto per dirlo, ma è stato l'ultimo match della mia carriera". Poi, in conferenza stampa, si è messa a piangere. A dirotto, come sempre teatrale, come sempre eccessiva: "Troppi infortuni quest'anno, ho dolori dappertutto dopo appena un'ora di gioco, mi è impossibile andare avanti. È tempo per me di ritirarmi, il mio corpo non può fare di più".

Neanche un mese fa, la clamorosa vittoria a Wimbledon, ottenuta (improvvisamente) all'interno di una stagione per il resto (innegabilmente) deludente. "Tutti mi ricorderanno per la vittoria di Wimbledon. Ci sono molte cose da fare oltre che giocare a tennis, sono sicura che troverò qualcosa".

La notizia non ha contrito granché il mondo del tennis. La Bartoli ha sempre avuto pochi tifosi e, fino a luglio, nemmeno i connazionali francesi la amavano particolarmente. I motivi sono facili da riscontrare: interamente antiestetica, con quel gioco edificato su anticipi estremi e ritmi da playstation. Piena di tic, con un movimento al servizio inguardabile, ansiogena nei gesti e nello sguardo, sovrappeso. La nemesi del "gesto bianco" che dovrebbe essere alla base del tennis. Se l'eleganza esiste, e certo esiste, Marion neanche l'ha mai inseguita.

Eppure ha vinto il torneo più importante. Contro tutto, contro tutti. E ora, all'apice, si ritira. I fanatici della classe operaia che va in Paradiso, o anche solo ai Championships, ne apprezzeranno la exit strategy: come favola del brutto anatroccolo non si poteva chiedere di meglio. La Bartoli ha resistito agli infortuni, alle colleghe poco affettuose, a una madrepatria freddina e a un padre padrone che gli ha condizionato la vita finché ha potuto: negli allenamenti, nell'alimentazione e perfino nella vita sentimentale.

Capolavoro autentico della volontà, e della vita da mediane trionfanti, Marion Bartoli suscita con il suo ritiro anche qualche perplessità. Ovviamente legata al doping. Un anno senza vincere quasi mai due turni di fila; poi un Wimbledon dominato d'emblèe, neanche un set perso e condizione fisica perfetta; quindi, un mese dopo, il ritiro. A voler essere dietrologi, c'è di che divertirsi, o piuttosto inquietarsi.

Per il lieto fine basta affidarsi al paragone con Agassi: nessuno dei due ha amato davvero il tennis, e Marion (molto più rapidamente di Andre) appena ha potuto ha smesso. Riprendendosi un'esistenza fin lì vissuta a metà. Per chi invece alle favole non crede, il ritiro è la fuga migliore. Prima di qualche controllo di troppo.

 

 

 

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