juventus roma bonucci

BONO 'STO BONUCCI - A MOLTI NON PIACE MA É DIVENTATO UNA DELLE CERTEZZE DELLA NAZIONALE ANCHE GRAZIE ALL’AIUTO DEL MOTIVATORE - QUANDO SEGNA FA UN CERCHIO INTORNO AL VISO: “QUESTA È LA MIA FACCIA” E NEANCHE "SCOMMESSOPOLI" L’HA MAI SPORCATA

Beppe Di Corrado per “il Foglio”

BONUCCIBONUCCI

 

Dopo aver segnato, Leonardo Bonucci alza il dito indice e lo porta vicino al volto e fa un cerchio attorno al viso. Vuol dire: guardatemi, sono io, questa è la mia faccia. E’ una sfida lanciata a nessuno, quindi a tutti. E’ un gesto nato dopo il caos di “Scommessopoli”, quando l’hanno tirato in mezzo e poi scagionato, lasciando però che il sospetto serpeggiasse ovunque tranne che dalle sue parti.

 

Perché lui ha detto: non c’entro, sono pulito. Guardate la mia faccia, allora. Bonucci è sicuro di sé, si capisce da come parla e da come gioca. Si capisce anche quando sbaglia, perché quando succede (spesso) è esattamente per quel motivo lì: troppa confidenza con le proprie capacità, troppa leggerezza nel giocare palle difficili.

 

A Cesena, domenica sera, è accaduto: un passaggio indietro a Buffon, fatto con l’approssimazione di uno che sa di avere due piedi buoni, di essere forte e che switcha la testa in versione off e cicca la palla, la regala all’attaccante. Non ha segnato, il Cesena. Non ha segnato perché Buffon ha salvato.

 

Però la bonucciata c’è stata lo stesso: goffa e inguardabile. Un tocco indietro senza pensare, una di quelle cose che se Antonio Conte fosse ancora l’allenatore della Juventus, avrebbe preso Bonucci e l’avrebbe attaccato al muro dal cavallo dei pantaloni. Ma Bonucci continuerà a farle, vedrete.

 

bonucci dopo il gol alla romabonucci dopo il gol alla roma

E Allegri non c’entra (anche perché probabilmente gli ha riservato lo stesso trattamento di Conte). C’entra il suo modo di essere e di giocare, ovvero ciò che lo rende senza un dubbio che sia uno il difensore migliore della serie A. Affermazione che genererà discussioni, questa. Perché Leo non piace a molti e quindi l’idea che lui sia il migliore è apoditticamente contestabile.

 

Legittimo, così come lo è considerarlo forte, più forte di ogni difensore italiano in attività. Perché è completo, di una completezza che trovi una volta ogni molti anni, in un difensore. Difende e costruisce, anticipa e segna. Ha idea del gioco e lo gestisce da dietro, una caratteristica che abbiamo dimenticato: Cannavaro e soprattutto Nesta, i due centrali italiani più forti dell’èra contemporanea, ovvero del dopo Baresi, erano decisamente migliori difensori di Bonucci, ma avevano piedi e idee peggiori.

 

Leo guarda, Leo si muove, Leo la gioca su Pirlo, se la fa ridare, ricomincia. Conosce tempi e luoghi dell’impostazione perché li ha frequentati a lungo. L’ha ripetuto lui e lo ripetiamo noi: cominciò lì a giocare. “A volte centrocampista centrale, altre volte esterno, del difensore neanche l’ombra”.

bonucci dopo il gol alla roma  bonucci dopo il gol alla roma

 

Era Viterbo, era la fine degli anni Novanta e questo ha un peso in tutta questa storia. Perché Bonucci è calcisticamente figlio di ciò che ha vissuto, della rapidità con cui la sua carriera è andata avanti, del fatto che al centro, come al sud, le avventure di calcio cominciano sempre in maniera molto periferica e poi possono cambiare in un minuto.

