ONE MAN MOU: AL REAL SERVE LA ‘REMUNTADA’ PER EVITARE L’ENNESIMO FALLIMENTO IN CHAMPIONS

Maurizio Crosetti per "la Repubblica"

Un po' più solo, un po' più opaco e appesantito, il vecchio Josè ha convocato per la grande notte tutti i suoi cari fantasmi, come se fossero giocatori. Accerchiamento, provocazione e piagnisteo. Orgoglio, sentimento e fierezza. Memoria, istrionismo, paradosso, antipatia e sfida. Fanno undici: una squadra completa.

Ci sono tre gol da recuperare al Borussia Dortmund, e un tempo forse scaduto da congelare. Il peso del personaggio, e un sentimento dell'altrove sempre più forte (Londra? Chelsea?) obbligano il portoghese alla recita, o forse è solo una replica, un addio travestito da attesa. La commedia si intitola Mourinho, la interpreta un attore chiamato Mourinho e narra di un personaggio di nome Mourinho.

«Conosco le regole: se andiamo in finale sarà il trionfo del Real Madrid, se veniamo eliminati sarà solo il mio fallimento. Non importa. Se il Real gioca da Real, tutto è possibile. Se invece gioca un'amichevole, come all'andata, non avremo speranze».
Chissà se davvero la strada spagnola di Mou finisce oggi, davanti al piazzale dello stadio Santiago Bernabeu. Ci sono nove Coppe dei Campioni, lì dentro.

La Decima, che gli spagnoli scrivono devotamente con la maiuscola, è la balena bianca di Mourinho e di una città intera. «Grazie a Dio ne ho già vinte due, e ho almeno dieci anni per provarci ancora. Ci sono grandi allenatori che ne hanno vinte zero». Ma questa chimera ha il fascino delle cose quasi perdute. «Ci aspetta la gara più importante degli ultimi dieci anni del Real, non quella che deciderà il mio futuro ».

Ed è come se Mourinho sfidasse Mourinho, il suo senso della difesa e del contropiede, la necessità di aggredire non con le parole ma con i centravanti, e con quel Cristiano Ronaldo malaticcio però indispensabile. Mou contro Mou: cinque semifinali di Champions giocate con i blancos, tre perse, una pareggiata, una sola vinta, non proprio così speciale.

La colpa, secondo lui, è anche dell'eccessiva morbidezza agonistica mostrata in Germania: «Noi del Real siamo così puri e innocenti, così ingenui e naif da avere permesso a Lewandowski di farci quattro gol, senza neanche un fallo su di lui. Mentre il Borussia ne ha commessi almeno cinque su Cristiano nei primi quattro minuti».
Come quelle creature degli abissi che attirano la preda emettendo una debole luce, e poi la paralizzano col loro veleno, così Mourinho incanta il nemico e infine cerca di finirlo.

Nella sua furia un po' logora ma fiera, e altera, il portoghese non risparmia nemmeno la sua società che ha preparato un video pubblicitario in cui i calciatori dicono al pubblico:
"La nostra forza sei tu". «Io non motivo la gente con i filmati, ma evitando di perdere 4-1. Io carico i tifosi con i risultati». Scene da un matrimonio finito, irrecuperabile, nel giorno in cui la notizia di Ancelotti è quasi ufficiale: «Domandate a lui del suo futuro e domandatelo al Real Madrid, non a me».

È un acido addio, un'ultima puntata senza sorprese, a meno che. Perché se davvero riuscisse la "remontada" (con la "o" castigliana invece della "u" catalana, identico concetto che stringe in 24 ore le omeriche rivali Real e Barça), avremmo la santificazione di Mou e un diverso epilogo. Come tre anni fa con l'Inter, a quel punto sarebbe lui a scegliere tempi e modi dell'abbandono, giocando la finale a Wembley e restando poi a Londra senza cambiare letto, solo lenzuola.

Però nessuno ci crede, neppure lui, il grande attore che non stupisce più il suo pubblico. «Ma credetemi, è solo calcio, nulla più di questo, e lo sarà fino all'ultimo sospiro della partita». Sempre grande, Mou, nella costruzione della frase e nella scelta delle parole, comprese quelle che finiscono con un punto, dentro la pagina bianca come una maglia.

 

Mourinho in ginocchioJose_MourinhoMourinho in trionfoMOURINHO Carlo Ancelotti

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