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DA ALÌ ALL’ETERNITA’ - SI PUÒ ESSERE MITI DELLO SPORT MA NON I PIÙ BRAVI NEL PROPRIO SPORT? SÌ, ALÌ NE È L'ESEMPIO - NESSUNO COME LUI HA SAPUTO ESALTARE IL VALORE DEL PERSONAGGIO SFRUTTANDO LO SPORT - “IO IL PIÙ GRANDE? L'HO DETTO PRIMA DI SAPERE CHE ERA VERO”

Riccardo Signori per "il Giornale"

 

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C'è sempre una buona ragione per parlare di Muhammad Alì, fors'anche perché non ce ne sono di altrettanto valide per parlare della boxe di oggi. Qualcuno si preoccupa di lui, vedendolo sempre in punto di morte e le figlie si affannano a smentire. Altri per ragioni più incoraggianti.

 

Quest'anno il coro ha intonato gli osanna ai 40 anni trascorsi dal suo match con George Foreman, passato alla storia come “Rumble in the jungle”, uno dei più grandi eventi mediatico-sportivi. Alì il grande buono, Foreman il grande cattivo, l'Africa, i fratelli neri, l'odio ai bianchi, una miscela di scenari sociali, il dittatore Mobutu ingabbiato dall'astuzia di Don King: c'era di tutto per renderlo indimenticabile. Se poi sia stato un match vero, concluso come vorrebbe la legge dello sport o con qualche trucco di fondo non lo sapremo mai.

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Alì superman resistente, Foreman il re dal ko facile che si lascia sfinire dalla tattica di un uomo di gomma e si arrende alla stanchezza: mah! Alì, prima e dopo George, ha vacillato sotto colpi meno potenti. Alì ha vinto i match che dovevano alimentare il business, soprattutto quando lui era il buono e l'altro il cattivo: parlano le sfide con Liston, stesso copione con Foreman. Che poi pensasse che «la boxe è tanti bianchi che guardano due neri picchiarsi», è altro affare.

 

Alì oggi è una montagna barcollante che non cammina più, ma un grande personaggio che va al di fuori dello sport, un sontuoso combattente contro il Parkinson. E George Foreman è stato, più a lungo, pugile di successo, e tuttora piazzista di se stesso, meraviglioso incantatore nel raccontare storie di boxe e vendere prodotti a milioni di persone nel mondo.

 

Poi c'è l'altro aspetto: Alì è stato davvero il più grande? L'interessato ha risposto per tempo, a modo suo. «Sono il più grande l'ho detto prima di sapere che era vero».

 

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E Rino Tommasi, giornalista e intenditore di boxe, nonché ex organizzatore quindi uno che ha messo mano, soldi e occhio su questo universo, lo ha riproposto con una analisi raffinata e intrigante. Si parte dal titolo del suo libro. «Muhammad Alì. L'ultimo campione. Il più grande?» (edito Gargoyle, euro 40) appunto con un punto di domanda che, almeno, ti concede una possibilità di sfuggire all'ineluttabile asserzione, come fosse un credo.

 

Certo, Alì è stato il soffio di vento di una grande epoca. Forse non la più grande, ma quella che ha rivoltato l'universo della boxe, abitudini e riti grazie a un campione-personaggio (certamente più personaggio che campione) partito come Cassius Clay e trasformatosi in Muhammad Alì, in onore di un mondo islamico al quale ha regalato miglior faccia.

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La copertina del libro fa tirare un sospiro di sollievo, come a dire: guardate cosa vi siete persi! Punteggiata dai cartelloni pugilistici che erano il pane, amore e fantasia di quel mondo. Le foto esplicano bellezza tangibile del personaggio, il percorso narrativo riesplora un pizzico di cultura della boxe, personaggi di altre epoche che si sono incrociati con Alì (Joe Louis e Ray Robinson) e la possibilità di rivederlo attraverso gli occhi di un giornalista. Ma poi quella domanda (davvero il più grande?) cerca risposta seguendo un filo logico. Si può essere davvero i “più grandi” facendo parte di uno sport di squadra? Difficile. La grandezza deve esaltare la solitudine dell'impresa.

 

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Si può essere più grandi nello sport, ma non i più bravi nel proprio sport? Alì ne è l'esempio. Ray Sugar Robinson e Joe Louis sono stati pugilisticamente più forti, tecnicamente più completi. E, allora, perché Alì dovrebbe essere il più grande? Magari più grande di Maradona (sport di squadra) e Carl Lewis, di Michael Jordan (sport di squadra) e Abebe Bikila o Eddy Merckx? Perché nessuno come lui ha saputo esaltare il valore del personaggio, del periodo storico, del saper sfruttare lo sport per andare molto più in là.

 

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L'analisi porta a pesare un ballottaggio finale tra Jesse Owens, che vinse davanti al Fuhrer durante le Olimpiadi di Berlino 1936, immenso per quel che rappresentava il periodo storico e l'impresa, e appunto Alì. Ovvero due esponenti delle qualità top dello sport: la corsa, la cosa più naturale per l'uomo, e la forza, il mito del più forte. Una domanda si potrebbe riprodurre anche nella vita: vince chi corre più veloce o chi è più forte? L'autore tira la conclusione. Comunque sia, due neri che si sono battuti davanti a una marea di bianchi.

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