 

Perché uno non cresce direttamente nelle giovanili di un grande club, ma altrove e lui l’ha raccontato: “Nel 2002, per motivi di organizzazione, la Viterbese non disputò i campionati regionali e quindi io fui dirottato alla Nuova Bagnaia, società satellite, per fare ritorno alla Viterbese nel 2004, ormai sedicenne. Senza rendermene conto, stavo per vivere anni determinanti, non solo a livello emotivo ma, anche e soprattutto, per un incontro rivelatosi poi fondamentale: quello con mister Carlo Perrone.

 

Un uomo e un allenatore, con grandi esperienze alle spalle in squadre di alto livello come Lazio ed Ascoli, cui va il merito di avermi trasformato in difensore centrale, capace, con le sue attestazioni di stima ed i continui segnali di fiducia, di contribuire in modo determinante alla mia crescita, non solo a livello tecnico ma principalmente come uomo. Ai 17 anni, insieme alla prima panchina in serie C, arriva finalmente anche il primo provino importante: l’Inter.

 

bonucci dopo il gol alla roma   bonucci dopo il gol alla roma

Pieno di sogni e speranze, salgo quindi sul treno diretto a Milano, non immaginando minimamente ciò che il destino aveva in serbo per me. Il primo provino va bene, torno a casa soddisfatto, passano i giorni e arriva la Pasqua. Una Pasqua da ricordare, perché trovo un biglietto aereo con destinazione Abu Dhabi. Con l’Inter. Che esperienza confrontarsi con squadre come Boca Juniors e Feyenoord. E fu proprio lì che la società decise di prendermi per la stagione successiva a Milano.

 

La conferma arrivò a maggio con la convocazione per un torneo nazionale che l’Inter avrebbe disputato a Parma alla fine del mese. Arrivano così i 18 anni, che per tutti i ragazzi sono sinonimo di esami di maturità, di patente, di vacanze e che invece per me rappresentano l’inizio di una nuova vita.

 

bonucci con la sua compagnabonucci con la sua compagna

Ricordo l’arrivo alla stazione di Milano con la musica di Jovanotti nelle orecchie e con il cassetto pieno di sogni. Ricordo la vittoria della Coppa Italia e del campionato italiano con la Primavera, le prime esperienze in panchina con la prima squadra e meraviglioso l’esordio del 14 maggio 2006 in serie A”. Una vita in quattro anni e 2 minuti e 19 secondi di racconto. Perché tra la prospettiva di una vita in provincia e una al centro del pallone c’è incredibilmente pochissima differenza.

 

Sceglie la bravura, la fortuna, il destino, la capacità di essere capito, la capacità di farsi capire. Bonucci non è stato un predestinato fino al 14 maggio 2006: in campo, a Cagliari, lo mandò Roberto Mancini. La sua non è la storia di uno come Pirlo, né di uno come Marchisio, per rimanere agli juventini: il primo era una piccola star già tra i giovanissimi giocatori del Brescia. Fece un Viareggio da fantascienza, accanto all’amico Baronio, lo vinse senza stupire nessuno: lo conoscevano osservatori, talent scout, allenatori, procuratori. Il secondo era predestinato dagli esordienti: era già nella Juventus.

 

Il primo ricordo serio su di lui è in un Juve- Inter del 1998, in cui segna un gol incredibile. A 12 anni. Bonucci no. Leonardo s’è preso tutto in fretta, al limite anagrafico della possibile svolta. Perché a 16 anni, di solito, o sei già in un grande club o è difficile che tu possa farcela. Poi c’è il resto. Perché quell’esordio del 2006 rimase isolato. Leo era forte, era tecnico, era diverso: un difensore con i piedi. Però non era uno su cui puntassero davvero fino in fondo: lo mandarono a Treviso, non in prestito, ma in comproprietà.

 

bonucci con la sua compagna bonucci con la sua compagna

E’ un segnale, questo. Lo sanno per primi i giocatori: cedere metà del tuo cartellino ti trasforma in una pedina fondamentale più per il mercato che per il campo. Leo lo è stato per l’Inter. Perché Treviso s’è trasformato in un prestito al Pisa, dove ha conosciuto Ventura.

 

Qui cambierà la storia, per l’incontro più che per tutto il resto. Perché in fondo il destino di una comproprietà è deciso in una giocata del mercato: un colpo, una partita di giro, una triangolazione. Non sanno neanche chi tu sia, ma servi. Nel 2009, Bonucci entrò da inconsapevole protagonista nell’affare Thiago Motta-Milito. Non era solo, c’era anche Mattia Destro.

 

Finirono entrambi al Genoa, non più proprietaria del solo 50 per cento, ma di tutto il cartellino. Solo che Destro era uno dell’altra stirpe dei giovani: predestinato. Quindi fu tenuto dal Genoa. Leo no: prestito al Bari. Dove c’era Antonio Conte che stava preparando il ritorno suo e della squadra in A. Leo arrivò e Conte salutò: via, come è accaduto quest’anno alla Juventus. Saluti e benvenuto Ventura. L’incontro, di nuovo.

 

Bonucci, per il calcio è cominciato lì. Dove peraltro nessuno lo conosceva e dove l’inizio fu complicato. Prima giornata Inter-Bari, l’Inter campione d’Italia, l’Inter di Mourinho. Milito ed Eto’o contro Bonucci e Ranocchia. Sembra un confronto pari? Leo mise un piede sul piede di Milito: rigore. Il Bari pareggiò cominciando una stagione che si sarebbe rivelata la più importante della sua storia in serie A.

BARZAGLI BONUCCI DOPO LA SAUNA A COVERCIANO BARZAGLI BONUCCI DOPO LA SAUNA A COVERCIANO

 

Senza sapere e senza conoscere il suo futuro, Bonucci fece 38 partite su 38 da titolare. Per un difensore centrale non è una cosa normale. Il centrale prende gialli e prende rossi. Bonucci riuscì a non farsi squalificare neanche una giornata. Non è statistica, né curiosità: è indice di un certo modo di giocare, di stare in campo, di sentirsi difensore. E Bonucci era pulito, elegante, preciso. Poi prendeva la palla, alzava la testa e giocava: “Falla frullare”, diceva Ventura. Significava “giocala”.

 

E Leo la giocava e la gioca ancora. Perché non butta il pallone, non spreca, non fa tutto quello che per una vita siamo stati abituati a veder fare ai difensori. Diverso Bonucci, per stile e per approccio. Bonucciate comprese, ovvero le leggerezze, le palle perse al limite dell’area, il tocco inutilmente difficile in una zona del campo delicata. Ce ne sono una, due, tre a campionato, fanno parte del modo di essere e di giocare.

 

INSULTI A LEONARDO BONUCCI SULLA SUA PAGINA FACEBOOK INSULTI A LEONARDO BONUCCI SULLA SUA PAGINA FACEBOOK

Sono fisiologiche e soprattutto compatibili con la qualità che esprime quando bisogna cominciare un’azione. Se vuoi un difensore che sappia fare il centrocampista, devi accettare il rischio che ogni tanto ragioni come un centrocampista. Allora è questo Bonucci. Prendetelo o lasciatelo. La Juve l’ha preso e se lo tiene. Gli juventini l’hanno preso e se lo tengono. Perché è il meglio che ci sia adesso. Carattere incluso.

 

Ovvero ciò che ogni tanto l’ha reso antipatico agli altri. Quest’anno è successo con la Roma, anzi dopo la partita con la Roma. Leo aveva segnato il gol decisivo, contestato, a pochi minuti dalla fine. Era andato sotto la curva a segnarsi il volto con il dito indice: “Guardatemi, sono io, questa è la mia faccia”.

 

Poi a polemiche in corso aveva scritto su Twitter: “Sciacquatevi la bocca!!! #finoallafineforzajuventus #vincereèlunicacosacheconta #3punti #godoancora…” Simpatico? No. Ostile? Forse. Il giorno dopo la correzione: “Non volevo offendere assolutamente i tifosi della Roma”. Bonucci è una storia alimentata molto dal ricordo continuo che lui stesso fa dell’aiuto ricevuto da Alberto Ferrarini, il suo motivatore.

 

E’ una figura anomala, che di fatto il calcio italiano ha scoperto proprio dalla voce di Bonucci e non senza qualche diffidenza. Leo l’ha raccontato così: “A Treviso stavo perdendo autostima, fiducia e la mia carriera era in pericolo. Con Alberto ho ritrovato serenità. Sono andato a fondo ad alcune situazioni che mi portavo dentro da tempo e creavano dei problemi. Questo mi ha aiutato anche a livello fisico: sto bene fisicamente e mentalmente. Un esempio? La vicenda del calcioscommesse aveva lasciato delle scorie interne, da eliminare.

INSULTI A LEONARDO BONUCCI SULLA SUA PAGINA FACEBOOK INSULTI A LEONARDO BONUCCI SULLA SUA PAGINA FACEBOOK

 

Fatto prima di Firenze. Che facciamo? Beh, anche cose particolari, ma sono nostre. A volte servono incontri di ore. Di solito vedo Alberto o lo sento una o due volte alla settimana. E sempre prima di una partita. Alla fine sono carico di una energia positiva e scendo in campo consapevole della mia forza. Esagero? No, mi assumo le responsabilità chieste dall’allenatore. E se sbaglio non mi faccio condizionare, questa è una delle cose che ho imparato.

 

Tutti commettiamo errori, l’importante è cancellarli e ripartire. Avendo bene in testa i miei limiti. Non mi spingo mai oltre. Lui è stato importante, ma poi tocca a me. A Treviso avevo un problema con il tecnico Gotti, abbiamo iniziato a risalire da qui. Per un calciatore è vitale stare in sintonia con il proprio allenatore. Io mi sono messo al servizio prima di Ventura e poi di Antonio Conte e Cesare Prandelli.

LEONARDO BONUCCI LEONARDO BONUCCI

 

Sono un soldato, loro i miei capitani: mi guidano in ogni partita. Da dove salta fuori il soldato? Siamo la stessa persona: è presente come non mai. Gli abbiamo dato un nome: Leonardobi. L’ho scritto sulle scarpe perché quando si gioca è una battaglia. Lo so, vi sembra strano. Non capite. Neppure io quando ero in tribuna a Treviso”.

LEONARDO BONUCCI AI TEMPI DEL BARI jpegLEONARDO BONUCCI AI TEMPI DEL BARI jpeg

 

La diffidenza nei confronti di Bonucci e del suo motivatore è direttamente proporzionale alla sua capacità di stare in forma: più Leonardo funziona, più paradossalmente il sistema in qualche modo mette in dubbio che l’alleanza possa funzionare. Strano no? Così quando lui spiega che li accompagnano i segreti della numerologia, del pensiero positivo, della tradizione indiana qualcuno bolla tutto questo come contorno un po’ cinematografico.

 

E’ il rifiuto della novità che però è aiutato da qualche caduta di stile dello stesso Ferrarini che negli anni qualche sciocchezza l’ha fatta: attaccare Totti e Garcia, per esempio. Resta un fatto, l’unico che conta: Bonucci gioca, difende, combatte, costruisce e segna pure. E’ uno dei giocatori più presenti della serie A negli ultimi anni.

BONUCCI TWEETBONUCCI TWEET

 

E’ una delle certezze della Nazionale, è il modello a cui si stanno ispirando i nuovi difensori centrali che stanno crescendo (Rugani su tutti). Questo è lui, il come questo sia stato possibile e sia avvenuto è secondario rispetto al risultato. Costruivamo talenti della difesa a ripetizione, non sapevamo neanche dove metterli.

 

bonuccibonucci

Poi abbiamo smesso e ci siamo autoconvinti che senza Nesta e Cannavaro fosse finita anche l’idea del centrale italiana. Leo l’ha riportato, con Ranocchia, all’epoca più lanciato: avrebbe dovuto essere l’interista il prescelto, mentre lo juventino sarebbe stato la seconda chance. Un infortunio ha cambiato molte cose, poi Bonucci ha fatto tutto il resto. Con il motivatore o meno è un dettaglio. In campo ci va lui. Se segna chiede che lo si guardi in faccia. Se sbaglia pure.

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